Se nel giro di brevissimo tempo Obama e i repubblicani non raggiungono un deciso e leale compromesso per affrontare il cosiddetto fiscal cliff la conseguenza sarà un nuovo rallentamento dell’economia americana.

Ma noi europei non abbiamo il dollaro, cioè il tallone monetario dominante nelle riserve mondiali e nel quale continuano a essere espressi tutti i mercati delle commodities e materie prime. In conseguenza, agli americani continua a essere permesso ciò che a noi è negato. In più, nei paesi europei le opinioni pubbliche scalciano e ritirano la delega ai rigoristi, rifiutando di credere che sia meglio mettere tanto dolorosamente un freno a debiti e deficit quando gli americani, facendo il contrario, se la cavano meglio.
In effetti, la sconfitta di Romney sull’economia si è celebrata proprio nel rigetto che la maggioranza sia pur risicata del voto popolare ha riservato ai temi del rigore. Ha perso di poco, ma ha perso nei posti più essenziali. Nel decisivo Ohio e nella Rust Belt dell’America manifatturiera, agli elettori è piaciuto il salvataggio di Stato dell’auto messo in atto da Obama, non le critiche di Romney. Gli attacchi al diluvio di spesa pubblica dell’Obamacare in sanità non hanno fatto breccia. Né ha sfondato l’attacco repubblicano agli aumenti di tasse che Obama continua a volere per chi ha redditi superiori ai 250mila dollari. Anche se con aliquote per i nostri criteri favolosamente basse l’1% dei redditi più alti americani paga il 40% del gettito totale federale, e invece con le nostre aliquote marginali elevatissime i veri ricchi scompaiono agli occhi del fisco e viene massacrato il ceto medio, la maggioranza degli americani non si accontenta del fatto che un terzo dei contribuenti, i più poveri, paghino praticamente zero imposte federali (il 2,3% del gettito, per essere precisi). Pensa che nella decisione che ora Obama e il Congresso devono prendere, su come ripartire tra più tasse e meno spesa la sfida terribile di impedire che il debito pubblico americano si avvii a medie greche, debbano essere i ricchi a pagare ancora di più e non lo Stato a spendere meno.
E’ un’illusione. Perché il riaggiustamento di cui la finanza pubblica americana ha bisogno è tanto vasto che non si può coprire per via di soli aumenti fiscali. Si arriverebbe a una pressione totalmente incompatibile coi modelli di crescita USA. Eppure, è stata questa illusione ad aver fatto vincere Obama, che è riuscito a levare dalla campagna elettorale ogni effetto negativo per la moscissima riforma finanziaria e bancaria approvata sotto di lui, uno dei più grandi errori della sua presidenza. E’ un guaio aggiuntivo per chi in Europa deve invece seguire l’impervia strada dei tagli, sotto la crescente protesta popolare. Non resta che sperare che a Pechino, visto che domani inizia il Congresso del partito comunista cinese, siano più saggi dei Paesi democratici in cui vince chi inganna di più gli elettori.

Sara’ stata anche mosciosissima la riforma finanziaria, ma non sarebbe poco se in questo secondo mandato il presidente riuscisse a rendere escutiva la legge Frank-Dodd che ristabilisce la separazione fra banche commerciali e banche d’investimento a dispetto di Romney che non avrebbe voluto fare nemmeno questo.
Ciao Oscar, con grande piacere ho l’opportunità di scriverTi ed a nome di tanti che non hanno avuto questa possibilità, di dirTi grazie per i contributi attenti e di grande attualità di cui Ti occupi. Nutro, personalmente, una profonda ammirazione per come svolgi il Tuo lavoro e mi auguro di poterTi conoscere e stringerTi l mano.
Per quanto attiene l’articolo il mio pensiero è che anche l’America dovrà impegolarsi sulla strada della spending review: ovviamente propongo di prestare il nostro “Monti” esperto in tal senso ma temo che lo rispediscano al mittente.
Da un articolo pubblicato proprio su questo sito sembrava che l’eliminazione del signoraggio avrebbe consentito all’Italia di eliminare addirittura il debito pubblico.
Evidentemente gli U.S.A. che non hanno il signoraggio, probabilmente non sanno neanche che significa, il debito pubblico è vivo e vegeto: o mi è sfuggito qualcosa oppure la questione è un tantino complessa: il debito di uno Stato andrebbe pagato se l’economia ha una matrice capitalista se al contrario lo Stato è comunista si può ignorare il debito.
Ricordo ancora chi osannava il mercato capitalistico perchè quelli comunisti erano tutti falliti (Russia, e tutto il blocco sovietico…). Adesso mi sembra che il mercato capitalistico sia totalmente fallito pechè incapace di riaggiustarsi liberamente senza un massiccio intervento pubblico (come invece sosteneva Keynes).
Economisti dello spessore di Keynes non vi sono in giro: certo molti sono davvero bravissimi ma pochi disponibili a confrontarsi e magari farsi deridere per le idee nuove.
Ed allora a mio sommesso avviso non ci resta che fare come l’Argentina: copiarne totalmente l’azione politica e finanziaria: ma noi italiani e soprattutto europei siamo troppo in gamba per copiare, questo lo lasciamo fare alle economie emergenti (Cina in primis).
In più il nostro sistema finanziario ha un male quasi incurabile: l’evasione fiscale!
Quella potrebbe essere risolta eliminando totalmente la moneta fisica. Eliminando le coop con numero di soci superiore a nove; eliminando le fondazioni bancarie; eliminando i 365 enti inutili; aggiungendo le partite iva delle prostitute; eliminando i vari boiardi di stato; vendendo 1.200.000 immobili di proprietà dello Stato (e vari enti); eliminado non le provincie nè i comuni nè le regioni ma solo gli stipend degli staff e dei politici; riprendendoci i vari regali ai vari boiardi di stato (autostrade, terna, enel, telecom, unicredit, mps,alitalia, etc) e rimettendole con calma sul mercato a prezzo corretto e soprattutto con gara d’asta internazionale.
Mi fermo perchè rischio di risolvere tutti i problemi d’Italia e mandare a casa troppe persone.
Ciao Oscar.