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1918-1919: quando il governo non valorizzo’ la Vittoria

Al tavolo della pace la delegazione italiana si presentò e si condusse ignorando la propria rete di sicurezza, la diplomazia, che non è esibizione di muscoli ma un’arte dai riti antichi.

di Aldo A. Mola | 12 Novembre 2018

Oggi l’Italia rischia il disastro perché il governo va in rotta di collisione con l’Unione Europea. Cioè contro se stessa, perché al di fuori dell’Europa e della Nato l’Italia sprofonda. I risparmi dei cittadini e i loro vulnerabili beni ambientali, monumentali e artistici valgono solo se tutelati da politica estera e, conseguentemente, militare. Diversamente sono aleatori, come quelli di tutti i paesi del pianeta. Per capirlo non è necessario ricordare le bombe degli Alleati su Roma nel luglio 1943 e la tragica sorte dell’Abbazia di Montecassino. Basta constatare la enorme distanza tra i “fondamentali” dell’economia, complessivamente ancora robusti come ricordato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e la sempre più declinante credibilità internazionale del governo, destinata a ripercuotersi su quella dello Stato. Il mondo è zeppo di Paesi dalle enormi ricchezze naturali precipitati nel disastro per irresponsabile prolungata miopia dei loro dominatori: dal Venezuela all’Iran…

Nulla è nuovo sotto il sole. L’Italia attuale rispecchia quanto avvenne giusto un secolo addietro: l’incapacità dell’Esecutivo di ottenere al Congresso di pace di Parigi (19 gennaio-28 giugno 1919)  il meritato riconoscimento dei sacrifici dei suoi cittadini nella Grande Guerra.

Oggi la Francia “celebra” la “sua”  vittoria. “Celebrare” non significa “esaltare” per ripetere gli errori del tempo che fu: vuol dire ricordare con solennità. Meditare sul passato, capirlo, spiegarlo. Esattamente quanto, purtroppo, non è accaduto in Italia se solo il 4 ottobre 2018 la Camera ha approvato una “mozione” che ha proposto di studiare e a far conoscere la partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale. Una “mozione” (approvata da 367 deputati contro 107, accampanti argomenti penosi) non è né una legge né un disegno di legge. È una speranza… o auspicio che dir si voglia. Nulla a che vedere con quanto oggi avviene a Londra e a Parigi, ove la Vittoria del 1918 è ricordata come parte del patrimonio storico plurisecolare, irrinunciabile e condiviso nei suoi aspetti principali. Il pur discusso presidente Emmanuel Macron non ha esitato a tributare il doveroso omaggio alla memoria del generale e poi maresciallo Philippe Pétain, come l’Italia dovrebbe fare, in forma altrettanto solenne, nei confronti dei comandanti che nella Grande Guerra ebbero responsabilità apicali: Luigi Cadorna, Luigi Capello (massone, poi condannato a trent’anni di carcere senza alcuna prova convincente), Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta… sino ad Armando Diaz e ai suoi due vice-comandanti, Pietro Badoglio e Gaetano Giardino, sui quali gravò la somma della responsabilità. E dovrebbe ricordare specialmente Vittorio Emanuele III, Capo dello Stato, comandante delle Forze Armate e unico interlocutore supremo e attendibile degli Alleati, come bene si vide nel convegno di Peschiera l’8 novembre 1917, quando per gli osservatori esteri (e non solo) tutto sembrava perduto ma il Re ribadì che, invece, l’Italia avrebbe retto.

 

 

 

Il 3-4 novembre 1918 l’Italia sconfisse l’Impero austro-ungarico. Vinse per sé e per gli alleati, sospettosi e ingenerosi, a cominciare dalla Francia che teneva a balia il nascente stato serbo-croato-sloveno, al quale il “santo” Carlo I d’Asburgo cedette la corazzata “Viribus Unitis”, mandata a picco dal massone Luigi Rizzo prima che divenisse una minaccia contro l’Italia. Quando l’aeronautica era ancora albeggiante, le navi erano la Politica Estera, la proiezione dello Stato. Lo si constatò quando le corazzate tedesche vennero autoaffondate a Scapa Flow per impedire che esse venissero spartite tra i vincitori e potessero divenire strumento contro la Germania. In  guerra anche il suicidio è un’arma gloriosa.

