Le misure che più hanno pesato in termini strutturali sono state quelle di modifica del sistema pensionistico, e in particolare per quanto attiene alle disposizioni d’innalzamento dell’età pensionabile.

La Relazione sull’Analisi di un anno di Governo,resa pubblica a cura dell’Ufficio stampa e del Portavoce, schematizza l’azione del governo attraverso dodici aree d’intervento: ambiente, cooperazione internazionale, politica estera, funzione pubblica, giustizia, ordine sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità organizzata, lavoro politiche sociali e pari opportunità, beni e attività culturali, politiche agricole alimentari e forestali, sviluppo economico, rapporti con il parlamento, salute. In questo, di per sé lungo, articolo proviamo a fare un bilancio del governo Monti con riferimento all’azione svolta in ambiti prettamente economici, consapevoli del rischio che qualcosa di quello che è stato fatto potrebbe esserci, a torto, anche sfuggito.
Brevemente, per quanto concerne invece le aree ad esclusivo o prevalente carattere sociale, in generale diremmo subito che non si registra alcun intervento particolarmente significativo del governo; come, ad esempio, in tema di pari opportunità, integrazione sul territorio, tutela e promozione del patrimonio artistico-culturale ed ambientale (fatta eccezione per alcune misure d’intervento settoriali in materia di disinquinamento e risanamento del territorio, di cui l’esempio più eclatante è costituito dall’Ilva di Taranto), tutela e promozione di diritti individuali e sociali.
Unica eccezione, legata ad interventi a volte anche di rilievo, per quanto concerne viceversa l’azione, promossa di concerto con gli organismi di cooperazione internazionale, in materia di politica ambientale (Balcani, Brasile, Cina, Iraq, etc.), sicurezza militare (in particolare mediante la continua attività di gestione delle operazioni di peace-keeping in Afghanistan, Libano e Kosovo), gestione delle emergenze (in particolare per i paesi della sponda sud del Mediterraneo) e stati di crisi internazionali (Sahel, Siria, Somalia, questione palestinese: in particolare mediante la presa di posizione assunta all’ONU favorevole al riconoscimento della Palestina quale paese “osservatore”, etc.).
Ancora brevemente, negli ambiti legati alla “corruzione e legalità”, occorre segnalare, forse più di tutte le azioni esercitate, l’emanazione della “legge contro la corruzione”, che, a giudizio del governo, “ha dato un importante ed apprezzato riscontro alle indicazioni provenienti dalle istituzioni internazionali, oltre che una risposta ad una diffusa domanda di intervento su un tema, quale quello dei reati contro la PA, molto avvertito e dal forte connotato simbolico”.
E infine, sempre brevemente, occorre sottolineare come anche in materia di sanità, l’azione è stata indirizzata sostanzialmente “al contenimento e risanamento della spesa pubblica”.
Del resto, l’azione prioritaria di controllo dei conti pubblici costituiva il presupposto per l’incarico affidato ad un governo di tecnici presieduto dal Senatore Monti. E su questo versante, il bilancio è da considerarsi, ma solo nel complesso, positivo; come testimoniato da diversi indicatori, e primo tra tutti quello relativo alla riduzione dello spread.
E tuttavia, anche sul fronte del controllo dei conti pubblici, occorre fare numerosi distinguo. In particolare, l’azione di controllo era stata intrapresa attraverso l’obiettivo duplice di ridurre e rimodellare la spesa pubblica (spending review) e, nel contempo, riorganizzare l’assetto territoriale ed istituzionale dello stato.
Nella prima fattispecie, sono stati realizzati risparmi per “circa 12 miliardi” con una prospettiva di risparmio, contenuta nella legge di Stabilità 2013 di ulteriori “circa 3,7 miliardi a regime”. Ciò è stato possibile soprattutto mediante operazioni, programmate ed affatto completate, di riduzione degli organici della P.A. e taglio, oltre che delle spese correnti di fabbisogno, di enti e organismi pubblici.
