
Oggi è il 7 ottobre. A Tel Aviv le bandiere sembrano garze sulle ferite, a Gaza i minareti gridano sopra la polvere, e in Europa ci si prepara all’ennesima sfilata — la manifestazione del sabato, con cartelli, tamburi e frasi prefabbricate. È il teatro del nostro tempo: la rabbia come dopolavoro civile. In piazza ci vanno gli indignati di professione, gli stessi che la settimana scorsa manifestavano per il clima e domani lo faranno per i diritti dei gatti randagi. Tutto e niente, purché resti moralmente spendibile. La tragedia diventa performance, la politica, una scenografia.
Oggi è anche Sukkot, la festa ebraica della gioia nel provvisorio. Si monta una capanna fragile, si guarda il cielo e si ringrazia per il poco che si ha. Gli ebrei ballano con l’etrog in mano e la paura negli occhi, perché la gioia in Israele non è mai garantita, è una sfida, un atto di resistenza. Non a caso cade nello stesso calendario che ricorda il giorno in cui il mondo smise di fingere che la sicurezza fosse un’abitudine. Il 7 ottobre è diventato la nuova unità di misura dell’orrore, eppure l’Europa sembra volerlo dimenticare il più in fretta possibile.
Hamas annuncia la disponibilità a rilasciare tutti gli ostaggi “secondo il piano Trump”, un linguaggio da ufficio marketing: la resa travestita da iniziativa diplomatica. Gli israeliani lo sanno, gli americani lo sanno, perfino gli arabi moderati lo sanno. Ma in Europa no. Qui si preferisce la metafora, la rimozione, la piazza piena. Perché scendere in strada dà la sensazione di capire, anche quando non si capisce un cazzo.
La manifestazione europea non nasce dal bisogno di giustizia, ma dal desiderio di purezza. Serve a dirsi: “Io non c’entro”. È la lavatrice morale del continente. Urlano “pace”, ma intendono “colpa altrui”. Non esiste una richiesta concreta — nessuno chiede il disarmo di Hamas, la restituzione degli ostaggi, la fine dell’indottrinamento dei bambini. Solo slogan, bandiere e selfie. È la liturgia dell’inutilità.
Nel frattempo l’antisemitismo rialza la testa. Non nei comunicati, ma nei sottopassaggi, nei portoni, negli sguardi. Gli stessi che ieri gridavano contro il fascismo oggi scarabocchiano stelle di David come se fosse un segno da cacciare. È un ritorno istintivo, quasi biologico: ogni volta che Israele viene attaccato, in Europa si apre la stagione della caccia all’ebreo. E nessuno trova il coraggio di chiamarlo per nome: odio. Preferiscono “tensione”, “malessere”, “polarizzazione”. Parole che lavano via il sangue come detersivo lessicale.
Il 7 ottobre è il giorno che ha diviso la storia recente in due: prima e dopo. Prima, l’illusione che il mondo fosse ormai vaccinato contro la barbarie. Dopo, la scoperta che la barbarie sa rinnovarsi, sa parlare inglese, usare TikTok, marciare con i nostri valori contro di noi. Israele combatte una guerra esistenziale, ma l’Europa combatte contro la propria memoria. E la sta perdendo.
Sukkot quest’anno cade dentro questa crepa. La legge ebraica dice che bisogna essere felici, che la gioia è un dovere. È un paradosso perfetto: la felicità come disciplina. Mentre gli ebrei ringraziano Dio sotto un tetto di rami, l’Occidente si raduna sotto un tetto di ipocrisie. Loro costruiscono capanne, noi costruiamo cortei.
E in mezzo, Trump — l’uomo che molti considerano una caricatura ma che è l’unico ad aver rimesso sul tavolo un processo vero, con condizioni, scambi, conseguenze. Lui parla la lingua che il Medio Oriente capisce: potere, deterrenza, reciprocità. Tutto ciò che in Europa suona volgare. Qui preferiamo le emozioni alla strategia, l’empatia alla verità, la testimonianza alla responsabilità.
A Gaza intanto la fame, le amputazioni senza anestesia, le notti senza luce. E nessuno, tra i professionisti della compassione, si chiede come un’organizzazione che dice di “resistere” riesca ancora a trovare razzi e non antibiotici. La domanda vera è proibita, perché rovinerebbe la narrazione.
Il 7 ottobre non è solo un anniversario: è un esame di realtà. Gli israeliani lo ricordano per sopravvivere; gli europei lo rimuovono per restare comodi. Israele, con tutti i suoi errori, è l’unico posto del mondo dove la libertà si difende ancora con le armi in mano. E le sue capanne di Sukkot, fragili ma reali, sono più sincere delle nostre piazze.
Perché la verità è questa: non c’è odio più antico dell’antisemitismo e non c’è vigliaccheria più moderna del giustificarlo in nome della pace. Oggi è il 7 ottobre, e chi ancora non ha capito da che parte stare ha già scelto — solo che non ha il coraggio di dirlo.
Nico Kir

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