Capire la tempesta e il gelo, quando il sole scalda in un giorno di febbraio, è difficile come raccontare quei giorni di cinque anni fa a Kyiv. Molti in Italia, non li ricordano più ma la Rivoluzione della Dignità ha lasciato nel Mondo un segno molto forte a causa degli eventi che cominciarono il 21 novembre del 2013. Più di un milione di persone in tutta Ucraina protestarono contro il governo Yanukovich e in particolare in Maidan Nezalezhnosti e nella principale via Khreshchatyk. Qui, migliaia di persone si accamparono per spontanea protesta per mesi davanti ai palazzi governativi, contro le decisioni del governo che aveva rifiutato gli accordi promessi con l’Unione Europea. Svaniva in quei giorni l’opportunità per milioni di persone, per un paese intero, la speranza di agganciarsi all’Europa per sfuggire al giogo russo che Yanukovich rappresentava. Caddero uccisi dai Beirkut e dai cechini russi più di cento civili e centinaia furono i feriti. Molti di questi morirono bruciati dove erano stati ricoverati, nel palazzo del sindacato che prese fuoco d’improvviso. Il caos che raggiunse in quei giorni tutto il perimetro che va dallo stadio della Dinamo al museo nazionale, fino alla fermata della metropolitana in via Khreshchatyk travolse tutto il potere esecutivo del governo e lo stesso parlamento. Le immagini portate qui a corredo, lo dimostrano. Dopo l’occupazione di parte della Georgia nel 2008, Putin si sarebbe in breve tempo preso il sette percento del paese in risposta alla rivolta di Maidan. La fine della politica filo russa in Ucraina è costata l’occupazione e la guerra. L’indipendenza del paese dopo la rivoluzione della dignità ha portato in eredità tredicimila morti, più di quaranta mila tra feriti e mutilati, un aereo civile abbattuto da un missile russo con quasi trecento passeggeri e quasi due milioni di sfollati dalla Crimea e dal Donbas che si sono riversati verso il nord Est dell’Ucraina, soprattutto a Kyiv e a Lvyiv cioè la romana Leopoli. Ancora oggi la guerra continua e continuano le persecuzioni contro gli ucraini e i tatari delle zone occupate. Ancora oggi la marina russa occupa il Mar d’Azov e ha costruito un ponte dalla punta estrema del Kuban un tempo ucraino, che arriva a Kerch sull’omonimo stretto. Da quei giorni di cinque anni fa, dove la gente davvero è morta per la dignità e ha combattuto più che i venti gradi sotto zero, un nemico ancora più freddo e criminale, l’Ucraina ha continuato a recuperare se stessa e la sua storia, molto più antica di quella moscovita, soppressa da secoli di giogo. L’Ucraina non tornerà più in dietro anche se oggi il porto strategico di Sebastopoli in Crimea è occupato dall’esercito moscovita. Questo è il vaso di Pandora, da qui partano le stragi in Sirya, la pressione sulla valle d’Azov, le stragi dell’ISIS in Francia dei guerriglieri ceceni di Kadirov mascherati da fanatici islamici, le guerre per i gasdotti, che Mosca ha già da decenni pianificato con la Germania di Schröder e la Francia di Chirac. E proprio per forzare la mano alla Francia in particolare per aver rifiutato la consegna di due portaerei, che Putin ha scatenato tutto il suo esercito composto da FSB, oligarchi, agenzie militari private, e migliaia di disperati pronti ad uccidere e sgozzare innocenti, come la giornalista Poitkovskaja ha raccontato nei suoi articoli e libri, finché non è stata uccisa come altre centinaia di giornalisti e oppositori al regime di Mosca. Capire la tempesta e il gelo, quando il sole scalda in un giorno di febbraio, è molto difficile e a stento si possono tenerne a mente gli eventi, cari signori.
Enrico Martelloni
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