Per quanto, invece, più strettamente attinente all’organizzazione locale dello stato, gli interventi hanno riguardato la previsione di:
- un “ruolo rafforzato di controllo della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria delle regioni”. Ma in quest’ambito era stato anche previsto un più efficace controllo preventivo di legittimità sugli atti, disatteso in sede di approvazione parlamentare dei provvedimenti;
- una “riduzione dei costi della politica regionale, condizionando l’erogazione dell’80% dei trasferimenti alle regioni al conseguimento di precisi obiettivi di taglio” dei costi medesimi;
- più adeguate forme di pubblicità e trasparenza sull’attività degli enti locali e società partecipate dei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti;
- un regolamento di organizzazione delle Prefetture-UTG;
- il “taglio di 220 sezioni distaccate di tribunali”, la “soppressione di 31 tribunali e 31 procure”, il “taglio di 667 uffici dei giudici di pace non circondariali”.
E’ però indubbio che occorreva fare di più, a partire dall’approvazione del D.L. di riduzione delle province e di costituzione delle città metropolitane.
E comunque, in materia di controllo della spesa, quel che è certo è che le misure che più hanno pesato in termini strutturali sono state quelle di modifica del sistema pensionistico, e in particolare per quanto attiene alle disposizioni d’innalzamento dell’età pensionabile (fino a 70 anni con l’aggiunta della misura legata al meccanismo dell’aspettativa di vita crescente), mediante peraltro l’introduzione di un meccanismo di forte rigidità in uscita. Come già ribadito altrove e in questa stessa rivista, si tratta di modifiche, queste, che rinviano la spesa nel medio-lungo periodo e sostanzialmente sono servite a fare cassa. Altro discorso, invece, riguarda la necessità di rafforzare e garantire l’equilibrio sostanziale del sistema, ponendo diversamente l’accento sul versante assolutamente prioritario del finanziamento, e quindi della contribuzione.
Per quanto attiene all’altro capitolo della crescita e dello sviluppo, l’azione del governo è apparsa sostanzialmente inadeguata. Probabilmente, a causa delle scarse risorse disponibili nell’ambito delle fasi di riprogrammazione dei Fondi strutturali UE 2007-2013. E dunque, a partire dalle risorse impegnate per il Piano di Coesione Nazionale, di cui stranamente non vi è traccia dettagliata nell’ambito della stessa Relazione. Il Piano ha riguardato tre fasi. E cioè, attraverso un’altra delle fonti governative:
- “La fase I ha interessato quattro ambiti strategici per il Mezzogiorno: Istruzione, Ferrovie, Agenda digitale e Credito d’imposta per lavoratori svantaggiati e molto svantaggiati”;
- “La fase II ha interessato, invece, un numero più ampio di linee di intervento più specificamente volte a favorire la crescita e l’inclusione sociale”, ma a tutto questo si è in parte già accennato;
Le prime due fasi, “realizzate a dicembre 2011 e maggio 2012”, hanno allocato risorse “per un totale di 6,4 miliardi di euro”.
- La fase III “sposta 5,7 miliardi di euro”, di cui “2,5 miliardi” destinati all’ “attuazione di misure anticicliche nell’ambito del Tavolo Sud Impresa Lavoro”, “1,9 miliardi” destinati alla “salvaguardia di progetti validi avviati” e infine “1,3 miliardi” destinati alla realizzazione di “nuove azioni regionali” in “raccordo con la programmazione del prossimo ciclo 2014-2020”.
In materia di sviluppo e crescita, è indubbio poi che nel bilancio pesa in negativo soprattutto l’aumento della tassazione prodotto in generale sia per le famiglie che per le imprese, in particolare mediante la previsione di nuove imposte (Imu) e l’implementazione d’imposte preesistenti (addizionale regionale, comunale, Tares). Nel bilancio, pesa anche il mancato completamento della delega fiscale e della riforma del catasto. Insufficiente è apparsa anche l’azione diretta al recupero dell’evasione fiscale, mentre addirittura sterile è apparsa in determinati casi la difesa di meccanismi efficaci già precedentemente approntati, e finalizzati, ad esempio per il tramite di Equitalia, al recupero dell’evasione contributiva.
Nel complesso, poco significativi appaiono anche i provvedimenti assunti in materia di liberalizzazioni. A giudizio dello stesso governo, “un altro settore in cui si avverte la necessità di aprire alla concorrenza sono i servizi pubblici locali”. Ma, su questo versante, non sono stati registrati interventi. Provvedimenti di parziali liberalizzazioni hanno invece riguardato “il mercato dei carburanti, la finanza d’impresa, il ramo danni del settore assicurativo, la disciplina delle relazioni commerciali tra agricoltura industria e distribuzione e l’abrogazione delle tariffe professionali rimettendo alla normazione secondaria la previsione di parametri”.
