Perché esiste qualcosa invece che nulla? A quest’interrogativo, molte sono state le risposte. Una in particolare, è quella che emerge dalla lettura dell’opera di Giorgio de Santillana. Autore di alcuni saggi e soprattutto, insieme a Herta von Dechend, del saggio, che non è esagerato definire monumentale, dal titolo Il mulino di Amleto. In questo nostro resoconto, non solo dell’opera, ci muoveremo attraversando secoli e secoli di memorie, alla scoperta del linguaggio degli antichi, il linguaggio del mito, attraverso il quale come dice Campanella “si ravvisano come i pezzi di un puzzle, ingegnose costruzioni narrative che si erano venute diffondendo e che, ricomposte almeno in parte, si rivelano essere il primo linguaggio scientifico”.
Ho ritenuto solo ora, all’età di quasi cinquant’anni, di possedere elementi sufficienti per intendere finalmente che cos’è l’Ars regia ovvero cosa rappresenta da sempre l’unica vera Arte della fuga.
Come ogni arte, occorreva, pensavo, che fosse appresa, sperimentata e quindi applicata. Ma, se finalizzata alla fuga, lo spazio soprattutto fisico in cui si materializzasse sembrava pur sempre limitato. Oltre lo spazio, quello fisico, quello geometrico, appariva lo spazio, tuttavia sconfinato della metafisica, e quindi sarei poi stato capace, magari anche da lì, di progettare e realizzare un’eventuale via di fuga? Tutto questo si era dunque manifestato finora in modo più o meno inconsapevole.
Arte, è tuttavia un termine del linguaggio dell’uomo che racchiude l’intero linguaggio. Una sorta di tautologia. Tutto quello che è stato, è e sarà linguaggio dell’uomo è arte. La nostra storia è arte. Ogni attività umana è arte, sia essa consapevole o inconsapevole. E qui la storia – che occorrerebbe di nuovo ordinare; in quanto, non è mai a caso, il termine arte deriva dall’antico sanscrito Are e stava appunto per “ordinare” – inizia immediatamente ad intrecciarsi. Come il più noto ed assai recente nodo gordiano sciolto purtuttavia da Alessandro il Grande. Nel racconto della storiografia recente, William Shakespeare avrebbe reso il fatto comune, attribuendone la capacità ad Enrico V (1387 – 1422) re d’Inghilterra dal 1413 e fino alla morte: “Portategli il discorso su argomenti, che richiedano acume e sottigliezza, vi saprà sciogliere il nodo gordiano di tutto, come la sua giarrettiera”
(Enrico V, Atto primo, scena prima, 45-47).
Se, come abbiamo detto, esiste davvero un’Arte della fuga o anche un ordine della fuga, cosa esattamente dovremmo intendere con il termine “ordine” e cosa con il termine “fuga” e cosa esattamente con l’espressione Arte della fuga?
Potreste aver ritenuto eccessivo iniziare questa nostra storia assegnando subito una netta e la più ampia definizione al termine Arte. E invece, sta proprio qui il paradosso d’inizio della storia. Una storia, che ha infatti la pretesa di raccontare la storia dell’umanità. Forse a partire dal Neolitico. E comunque da quando l’uomo ha principiato a raccontare la storia a se stesso di se stesso e della natura che lo circondava e che riusciva ad immaginare.
Ma, così dicendo, siamo andati ancora oltre. E in effetti è proprio questo il rischio di non capire la storia, perché quando tutto ha inizio, non è più possibile che il moto, il movimento della struttura narrativa, possa più arrestarsi. Sarebbe infatti la fine di tutte le cose.
Gottfried Wilhelm von Leibniz, non ultimo tra tanti, disse, espressamente, perché esiste qualcosa invece che nulla? La nostra storia si avvale tuttavia piuttosto dei non detti. Delle cose che hanno fatto fanno e faranno parte della storia dell’umanità e che per un motivo o qualsivoglia altro non sono semplicemente dette o espresse o rappresentate o narrate.
Come dunque potremmo immaginarci l’inizio?
In algebra, possiamo raffigurarlo come quell’ente (etimologicamente, qualcosa che è) immediatamente dopo lo zero. E qui la storia si fa già maledettamente complicata. Quale immagine o rappresentazione avreste voi per lo zero? Forse, penserete al vuoto o all’assenza o al nulla. Pensate che Agostino d’Ippona, nel tentativo di separare il Dio-Sommo Bene dal Male, che pure percepiva come esistente, almeno concettualmente e in maniera siffatta disse semplicemente che il Male non fosse altro che assenza del Bene. Un perfetto esempio, noteremo poi, di Arte della fuga.
Ma, tornando alla storia dello zero, potremmo dunque individuare un diverso spazio, fisico e/o mentale, nel quale rappresentarlo? Uno spazio, tuttavia, che, avrete forse già capito, dovrebbe a questo punto essere immaginato oltre la storia o meglio al di fuori della storia o ancora meglio prima della storia stessa. Ma prima della storia stessa non può esserci un prima, non c’è un inizio perché come Parmenide afferma immediatamente l’essere è e non può non essere. Prima della storia, non può esserci storia. Ma su questo punto occorrerà comunque approfondire e quindi ritornare. In questa storia, infatti, niente appare come definitivo.
Restando in argomento, oggi wikipedia dice che l’uso dello zero come numero in sé è un’introduzione relativamente recente della matematica, che si deve ai matematici indiani, anche se gli antichi popoli mesoamericani arrivarono al concetto di zero indipendentemente. Un primo studio dello zero, dovuto a Brahmagupta, risale al 628.
