C’è ancora molto da fare: depenalizzare molti settori della nostra legislazione, riformare maggiormente la giustizia penale in materia di misure cautelari, modernizzare le strutture, valorizzando quelle già esistenti , formare adeguatamente il personale e intensificarlo.

Politicamente la questione ha suscitato mal di pancia da parte dei leghisti e dei dipietristi a seguito del ricorso al voto di fiducia. Una scelta determinata dai tempi stretti per la conversione, che rischiavano di far scadere il decreto (il termine è il 20 febbraio) e dall’ostruzionismo messo in atto dalla Lega. Oltre 500 gli emendamenti presentati dal Carroccio che attacca il Governo Monti proprio su un punto del decreto legato al trasferimento del detenuto agli arresti domiciliari, una volto giunto a 18 mesi dal fine pena. Una posizione assurda, dal momento che pochi mesi fa il centrodestra compatto, Pdl e Lega Nord, votò a favore di una misura che prevedeva la custodia domiciliare a 12 mesi dal fine pena e la proposta era dell’allora ministro della giustizia Angelino Alfano, Pdl. Possibile che 6 mesi di differenza possano suscitare tali polemiche?
Personalmente credo che occorra riconoscere validità al provvedimento, condividerne e apprezzarne la concretezza dopo tante promesse e troppe parole. Ciò ovviamente non toglie che la questione carceraria continui ad essere purtroppo un problema drammaticamente irrisolto. C’è ancora molto da fare, bisogna depenalizzare molti settori della nostra legislazione, riformare maggiormente la giustizia penale in materia di misure cautelari, occorre poi modernizzare le strutture, valorizzando quelle già esistenti sul territorio nazionale, formare adeguatamente il personale e intensificarlo, rendendo il carcere più umano e in linea con la Costituzione come ci richiede l’Europa e la nostra coscienza civile.
L’attenzione alla gravità delle condizioni di vita in carcere viene spesso richiamata da episodi clamorosi o tragici, come le morti in cella e in particolare i suicidi di detenuti.
Non meno significativi sono i suicidi compiuti da agenti di custodia, poiché anch’essi sono il risultato di un ambiente troppo degradato. Ma l’occasionale attenzione dell’opinione pubblica presto svanisce, mentre il problema resta, giorno dopo giorno, ormai da troppi anni. Nelle carceri italiane i detenuti sono ora circa 68.000 e sono ristretti in prigioni che potrebbero riceverne solo 45.000.
Si può continuare così? Sembrerebbe di no, poiché c’è un’evidente contraddizione con la Costituzione che vieta le pene contrarie al senso di umanità, con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proibiscono le pene e i trattamenti inumani o degradanti.
Per questo credo che i provvedimenti introdotti dal Ministro Severino sono di assoluto buon senso e vanno nella direzione di una maggiore civiltà, pur riconoscendo la necessità di dover affrontare il problema in modo più ampio, individuando soluzioni che pongano fine ad una questione ancora drammaticamente aperta.

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