
In occasione degli 80 anni da quel 25 aprile 1945, data simbolo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, sono importanti la conservazione e la valorizzazione della memoria storica, specie per le giovani generazioni.
Riporto qui un’intervista realizzata con Vannino Chiti, che è stato Presidente della Regione Toscana, Ministro per i rapporti con il Parlamento, poi Vicepresidente del Senato ed oggi è Presidente dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
La Resistenza è stata anche un insieme di valori che sono stati fondanti per la nuova Italia che nasceva dopo il disastro del fascismo e della guerra voluta dal regime?
CHITI
I valori che hanno animato la Resistenza sono stati la libertà, la democrazia, la giustizia e la pace.
La Resistenza non è stata un’esperienza solo italiana ma, per molti aspetti, europea ed è stata caratterizzata dal pluralismo: ne furono protagonisti donne e uomini, cattolici, comunisti, socialisti, liberali, esponenti del clero cristiano, da noi anche Giustizia e Libertà e, dopo l’8 settembre del 1943, ex militari, giovani renitenti alla leva della repubblichetta nazifascista di Salò.
Al tempo stesso la Resistenza è stata sia militare, nella guerriglia delle brigate partigiane, sia – soprattutto in Italia e in Francia – guerra civile contro i regimi di Salò e Vichy, sia ancora non violenta, nel sostegno della popolazione ai combattenti, ai perseguitati dalla repressione, agli oppositori, agli ebrei.
È stata insanguinata dai crimini di guerra nei campi di sterminio, dall’assassinio di milioni di ebrei, portatori di handicap, Rom e da stragi di cittadini inermi, per la vendetta nazifascista sulle popolazioni dopo sconfitte e attentati subiti dai partigiani.
La Resistenza non può essere usata “à la carte”, secondo interessi di parte condizionati da convenienze contingenti.
È tutto questo: si accoglie o si rifiuta, si è antifascisti o fascisti!
Valori che si sono, quindi, tradotti nella nostra Costituzione?
CHITI
La Resistenza e l’antifascismo sono alla base della nostra Costituzione, di quella della Germania, della Francia, delle Costituzioni democratiche nate successivamente in Spagna e Portogallo, poi nell’est europeo, nelle nazioni liberatesi dalla sovranità limitata imposta dall’Unione Sovietica.
Di più, gli ideali della Resistenza sono il fondamento della costruzione di una democrazia europea.
L’opposizione vittoriosa a fascismo e nazismo è intrinsecamente rifiuto di ogni totalitarismo, quale che sia il colore ideologico con cui si presenta.
Essere indifferenti all’antifascismo, presentarsi come “afascisti”, come ama fare una parte della destra dei nostri tempi, è un travestimento dietro il quale si nasconde la predilezione per regimi autoritari, le cosiddette “democrature”, che lasciano solo le forme della democrazia, abolendone la sostanza.
Quanto importante, dunque, la conservazione della memoria storica?
CHITI
Si è troppo spesso sottovalutata l’importanza di una conoscenza dei passaggi fondamentali della storia e di una memoria collettiva che ne fissi un’interpretazione condivisa.
Senza una memoria collettiva i popoli non hanno futuro.
Viene dunque a tutti noi, italiani ed europei, una potente sollecitazione a costruirla e renderla stabile.
La sua mancanza si paga in termini di fragilità della democrazia e di rischio per le libertà.
Ricordiamoci la raccomandazione di Piero Calamandrei: la libertà è come l’aria, ci si accorge della sua importanza solo quando ci manca, quando ormai non c’è più.
La memoria collettiva dell’antifascismo europeo, dei crimini del nazismo e fascismo si è attenuata ben presto: sono diventati prioritari, nell’immediato dopoguerra, la contrapposizione tra est e ovest, la competizione USA-URSS, il modello autoritario imposto nelle nazioni che ricadevano nella sfera di dominio sovietico ed anche le divisioni nei popoli europei di fronte all’accettazione o meno dei fascismi e dell’occupazione nazista dopo il 1939.
Ha pesato il dovere di riconoscere che la persecuzione degli ebrei trovava un terreno fertile nel secolare antisemitismo di natura laica e religiosa.
Questi ritardi pesano ma, lo ribadisco, una memoria democratica europea oggi è urgente.
I confini tra democrazie e regimi autoritari sono esili.
Per imporre l’autoritarismo non sono richieste marce di squadristi sulle capitali europee: basta rendere subalterna la magistratura, colpire libertà e pluralismo nell’informazione, ostacolare e limitare la partecipazione dei cittadini, fomentare l’odio verso i “diversi” per etnia, religione, tendenza sessuale.
