80 anni fa, il 10 giugno 1940 dopo che Mussolini aveva annunciato l’entrata in guerra contro la Gran Bretagna e contro una Francia ormai sconfitta dai tedeschi, che si preparavano a occupare Parigi, Roosevelt tenne un discorso nel quale parlò di pugnalata alle spalle e questa espressione è passata alla storia.
Tuttavia, negli ultimi anni, capita di leggere titoli del tipo “non fu una pugnalata alla schiena”. Alcuni osservano che per pugnalata alle spalle s’intende il tradimento mentre Italia e Francia non erano alleate, anzi i rapporti erano tesi e appartenevano a schieramenti opposti. Ma la sostanza cambia poco. Siamo nel Paese di Francesco Ferrucci e sappiamo che vibrare un colpo a chi è ferito e moribondo è sempre un atto che induce a riprovazione.
In altri articoli si va più nei contenuti e si sostiene che la stessa Francia auspicava l’entrata in guerra dell’Italia per avere un interlocutore meno inflessibile dei tedeschi. In realtà fu Hitler che impedì a Mussolini di esigere condizioni più onerose come la consegna della flotta. e degli aerei. Non lo fece per generosità ma per impedire che la flotta si consegnasse agli inglesi.
Inoltre, ci furono tentativi della diplomazia transalpina di evitare la guerra con l’Italia offrendo concessioni in Tunisia, in Algeria e in Somalia. Infatti, quando si profilò l’attacco tedesco, il generale Gamelin dichiarò che era essenziale assicurarsi la neutralità italiana.
Quindi il coup de poignard ci fu. E fu un triste evento della nostra storia, di cui non sottovaluterei la portata in nome di un malinteso senso dell’orgoglio nazionale, che qui non è in discussione, perché la responsabilità non ricade sul popolo italiano ma su chi volle quella guerra come riconobbero anche le Potenze alleate.
Antonio Spinosa riporta una conversazione telefonica del 5 giugno con Claretta Petacci intercettata dal SSR dell’Ovra (lo stesso capo del governo aveva disposto di intercettare tutte le telefonate) nella quale Mussolini disse di aver fatto presente a Badoglio che quello era il momento di entrare in guerra per “stabilire il diritto di prelazione all’atto del banchetto” . Badoglio aveva osservato che per la critica situazione in cui erano i francesi non sarebbe stato generoso dare proprio in quel momento una così tremenda pugnalata alla schiena alla nostra sorella latina . Mussolini replicò che la responsabilità politica era interamente sua[i].
Insomma, Badoglio usò proprio il termine pugnalata alla schiena e ,di fatto, Mussolini non la smentì.
Merita inoltre, notare che il duce avesse voluto onorare il Patto d’acciaio, come scrisse a Churchill, bastava che sulle Alpi si mantenesse sulla difensiva in attesa della stipula dell’armistizio che la Francia aveva giù richiesto. Invece volle affondare il pugnale per avanzare nel territorio metropolitano francese ed esigere maggiori concessioni territoriali.
Ma a breve campagna delle Alpi rappresentò uno smacco per il regime, preavviso dei futuri disastri.
L’esercito italiano schierò 22 divisioni (circa 300.mila uomini ) e tremila cannoni. L’ Armée des Alpes aveva 175 mila uomini di cui 85 mila in prima linea ma poteva contare su un solido sistema di fortificazioni articolato su tre linee difensive. Soprattutto, però, erano le barriere naturali a rendere difficile un attacco sulle Alpi occidentali. Tanto che secondo von Clausewitz “Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta”[ii].
A questo si deve aggiungere che l’Armée des Alpes non si perse d’animo e un soprassalto d’orgoglio fu dato proprio dallo sdegno per la “pugnalata”.
Mussolini, che aveva detto di aver bisogno di qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori, tergiversò finché le sorti del conflitto franco- tedesco non furono decise. Ma poi la rapidità dello sfondamento del fronte che fece apparire prossima la capitolazione lo rese impaziente di passare quanto prima all’ azione.
