
Ogni 25 aprile l’Italia celebra la Liberazione dal nazifascismo, un passaggio che ha restituito al Paese la democrazia e la promessa di una sovranità finalmente riconquistata.
Ma a più di ottant’anni da quel giorno, mentre le piazze ricordano la fine dell’occupazione tedesca, una domanda attraversa sempre più spesso il dibattito pubblico: quanto è davvero sovrano un Paese che ospita sul proprio territorio una delle più vaste reti di basi militari statunitensi e NATO d’Europa?
Secondo i dati ricavati da fonti ufficiali NATO, documenti del Dipartimento della Difesa statunitense e analisi pubblicate da testate italiane negli ultimi anni, le installazioni militari con presenza USA o NATO in Italia superano le 120 unità. Si tratta delle strutture note, perché accanto a queste esistono anche installazioni non dichiarate, legate a funzioni di intelligence, telecomunicazioni o supporto logistico, che non compaiono negli elenchi pubblici e che vengono spesso indicate dagli analisti come “basi segrete”.
Le basi realmente operative e strategiche sono ben documentate:
Aviano, sede della 31st Fighter Wing dell’USAF, con capacità di deterrenza nucleare nell’ambito della condivisione atomica NATO;
Ghedi, dove sono custodite le bombe nucleari B61 secondo documenti del Pentagono resi pubblici nel 2022;
Camp Darby, tra Pisa e Livorno, il più grande deposito logistico statunitense del Mediterraneo;
Sigonella, definita dalla US Navy “la portaerei americana nel Mediterraneo”, nodo cruciale per droni, sorveglianza e operazioni aeronavali;
Napoli, sede del comando operativo NATO per il Mediterraneo.
A queste si aggiungono decine di installazioni radar, centri di telecomunicazione, depositi, poligoni di tiro e infrastrutture di supporto distribuite in quasi tutte le regioni italiane.
Non sono numeri di parte: sono informazioni presenti nei documenti NATO, nelle comunicazioni del Ministero della Difesa e nelle schede tecniche del Dipartimento della Difesa USA.
La presenza militare statunitense in Italia è regolata da accordi bilaterali firmati negli anni Cinquanta e mai rivisti in modo sostanziale. Nessun governo italiano, di qualunque colore politico, ha mai messo in discussione questi accordi, come ricordato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto in un’informativa alla Camera dell’8 aprile 2026.
È un fatto. Ed è un fatto anche che molte delle attività operative condotte dalle forze statunitensi sul territorio italiano non dipendono da un comando italiano, ma da catene di comando NATO o direttamente USA.
È qui che si concentra il nodo politico: la sovranità!
Una parte dell’opinione pubblica, soprattutto in Sicilia, considera la presenza di infrastrutture come il MUOS di Niscemi un elemento di compressione della sovranità nazionale, poiché si tratta di un sistema di comunicazione satellitare militare statunitense utilizzato per operazioni globali, non italiane.
Le proteste, i ricorsi, le interrogazioni parlamentari e le sentenze amministrative degli ultimi anni dimostrano che il tema non è marginale.
Altri osservatori sostengono che la presenza USA e NATO garantisca sicurezza e deterrenza in un contesto geopolitico instabile. Ma resta la domanda: sicurezza per chi, e con quale autonomia decisionale per l’Italia?
Il 25 aprile ci ricorda la liberazione da un’occupazione militare straniera. Oggi nessuno sostiene che l’Italia sia “occupata” in senso storico. Ma è legittimo interrogarsi sul significato contemporaneo di sovranità quando una parte del territorio nazionale ospita infrastrutture strategiche di un altro Paese, quando alcune di esse hanno capacità nucleari, quando le operazioni che vi si svolgono rispondono a interessi che non sempre coincidono con quelli italiani e quando l’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
La domanda che attraversa il Paese non è ideologica: è politica, costituzionale e storica.
Possiamo dirci liberi se la nostra sicurezza, la nostra politica estera e parte del nostro territorio rispondono a comandi che non sono i nostri?
Il 25 aprile ricorda la fine di un’occupazione, ma la sovranità non è un simbolo da commemorare, ma un potere da esercitare.
E quando un Paese rinuncia ad esercitarlo, qualcun altro lo esercita al posto suo.
Il 25 aprile celebra la Liberazione, ma la sovranità non è un ricordo da custodire, ma una scelta da rinnovare.
Ogni generazione deve decidere se vuole essere padrona del proprio destino o spettatrice delle decisioni altrui.
E oggi, più che mai, questa scelta torna a bussare alla porta dell’Italia.
Sta a noi decidere se aprirla o continuare a far finta di non sentire.
Angioletta Massimino

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