
Righi è evidentemente di quelli che pensano che il diavolo, e che diavolo, si nasconda nei dettagli, ed è lì che va a cercare le magagne del sistema bancario, da bravo cronista che ha visto piangere sul podio i risparmiatori rovinati che nel 2014 possedevano azioni che valevano più di 62 euro (Popolare di Vicenza) e ora non hanno trovato compratori a 10 centesimi. Una Banca, tanto per capire uno dei tanti errori, quello della smania di espansione, che nel 2008 aveva pagato 12 milioni di euro per ogni nuovo sportello (proprio ora che il pubblico in filiale è dimezzato). Meno del valore che ha oggi l’intera Banca.
I fatti impietosamente descritti sono quasi incredibili, se non altro per non aver scalfito i comportamenti burocratici degli organi di controllo e di vigilanza, sui quali organi qualche riflessione e qualche provvedimento sarebbero quanto mai opportuni.
Il catalogo degli errori, e più spesso degli orrori, ha risvolti persino romanzeschi. Banchieri con la passione per le automobili di lusso come il bon vivant presidente BPM Ponzellini che compra Porshe Cayenne a gogo, o l’Audi A5 del presidente di Banca Marche, a spasso ovunque tranne che nei territori di competenza. Ma c’è direttamente anche un autista di professione che fa il bello e cattivo tempo alla Banca di Chieti, una delle 4 del dissesto. O il signor Filadelfio Arcidiacono, cui la Carige paga 39 milioni di indennizzi, e fa girare attorno a sé altri milioni. Peccato che il sig. Filadelfio non esista, un nome fittizio, un’invenzione. Il presidente Berneschi, da mezzo secolo di casa in banca, si giustifica dicendo che è un errore dell’anagrafe interna, “utilizzata per fini meramente statistici”. “Solo i soldi sono veri – scrive Righi – ma quelli spariscono”.
Il guaio è che questi fatti sono rilevati dalla Banca d’Italia nel 2008, e il disastro di una Banca fondata otto anni prima che Cristoforo Colombo scoprisse l’America, viene a galla solo nel 2015, l’anno che Righi indica come quello della svolta, propiziata dall’Unione Bancaria del 2014, caratterizzato dalla trasformazione delle grandi Banche Popolari, dall’avvio della riforma delle Rurali, ma anche dei disastri dell’immensa periferia bancaria, delle ex capitali finanziarie di piccoli centri come Montebelluna che – in nome della “territorialità”, un imbroglio concettuale purtroppo diffuso – sono diventate Banche nazionali con ambizioni internazionali.
Ce n’è per tutti, nel catalogo di Righi.
La tesi di fondo dell’autore è che il problema sia sostanzialmente di governance. Intesa non solo come amministratori inamovibili, incapaci ma strapagati, che si prestavano milioni – non restituiti – all’interno di Consigli di amministrazione e persino di Collegi sindacali. Ma governance intesa anche come organi di controllo che non hanno funzionato, persino quando hanno visto, verbalizzato, elevato qua e là qualche multa.
Tancredi Bianchi, l’autorevole ex presidente di ABI, ha recentemente sostenuto che bisognerebbe separare gli azionisti dagli amministratori, e forse ha ragione, ma va detto che in questo libro sono davvero tanti i professori universitari, i manager puri, i tecnici, che hanno fatto guai più degli industriali improvvisatisi banchieri.
Eppure, non sembri paradossale, ma Stefano Righi non denuncia tutto questo come certi cronisti anti casta che danno spazio solo ad argomenti distruttivi della politica e in fondo della democrazia. Righi non riesce a nascondere di voler bene alle Banche. Dunque, un sussulto di rigore è alla fine quello che auspica. Forse siamo in tempo, perché c’è anche tanto di buono in un sistema in cui ci sono ancora dei galantuomi.

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