L’Italia vinse l’impero austro-ungarico. Il comandante supremo Armando Diaz, degno continuatore di Luigi Cadorna, impose che l’Austria, ormai in piena crisi per le pur tardive insorgenze nazionali a Praga, Budapest, Zagabria,  accettasse di essere attraversata dall’Esercito italiano ancora in guerra contro la Germania. Tra quanti curarono i dettagli dello strumento armistiziale va ricordato il rupestre generale Pietro Gazzera, nativo di Bene Vagienna, futuro ministro della Guerra (come ricordano i suoi biografi, Oreste Bovio e Giuseppe Novero), apprezzato dal gigantesco Ilarione Petitti di Roreto, che il 3 novembre mise piede a Trieste per proclamarla parte del regno d’Italia.

Con quella minaccia da sud, due giorni dopo la proclamazione della repubblica e il “passaggio” di Guglielmo II in Olanda (nessuno parlò di “fuga”: era condizione preliminare imposta per le trattative) al governo tedesco non rimase che chiedere la resa, sottoscritta l’11 novembre in un vagone ferroviario a Compiègne: lo stesso usato dai tedeschi quando imposero alla Francia la resa nel giugno 1940. Sconfitta a confini inviolati, la Germania venne dilaniata da sospetti di tradimenti, di mene occulte, l’invenzione di un nemico interno (la finanza straniera, gli ebrei, i massoni…), da anni intento a corrodere il tronco sano della pura razza tedesca. Mentre la Germania, completa di “spartachisti” insufflati dalla Russia di Lenin e di milizie reazionarie, galoppava verso la guerra civile, Hitler cominciò a scrivere Mein Kampf. Non bastasse, vennero pubblicati i Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Gli armistizi, le occupazioni, la miriade di microconflitti dilaganti dall’Asia al Medio e Vicino Oriente e nei Balcani si sommarono alla guerra civile in corso in Russia accelerando la catastrofe suicida dell’Europa, il caos sociale, il crollo dei più elementari valori civili che avevano sorretto un secolo di pace affannosa (1815-1914).

Malgrado l’apparente unità d’intenti in breve emerse la contrapposizione tra gli Stati Uniti d’America e quel poco che rimaneva dell’Intesa, tra la Società delle Nazioni proposta a Parigi sin dal giugno 1917 e la Lega delle Nazioni prospettata dal presidente degli USA, Woodrow Wilson, in linea con i Quattordici punti enunciati l’8 gennaio 1918 quale palafitta della pace futura: libertà dei mari (ovvero dei commerci), autodeterminazione dei popoli (cioè plebisciti nelle zone mistilingue)  e disarmo. Quando entrarono in guerra contro gli Imperi Centrali gli USA lo fecero “in proprio”, senza condividere i trattati stipulati dall’Intesa anglo-franco-russa (lo zar, del resto, era ormai stato deposto) né l’engagement con il quale il 26 aprile 1915 l’Italia aveva aderito all’Intesa senza per divenirne componente : alleanza asimmetrica nei contenuti e negli obiettivi.

