Si svolgerà a Venezia, dal 25 al 27 ottobre, il congresso nazionale del PSI. Il partito, che è tornato in parlamento grazie all’accordo stipulato con il PD, è di fronte a scelte importanti. Qualcuno dice che è in gioco la sopravvivenza. A noi piacerebbe che non di questo si discutesse (sarebbe comunque una sopravvivenza stentata e di scarsissima utilità e incidenza). Ci piacerebbe, piuttosto, che si discutesse di una reale trasformazione. E di un contributo alla creazione, assieme ad altri, di una presenza politica nuova anche se saldamente ancorata alla cultura laica, liberale e progressista. Sul congresso del PSI pubblichiamo, dopo quelli di Alberto Benzoni, Vincenzo Caciulli, Luca Fantò e Gianfranco Schietroma, l’intervento di Alberto Aloisi. Pensalibero è aperto a tutti coloro che vorranno esprimersi. (n.c.)

Da prima vorrei sottolineare la necessità di uscire da un equivoco di fondo: qui in discussione non è l’utilità del socialismo ma il Psi e soprattutto questo Psi.
Persone più colte e preparate di me hanno pensato bene di ricordare che un partito è utile quando risolve i problemi della gente; quando, invece, è parte esso stesso del problema allora l’utilità dell’organizzazione partitica viene meno.
Ecco, il nostro Psi si colloca in una fascia di mezzo tra l’essere parte del problema e fonte di miglioramento della vita delle persone. Da troppi anni ormai il partito ha assunto una piattaforma programmatica minimale incentrata prevalentemente sul tema dei diritti civili: ius soli, diritti dei carcerati e dei gay, divorzio breve sono temi cari ai socialisti. Ma oggi, in Italia, si trovano altri partiti ed organizzazioni che condividono assieme al Psi questi temi e che meglio del Psi sanno interpretare le lotte utili alla loro affermazione. Infatti il Psi non è un partito movimentista. E questa sua natura “borghese” dovrebbe indurlo naturalmente ad occuparsi di altri temi che poi, stante la crisi attuale, sono quelli che interessano maggiormente le persone. Per salire alla ribalta (mediatica) occorre, però, avere il coraggio di mettere il dito nella piaga: il Psi non ha mai parlato se non timidamente di banche, del piccolo imprenditore strangolato da uno Stato vessatore, di un sistema di potere che distrugge il merito, della profonda disparità tra dipendenti pubblici e privati (anche a costo di scontrarsi con il sindacato). Questo dovrebbe fare, a mio avviso , un partito che aspira alla tanto sognata autonomia.
Perciò, punto primo, la piattaforma programmatica: un programma audace che parli da sinistra a quel mondo moderato e laborioso che non si ritrova nei due poli e soprattutto nel Pd, nei confronti del quale questo partito si è appiattito fino ad apparire troppo spesso un copia brutta e piccola della sinistra democratica.
Punto secondo la visibilità: se non ti vedono non ti votano. Da troppi anni ormai il PSI non si conta. Le soluzioni e le alchimie elettorali adottate in questi anni per ottenere un numero sufficiente di voti per i seggi sono state le più disparate. Trascurando la mancata partecipazione alle primarie del centro sinistra del Novembre scorso, l’elettorato socialista, per quanto esiguo, non può trovarsi costretto a votare un altro partito nel quale il Psi si è mimetizzato. Se non siamo in grado di contarsi occorre prenderne atto, ma allungare l’agonia serve a poco.
Terzo, la forma organizzativa del partito: il partito si comporta ormai come una specie di franchising al contrario in cui il prodotto (la base, il territorio) ancora esiste ma il marchio “non tira”. Prova ne è l’enorme disparità tra i voti che i socialisti ottengono nelle tornate amministrative rispetto alle elezioni nazionali. Se questo risponde a verità, occorre rivedere, se non superare, l’organizzazione secolare del partito a favore di un modello federale che metta al centro le autonomie locali e le condizioni politiche territoriali in cui i compagni lavorano con capacità ed in forma volontaria. Il rispetto della autonomie locali e dei territori rappresenta l’unico sistema non solo per evitare ulteriori fenomeni entropici, ma anche per intercettare un mondo a noi affine che non si riconosce nelle stretto cerchio identitario del Psi. Il modello classico di partito fatto di pesanti direttivi, esecutivi, segreterie, è utile al mantenimento degli equilibri interni al partito, ma lontano da una società che corre veloce e che ha bisogno di risposte pronte e concrete. Una struttura più “light”, insomma, che si apra all’associazionismo e che, pur con i contributi offerti dalla rete, incoraggi il contatto fisico tra le persone.
Quarto, le prossime elezioni: ho iniziato a leggere le prime proposte strategiche per riportare i membri del Psi al Parlamento Europeo. Il tentativo di fare un listone che abbracci la sinistra del Pd (se non tutto il Pd) ma soprattutto Sel sotto l’emblema del Socialismo Europeo presenta, a mio avviso, molti limiti. Sel avrà pure abbracciato il socialismo europeo; ma, sia a livello di politiche nazionali che di condotte territoriali, questa forza appare molto lontana se non antitetica a qualsiasi idea di riformismo e di socialismo liberale. Il rischio concreto è quello di fare il solito listone utile ad entrare in parlamento e poco altro. Come spesso accade, inevitabile, sarebbe il corto circuito con i livelli amministrativi in cui le alleanze sono le più disparate e Sel in molte aree si comporta come una forza molto post comunista e poco ex comunista. Continuare con l’eterno equivoco di voler far calare nei territori le opportunistiche alleanze nazionali non solo rappresenterebbe l’ennesimo tentativo destinato al fallimento ma finirebbe per indebolire quel pensiero liberal-socialista che è l’unico a cui attingere ed a cui ispirarsi per il Psi del futuro.
Infine, il solito ritornello dei giovani : occorre, investire nella formazione di una nuova classe dirigente da formare proteggere e lanciare nelle amministrazioni. Ma per fare questo occorre coraggio e generosità difficile da trovare oggi. Il Psi che uscirà dal congresso di Ottobre saprà fare tutto questo? Spero di si, sempre che riesca a sopravvivere a se stesso.

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