Sono ormai pericolosi ed evidenti, i segni di un’ impalcatura che poco regge agli scossoni e dove invece sono gli egoismi nazionali a guidare le scelte.

E il mondo che ci è vicino non sta girando bene.
Limitiamoci a esplorare – in questi ultimi giorni non si parla d’altro – il caso Grecia, che al di là delle vicende specifiche di quel Paese, è destinato a segnare un punto di svolta che sarà significativo sul futuro del disegno europeo, nel suo complesso.
Dopo ore al cardiopalma, sia nel Parlamento di Atene che fuori, con gli scontri in piazza tra polizia e un gruppo di anarchici, la prima tranche di misure che Bruxelles ha imposto alla Grecia sono state approvate .
Una scelta difficile ma coraggiosa quella di Alexis Tsipras (c’ è da chiedersi solo perché prima abbia fatto quella mossa poco avveduta del referendum, dove – com’era facilmente prevedibile – i “no” da lui stesso fomentati hanno nettamente prevalso) che consapevolmente ha spaccato la sua maggioranza di governo . Ma come, lo stesso premier ha detto, a Bruxelles aveva di fronte tre alternative: o l’accordo, o il fallimento con tutte le conseguenze, o il piano Schaeuble per una moneta parallela. E fra le tre soluzioni ha ritenuto di fare una “ scelta di responsabilità”, accettando il rischio della frattura -come le ore a seguire hanno confermato – con larga parte di Syriza che lo accusa di “tradimento” e, di conseguenza, mettendo in gioco la sua stessa posizione politica.
Ma non tutti sono d’accordo ad aiutare la Grecia e in definitiva, a sostenere l’ Unione Europea: un Unione che in questi ultimi mesi – a iniziare dal tema irrisolto dell’ immigrazione e dell’accoglienza ai profughi – mostra, pericolosi ed evidenti, i segni di un’ impalcatura che poco regge agli scossoni e dove invece sono gli egoismi nazionali a guidare le scelte.
Valgano per tutti le chiare parole del Ministro del Tesoro britannico Osborne, che non ammettono repliche: “I greci non avranno i nostri soldi. La nostra chiusura agli aiuti è già decisa da tempo”.
E’ la logica, tutta ragionieristica, del dare-avere, in cui le partite debitorie e creditorie devono quadrare.
A volere considerare le cose in tale ottica, è allora da vedere in termini concreti quali sono i Paesi UE qualificabili come contribuenti “più generosi” e quali sono quelli che invece hanno sinora beneficiato di maggiori aiuti. La “graduatoria“ è proposta da una rilevazione dell’Ufficio Studi della CGIA (Associazione Piccoli Artigiani) di Mestre effettuata, sulla base di dati della Commissione europea (per una sintesi del lavoro, si veda, nell’Area Stampa del 13 luglio: http://www.cgiamestre.com/2015/07/paghiamo-molto-allue-ma-contiamo-poco/).
Se si prende come parametro di riferimento il dato pro-capite, sono i Paesi nordici (Belgio, Paesi Bassi,Danimarca, Svezia ecc.) a guidare la classifica e l’Italia si attesta all’undicesimo posto, con un impegno economico per residente che nel periodo considerato (2007-2013) è stato pari a 623 euro.
Se però si ragiona in valori assoluti, il nostro Paese si posiziona a un buon quarto posto, dopo la Germania, il Regno Unito e la Francia.
In particolare, nel settennato oggetto di analisi, l’Italia ha registrato un saldo negativo di 37,9 miliardi di euro nei confronti dell’Ue: a fronte di 109,7 miliardi di euro versati, da Bruxelles ci sono “ritornati” 71,8 miliardi di euro.
Tra i Paesi, invece, che hanno ricevuto dall’Unione più di quanto hanno dato lo studio della CGIA segnala l’Ungheria, con un saldo positivo di 20,3 miliardi, il Portogallo, con 21,8 miliardi, la Grecia, con 32,2 miliardi, e la Polonia, con 57,8 miliardi di euro.
La ricerca della CGIA è certamente di interesse, pur se la filosofia di fondo che vi è sottesa non piace. Il ruolo politico che spetta ai Paesi membri non va ponderato solo in base agli esborsi economici da questi effettuati (e non a caso, d’altra parte, la stessa CGIA si domanda perché l’Italia “conti poco” pur se “paga molto”), perché il denaro non può essere l’unica leva attorno a cui gira il mondo.
Suona, invece, molto importante e come un segno di apprezzabile orgoglio, la voce che si è levata dal popolo greco quando con il referendum ha espresso il suo sdegno verso gli attacchi dissennati dei partner europei.
L’élite greca negli anni ha accumulato un pesante bagaglio di colpe, ma della crisi può farsi un’opportunità propizia, segnare un punto di svolta che sarà significativo sul futuro, per costruire non solo un’altra Grecia ma anche e soprattutto un’altra Europa, alla quale vogliamo continuare a credere.

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