Alla conferenza per la pace, aperta a Parigi il 12 gennaio 1919, il governo italiano (il presidente del Consiglio,Vittorio Emanuele Orlando, e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino) andò convinto di rappresentare una grande potenza e di ottenervi non solo quanto previsto dall’accordo di Londra ma anche Fiume, che però era strategica per l’accesso al mare non solo dell’Austria ma anche dell’Ungheria e delle terre retrostanti. La grande guerra non aveva insegnato molto a chi, come il ministro degli Esteri dell’Italia, Sidney Sonnino, aveva una visione arcaica degli scenari aperti dal crollo di quattro Imperi (Russia, Germania, Austria-Ungheria e Turco-ottomano) e ancora si affannava sulla carta geografica come quando puntava il dito su Argirocastro. Il presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, non era da meno. Il loro “accompagnatore”, Salvatore Barzilai, ebreo, massone, patriota integerrimo e spirito universale, scoprì presto che avrebbe fatto meglio a rimanere a Roma. Al tavolo della pace la delegazione italiana si presentò e si condusse ignorando la propria rete di sicurezza, la diplomazia, che non è esibizione di muscoli ma un’arte dai riti antichi. Pretese di imporsi, accampando i propri caduti. Sennonché francesi e inglesi ne contavano molti ma molti di più. E gli Stati Uniti per la vittoria sugli Imperi Centrali non solo avevano speso di proprio ma avevano concesso giganteschi prestiti, anche all’Italia. Le scarne comunicazioni alla stampa nascosero il vero andamento dei lavori, fatto di trame sottili, accordi sottobanco e influenze inconfessabili esercitate anche vellicando tanti delegati inclini ai sette peccati capitali.

Il governo di Roma compì l’errore politico di oscurare il ruolo svolto dai militari. Sin dal gennaio 1918, quando l’Esercito aveva appena vinto la battaglia di arresto contro l’offensiva austro-germanica, fu istituita la Commissione d’Inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre all’8 novembre 1917, cioè su “Caporetto”. Essa si risolse nel discredito generalizzato degli alti comandi. Mentre la Francia elesse una Camera “bleu horizont”, con la nascita del Partito popolare italiano, orchestrato da don Luigi Sturzo, e l’estremismo rivoluzionario dei socialisti che volevano “fare come in Russia”, in Italia si prospettò il crollo della dirigenza che aveva voluto l’intervento e ancora era al governo.

Alla base della debolezza del confronto tra Roma e gli Alleati non vi fu la supposta protervia di Wilson, Clemenceau e Lloyd George ma la divisione tra gli italiani. Orlando e Sonnino rimasero succubi dell’oltranzismo nazional-imperialistico. Il 23 aprile il presidente degli USA si rivolse direttamente agli italiani, chiedendo che condividessero il “suo” progetto di pace. Per protesta i rappresentanti dell’Italia abbandonarono la Conferenza: una “captatio benevolentiae” per partiti e movimenti di esagitati all’interno del Paese, un fiasco clamoroso nei rapporti internazionali. Il 29 aprile, infatti, venne approvato lo Statuto della Società delle Nazioni, la cui importanza, proprio per gli interessi dei Paesi meno forti, qual era l’Italia, non venne compresa da Roma, come bene ha documentato Italo Garzia in “L’Italia e le origini della Società delle Nazioni”. A Orlando non rimase che tornare a Parigi e sottoscrivere quanto ormai deciso in sua assenza.

La politica estera non è una variabile indipendente dal peso effettivo politico, militare ed economico degli Stati. Non si regge su “annunci”, pretese unilaterali, ventilate minacce e vanterie (“otto milioni di baionette”), ma sui “fatti”, sulla machiavelliana “realtà effettuale”, a cominciare dalla solidità del bilancio dello Stato.

È quanto avvenne nel 1919. E ancora vale nel 2018. Certo anche la memoria della propria storia è fondamentale, perché corrobora l’unità nazionale e la consapevolezza del passato. È fondamentale, anzi, in un Paese quale l’Italia: regno unitario dal 1861, ma unificato davvero solo nel 1918: una ricorrenza, quest’ultima, scivolata via sommessamente, come scrivono Pierluigi Romeo di Colloredo-Mels e Marco Cimmino nel numero di “Storia in Rete” ora in edicola: “1918: l’anno della Vittoria”. Quest’ultima fu un traguardo dal costo drammatico, da valorizzare sull’esempio di quanto all’estero fanno alleati ed ex nemici di un tempo, ora uniti nella concorde discorde anima euro-occidentale.

 

Aldo A. Mola     

 

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, 4 novembre, anni, anziani, battaglia, capitali, capo dello stato, comandante, commissione, crisi, estero, euro, europa, forze armate, francia, futuro, germania, governo, governo italiano, grande guerra, guerra mondiale, importanza, iran, italia, la germania

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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