Una diversa considerazione merita invece l’importante e significativa azione assunta dal governo, “a oltre 20 anni dall’ultimo Piano Energetico Nazionale”, e che tende a definire “una Strategia Energetica Nazionale”. A partire dal provvedimento di scorporo della rete SNAM dal controllo di ENI. E’ evidente però che, a tale proposito, per un giudizio sostanziale occorrerà attendere l’esito di scelte e sviluppi futuri.
Infine, un giudizio complessivo sull’attività del governo non può non riguardare almeno altri due settori legati alle prospettive di crescita e sviluppo del paese: il mercato del lavoro e la promozione del sistema Paese.
L’impressione è che, con riferimento all’ultimo decennio circa, sia il dato della produzione nazionale, in media pari all’1% di crescita annuale rispetto al PIL dell’anno precedente, che l’assenza di una vera e propria politica industriale hanno di fatto spinto il governo ad assumere tutta una serie d’iniziative intese soprattutto ad attrarre l’investimento di capitali stranieri oltre che favorire l’impiego, e non l’esportazione, di capitali e risorse già presenti sul nostro territorio. Sì che appare importante e significativa la decisione assunta di ripristinare il funzionamento della nuova Agenzia dell’ICE (Istituto per il Commercio Estero), al fine di, come si evince da altra fonte governativa, “coordinare tutte le strategie e gli strumenti di internazionalizzazione del sistema Paese, così da supportare in modo efficace l’export e la crescita all’estero delle aziende italiane”. E, in modo particolare, concentrandosi“fortemente anche sull’attrazione degli investimenti diretti esteri, un settore di importanza fondamentale per la ripresa della crescita e del mercato occupazionale interno”.
Per quanto concerne la riforma del mercato del lavoro, è giudizio unanimemente condiviso che sarebbe stato, non solo opportuno, ma senz’altro sarebbe stato ed è necessario fare di più; in ordine soprattutto sia alla segmentazione esistente tra settore privato e pubblico, in tema di diritti e garanzie dei lavoratori, e la divisione, che in generale riguarda gli stessi, tra insiders e outsiders. In relazione a quanto prodotto, appare più che concreta la necessità di adottare, nell’immediato, interventi correttivi e migliorativi sia in materia di accesso al lavoro che in tema di gestione dei non ancora risolti “147 tavoli di crisi aziendale”, aperti durante il 2012 presso il ministero dello Sviluppo Economico, e di quelli che probabilmente ancora saranno aperti.

E’ un bilancio da far piangere e un editoriale “troppo buono”. Di là dal teorico rilancio del Paese (che ritengo la sindrome di una sopravvenuta incapacità di giudizio) i conti sono rimasti in profondo rosso e lo “spread” ha girato su altre eurozone ma non per montiani meriti – come predissi su vari blog tematici all’inizio dello scorso anno.
A mio avviso l’unico dato positivo – ma solo in termini matematici e non di utilità per l’Italia – è l’enorme numero di disoccupati e di immigrati che ci ritroviamo in casa.
Ritengo che non solo il Governo Monti ma anche tutti i Governi precedenti siano correi nell’aver fatto precipitare l’Italia in una profonda crisi sistemico- economica dalla quale sarà difficile uscirne, nonostante i ghirigori e gli orpelli tra le infiocchettature cui piace esporre a taluni opinionisti politici.
Occorre abbandonare le politiche liberiste capitaliste eccessivamente spinte dal Consiglio UE verso limiti economicamente insopportabili, altrimenti – e dice bene il Presidente FMI – “…occorrerà ridurre gli emolumenti alla maestranze…”… fino a farli lavorare alla “cinese”?
Perché, altrimenti nel 2020 non avremo la ripresa tanto agognata dal Presidente degli eurodeputati?
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Va bene la revisione dell’ICE ma a cosa serve se non ci sono più industrie e in molti sperano nell’avvento del capitalismo arabo, come se questi ultimi si beatificassero in operazioni del genere senza pretendere nulla in cambio, magari qualche pezzetto di territorio o qualcosa d’importante, com’è già accaduto nella vecchia Londra…
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Mah!