Il 16 giugno, quando ancora l’offensiva sulle Alpi non era stata sferrata, la Francia presentò la richiesta d’armistizio e Hitler convocò a Monaco il suo alleato per discuterne le condizioni.
Mussolini avanzò richieste esorbitanti: l’occupazione del territorio metropolitano fino al Rodano, della Corsica, della Tunisia, di parte dell’Algeria e di Gibuti. Inoltre, la consegna immediata della flotta navale e aerea. .
Hitler si oppose alla consegna della flotta ma approvò le altre clausole che, però, non ebbero seguito perché, ben presto, Mussolini cambiò atteggiamento e accettò la richiesta francese di limitare l’occupazione ai soli territori che le truppe italiane avevano conquistato: una sottile striscia profonda 30 km. con circa 28mila abitanti[iii].
Contribuì a questo passo indietro la decisione di Hitler di stipulare separatamente i due armistizi. Di conseguenza, l’ormai evidente insuccesso nella battaglia delle Alpi avrebbe fatto ritenere ingiustificate rivendicazioni così ampie da parte della stessa opinione pubblica italiana oltre che da quella internazionale. .
Le truppe italiane erano passate all’offensiva il 21 giugno con 20 divisioni contro le 6 francesi. Ma l’impervia viabilità aveva consentito solo la concentrazione di modesti reparti sulla linea del fronte. Così, sul piccolo S. Bernardo, la Redoute ruinée, una fortificazione presidiata solo da quarantacinque chasseurs des Alpes riuscì a resistere agli attacchi. Lo stesso accadde in altri punti del fronte dove le strade non consentivano il passaggio di mezzi corazzati e di armamenti pesanti.
Tanto più che lo schieramento francese era molto in profondità, su tre linee e la pressione italiana si arrestò davanti alla prima linea di resistenza [iv] E influirono su questa capacità di difesa anche le scelte tattiche del generale Olry che concentrò truppe scelte e artiglierie nei punti cruciali.
Anche sulla costa le cose non andarono diversamene. L’offensiva fu bloccata al Ponte S.Luigi e tentativi di sbarchi non ebbero successo. Mentone fu parzialmente occupata mediante un aggiramento dal versante alpino. Ma non fu possibile un’avanzata su Nizza che pure, per gli italiani, aveva un forte valore simbolico.
Invece di prende atto delle insufficienze organizzative, della mancanza di adeguati armamenti e delle carenze dell’ equipaggiamento, Mussolini addossò la colpa alle truppe rilevando che anche Michelangelo non avrebbe potuto scolpire i suoi capolavori se non avesse avuto un’idonea materia prima.
Peraltro, il dittatore fascista tenne in tutta la vicenda un atteggiamento oscillante. Assumeva pose magniloquenti ma poi appariva incerto. Voleva emulare Hitler e soprattutto lo temeva .Scese in guerra per sedersi al tavolo dei vincitori come capo di una grande potenza ma, ai suoi,disse di voler evitare che Hitler una volta vinta la guerra contro la Francia si volgesse contro l’Italia per punirla della sua neutralità .
Qualche tempo prima aveva affermato che entrando in guerra contro Francia e Gran Bretagna ci si doveva attendere l’intervento americano. Ma poi fu suggestionato dai fulminei successi della Germania nazista, credette in una guerra breve e in una facile vittoria.
Il 10 giugno aveva proclamato che “un’ora segnata dal destino batte sul quadrante della nostra storia” . E davvero quella scelta segnò un destino tragico per l’Italia
[i] A Spinosa, Vittorio Emanuele III . Astuzia di un re, Milano 1990 p. 363
[ii] Citato da G.Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista 1940-1943, Milano, Mondadori, 1996,p.145.
[iii] R. De Felice, Mussolini il duce vol II , Torino 2008 p..136
[iv] E. Bauer Storia controversa storia della seconda guerra mondiale vol 2 , Novara 1970 , p. 225

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