Se ci pensate, queste sono pressappoco le medesime parole che un giorno sì e l’altro pure Matteo Renzi rivolge alla minoranza del suo partito.
Roma, immediato dopoguerra. Pur di sbarcare il lunario, si era disposti ai lavori più improbabili. Bimbetto, a Piazza Quadrata, come i romani chiamano Piazza Buenos Aires, ho assistito a una scenetta niente male. Due tipi secchi come chiodi facevano dimostrazioni della bontà degli impermeabili che intendevano piazzare agli astanti. L’uno se lo infilava e l’altro lo bagnava con un innaffiatoio che non recava pregiudizio al vestito del primo. Sennonché un ragazzetto con una faccia da birba a gran voce indicò il punto del vestito violato dall’acqua piovuta sull’impermeabile da quattro soldi. Al che uno dei malcapitati, colto sul fatto, replicò con un filo di voce “Ragazzo, lasciaci lavorare”. Se ci pensate, queste sono pressappoco le medesime parole che un giorno sì e l’altro pure Matteo Renzi rivolge alla minoranza del suo partito. “Ragazzi, lasciateci lavorare”. Conoscendo il tipo, si tratta con ogni evidenza di un pluralis maiestatis e non già un pluralis modestiae. Almeno su questo, non ci piove.

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