Quali le prossime iniziative dell’Istituto di studi storici toscano della Resistenza e dell’età contemporanea?
CHITI
Abbiamo davanti un triennio con molti eventi storici decisivi, da ricordare, trasmettere, fare vivere nell’attualità del presente.
Nel 2025 Ottantesimo Anniversario della Liberazione, dell’ingresso ad Auschwitz dell’Armata Rossa, della fine in Europa della Seconda guerra mondiale;
nel 2026 quello del referendum da cui nasce la Repubblica, del voto alle donne, dell’elezione dell’Assemblea costituente;
infine, nel 2027 saranno ottant’anni dall’approvazione della nostra Costituzione.
Sono anche gli anni in cui matura il grande progetto di una democrazia europea, in assenza della quale vacillerebbe la pace.
Dal Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, nel 1941, al discorso di Robert Schuman, ministro degli esteri francese, nel 1950, che propose una comunità europea del carbone e dell’acciaio, comincia a snodarsi la trama di una democrazia sovranazionale, che non abolisce gli Stati nazionali, ma li integra in un progetto democratico europeo, fuori da rivalità nazionalistiche da cui erano nati due conflitti mondiali.
Bisogna, accanto alle cerimonie, necessarie ma non sufficienti, realizzare occasioni capaci di parlare e di fare riflettere i cittadini, in primo luogo le giovani generazioni, che possono ritenere scontate la libertà, la democrazia, l’Unione Europea.
Niente è stato ed è scontato: sono conquiste che hanno richiesto lotte, sacrifici, sofferenze, tante morti.
Importante è tenere fermi i valori guida, sapendo poi comunicarli con linguaggi anche diversi, dalle conferenze ai dibattiti, dai film al teatro, dal trekking sui luoghi della Resistenza ai fumetti e ai podcast.
Ciò che conta è la partecipazione, il crescere della consapevolezza che Repubblica, Costituzione, Europa, pace dipendono da noi, non solo dai governi.
Le iniziative che stiamo impostando sono varie:
- Vogliamo compiere un lavoro di ricerca storica sul ruolo delle donne italiane nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza. Siamo agli inizi ed è un percorso reso complesso dalla carenza di documentazione e da una sottovalutazione della funzione svolta dalle donne dovuta al maschilismo dominante nelle società dell’epoca.
- Si tenga anche conto che sia nei sopravvissuti ai campi di sterminio, sia nei partigiani e in quanti si opposero alla dittatura c’era un riserbo dovuto all’eccezionalità e alla durezza di quell’esperienza, che indusse tanti, per una fase non breve, a non parlarne, al riserbo nello scrivere o rilasciare testimonianze.
- Dedicheremo un convegno a riflettere e confrontarci sul legame che esiste tra vittoria sul nazifascismo, democrazie nazionali ed europea, costruzione della cooperazione e della pace tra i popoli.
- Vogliamo fare della libertà e della democrazia il nucleo centrale e il filo conduttore che lega l’impegno dell’Istituto Toscano e degli Istituti provinciali della Resistenza e dell’Età Contemporanea: su questo terreno, in collaborazione con l’università, con le istituzioni locali, con le associazioni antifasciste, intendiamo ripercorrere il concreto realizzarsi della democrazia in Toscana, attraverso una ricerca sulle classi dirigenti nel dopoguerra, dal 1944 al 1946-47; approfondire le sfide alla democrazia che si svilupparono negli anni Ottanta anche a seguito delle novità intervenute nelle società in Italia e in Europa; non sfuggire al confronto sul presente, dalle proposte avanzate su regionalismo e premierato ai cambiamenti nelle relazioni mondiali, dalle guerre in Europa e ai nostri confini alle scelte dell’Unione.
Non intendiamo volgere lo sguardo solo al passato, senza vedere i nessi con il presente.
Naturalmente un Istituto come il nostro deve porsi sul crinale della cultura politica, dell’approfondimento storico, non sconfinare sul terreno proprio dei partiti.
In questi anni sono state decisive le collaborazioni con la Regione, sia con la giunta che con il Consiglio, quelle con importanti Comuni come Firenze, Prato, Livorno, con le Università e con tanti istituti scolastici.
È cresciuto anche il rapporto con i sindacati, con artisti, organizzazioni sociali come la cooperazione.
È la strada sulla quale andare avanti, perché è decisivo coinvolgere le persone, la società civile.
Gabriele Parenti
*Questa intervista anticipa una conversazione assai più ampia che introduce il mio prossimo libro su fascismo, guerra, liberazione (titolo provvisorio: Nel baratro e oltre).

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