Il 4 dicembre si voterà per il referendum confermativo della riforma cosituzionale, la cosiddetta Boschi-Renzi, arrivata all’appuntamento con gli elettori dopo innumerevoli discussioni e passaggi parlamentari, votata sostanzialmente da quasi o tutte le forze politiche. Ad essa si collega (ma è una legge ordinaria e non sta dentro la riforma) la legge elettorale, definita “Italicum”, oggettivamente migliorabile, e lo stesso Renzi si è detto disponibile a più riprese a cambiarne alcuni passaggi.
La riforma prevede sostanzialmente tre cose, riconducibili all’esigenza, avvertita peraltro da almeno trent’anni (ricordo che la commissione parlamentare Bozzi, incaricata appunto di apportare modifiche costituzionali fu istituita nei primi anni’80), di garantire maggiore stabilità al sistema politico, e quindi maggiore efficienza e capacità decisionale per l’esecutivo.
Oltre all’abolizione del CNEL, istituto che ai più sfugge il ruolo ma costoso, si vuole superare il c.d. bicameralismo paritario (due camere che fanno più o meno le stesse cose), riducendo il numero dei parlamentari coi relativi costi e accelerando al contempo i processi decisionali della camera dei deputati. Si prevede un riaccentramento a livello nazionale di alcune funzioni che la riforma del titolo V della costituzione, varata nel 2001, quando andava molto di moda la vulgata federalista, aveva riallocato alle regioni. Per conoscere meglio il merito della riforma, rimando però alle dotte e approfondite dissertazioni di tanti autorevoli costituzionalisti.
Ciò che mi interessa è il dato politico della questione. Nel merito, penso che le ragioni del SI siano oggettive. Non solo e soltanto perché a livello parlamentare la riforma è stata ampiamente discussa e “digerita”. Non solo e soltanto perché la propaganda del No, si imperni quasi esclusivamente su lamentazioni riguardanti testi malscritti, improbabili scenari apocalittici di derive dittatoriali (abolendo il Cnel e ridimensionando il senato?), tradimenti dello spirito dei costituenti , ecc., argomenti a dir poco deboli. Ma soprattutto perché la vittoria del Si, prefigura il nascere di una “terza” repubblica con relativa sistematizzazione istituzionale, – superando finalmente il travagliatissimo periodo di transizione seguito alla fine traumatica della prima.
Questa è la vera posta in gioco politica del referendum del prossimo 4 dicembre. La presa d’atto che un capitolo della storia italiana, nato nel dopoguerra con la liberazione è finito nel 1992, e che per cambiare davvero pagina bisogna anche modificare, attualizzandole, alcune regole del gioco istituzionale, in una direzione che assicuri al Paese più stabilità, maggioranze più omogenee, politiche più definite e atti di governo puntuali, conseguenti e responsabili.
La vittoria del Si indica dunque delle prospettive, che vanno certo oltre l’attuale leadership di Matteo Renzi, che ha avuto il merito di indicarle.
Sull’altro fronte, assai variegato è dir poco, non è semplice scorgerle. Cemento dell’alleanza è certo l’avversione di “testa e di pancia” al primo ministro. Motivazione che può esser sufficiente per le opposizioni all’attuale maggioranza di governo, ma un po’ limitata se si vuol spiegare l’avversione che la proposta suscita nel recinto della sinistra, e all’interno dello stesso PD, di cui Renzi è anche il segretario.
Lo sforzo di revisione culturale che Renzi ha impresso al PD, forte anche del suo carisma che gli ha consentito di parlare pure a un elettorato non “tradizionale”, da alcuni che di quella tradizione (PCI- PDS -DS, per capirsi) si credono e si fanno ortodossi garanti è stato subìto, più o meno “obtorto collo”. Analoghe “vestali dell’ortodossia”, si trovano abbondanti nel fronte del NO di sinistra (Anpi, Cgil, associazionismo vario). La sinistra o è quella da loro immaginata, o non è più sinistra, è “un’altra cosa”.
La vittoria del No, potrebbe rappresentare per essi una ghiotta occasione. Magari col tempo provare a ribaltare l’attuale maggioranza nel partito, e relegare Renzi all’opposizione. Nell’immediato una chance potrebbe riproporsi con il riaffacciarsi sulla scena politica del sistema elettorale proporzionale. Quello che ha retto i destini della prima repubblica, e che con il dogma della rappresentanza, ha di fatto determinato maggioranze instabili, governi brevi se non brevissimi e tutto sommato deresponsabilizzati dalle proprie scelte. L’esatto contrario di ciò che la riforma costituzionale vorrebbe contribuire a superare.
Un sistema che allo stato attuale farebbe comodo un po’ a tutti i fautori del No. Certo ai Grillini e alle loro posizioni populgiustizialiste, che non a caso lo auspicano esplicitamente; tirererebbero il fiato sia un centro-destra diviso e in crisi, che un’estrema sinistra che potrebbe ritrovare un interessante potenziale elettorale . Financo a eredi un po’ esausti di tradizioni politiche importanti della storia politica del paese, un proporzionale puro,- ma è difficile non ipotizzare una pur minima soglia di sbarramento,-potrebbe ridare un po’ di ossigeno.
Un interesse tutto “politicista”, che ben poco respiro lascia alla complessa situazione, politica ed economica, in cui da anni si dibatte la nazione.
Ecco perchè è assai probabile che la data del 4 dicembre porterà con sé, in ogni caso, dei cambiamenti. La vittoria del Si indicherebbe la strada futura con le prospettive di cui si è detto, ma difficilmente, stante la situazione, a sinistra, e segnatamente nel PD, le cose resterebbero immutate. Se vincesse il No, e l’ipotesi del proporzionale ricreasse alcune condizioni legate al passato, bisognerà capire quanto Renzi e la sua attuale maggioranza avranno la forza e la coerenza necessarie per continuare a rappresentare una sinistra di governo che in Italia, nella ormai lunga storia repubblicana, è stata sempre minoritaria.
Dando uno sguardo allo scenario politico italiano, e non solo, Dio sa quanto ce ne sia bisogno..
Gianluca Paolucci

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