Per evitare dunque che la storia si complichi ulteriormente, più di quanto già lo sia, potremmo al momento sorvolare e fare un breve salto all’inizio. Così facendo, è proprio il caso di dire di provare a mettere un punto. Dal quale iniziare, dal quale muoversi, dal quale raccontare la nostra storia.
Dall’algebra potremmo infatti spostarci alla geometria. Tutto questo servirà però a dare un significato diverso anche alla storia, sempre dello zero, che al momento abbiamo tralasciato. Infatti, il punto, a differenza dello zero, ha bisogno di uno spazio, sia pure definito primitivo, essenzialmente una “posizione”; e qui, tuttavia, la questione ancora si complica, perchè secondo gli uni il punto assumerebbe precise e distinte coordinate spaziali secondo gli altri non sarebbe così perché anche ogni punto è scomponibile in più punti, all’infinito.
Semplicemente, non mi va più di leggere e rileggere le diverse storie del paradosso di Achille e la tartaruga, credo di saperne infatti abbastanza almeno per rappresentarvi quanto segue.
A ____ A’_________ T _ T’_______________________________________________
A è Achille. A’ è la posizione di Achille in moto ad un tempo definito. T è la tartaruga. T’ è la posizione della tartaruga in moto ad un tempo definito. Le posizioni di A e T sono rappresentate in figura secondo un’ipotetica freccia del Tempo che sembra scorrere verso un’unica direzione; ma sappiamo bene, almeno oggi e grazie soprattutto ad Albert Einstein, che così non è. Ma, non si tratta dell’unica rappresentazione, per così dire, incerta. Qual è infatti il punto esatto che nello spazio è occupato sia da A che da T? Rispetto al piano del percorso tracciato in forma di retta, se possiamo dire che A occupa il punto d’inizio, esiste uno spazio prima di questo inizio (nella rappresentazione della figura è come immaginare che lo spazio prima dell’inizio sia quello che si trova esattamente fuori dal foglio, a sinistra di chi legge e vede la rappresentazione, colui che chiamiamo l’osservatore)? Con l’inizio del movimento sia di A che di T è possibile che Achille raggiunga o superi la tartaruga, ma anche no. In ordine sia al tempo sia allo spazio dell’e-vento (etimologicamente, che viene fuori), che dunque accade, provando a trattarsi in entrambi i casi di grandezze numeriche e quindi misurabili (homo mensura rerum avrebbe detto Protagora); e tuttavia, proprio perchè tali, anche scomponibili all’infinito. Quello stesso spazio infinito del percorso che avremmo e potremmo tuttavia ancora immaginare se solo considerassimo lo spazio che possa trovarsi fuori dal foglio della rappresentazione, a sinistra come a destra rispetto all’osservatore, in teoria uno spazio perfino illimitato che oltrepassa lo sguardodel medesimo. Come uno zero, potremmo anche dire, di cui non vi è traccia.
E ancora, cosa dire dell’osservatore? Egli sembra essere, per così dire, esterno alla rappresentazione ma per un apparente de-stino (Emanuele Severino in ordine al destino, dice: lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) necessita invece che sia proprio lui a dar(n)e le misure, come anticipato, le coordinate sia spaziali che temporali necessarie a stabilire le esatte posizioni. Si può dunque ben dire che: l’osservatore, sovradeterminato alla rappresentazione, dovrà tuttavia necessariamente dare le misure della rappresentazione. Per far sì che essa rappresenti quella stessa, medesima, rappresentazione e non diverse altre. Ma, si potrebbe ancora obiettare, se è l’osservatore a dare le misure non è piuttosto anche lui parte della rappresentazione? E se la rappresentazione, quella stessa rappresentazione o una qualsiasi altra, è; non è forse corretto dire che quella è piuttosto la rappresentazione dell’osservatore?
Il poeta francese Paul Valery avrebbe potuto dire che siamo precipitati in un implesso, ma “(…) l’Implesso non è attività. Tutto il contrario. E’ capacità. La nostra capacità di sentire, reagire, fare, comprendere – individuale, variabile, più o meno percepita da noi –, e sempre in maniera imperfetta, e sotto forme indirette (come la sensazione di fatica), spesso ingannevoli. A ciò bisogna aggiungere la nostra capacità di resistenza … […] Riassumendo, intendo per Implesso ciò in cui e per cui siamo eventuali … Noi, in generale; e Noi, in particolare …”.
Il termine dunque da usare per la nostra più recente rappresentazione non è esattamente implesso; anche se l’utilizzo del termine ci è servito per capire che, essendo la struttura della rappresentazione in moto, occorre richiamare piuttosto un termine che, per così dire, comprenda e quindi includa uno schema, oltre che statico, essenzialmente dinamico della rappresentazione.
E allora, come direbbe piuttosto il maggiore dei miei maestri tra color che sanno, Giorgio de Santillana (Roma, 30 maggio 1902 – Beverly, 1974), si tratta viceversa di un gorgo, un vortice dal quale occorre trovare una via di fuga per evitare di smarrirsi, di essere risucchiato giù negli abissi profondi dello spazio e della mente, di perdersi definitivamente; occorre quindi viceversa scontrarsi, affrontare mari in tempesta con onde che s’infrangono lungo irte scogliere, per cercare di restare a galla, emergere e poi ri-emergere di nuovo, e infine definitivamente approdare, salire al monte della salvezza, in ogni caso trovare e praticare una via di uscita, una via di fuga dal maelstrom.
Quanto ancora allo zero al vuoto o all’assenza, Paul Valery ci avrebbe invece detto, stavolta come si suol dire, a ragion veduta: “Étrange pouvoir de l’absence! – Plus je te forme et te ressens, plus je souffre – Plus je suis maître de ton image, plus esclave de celle-ci; et plus elle est vrai, plus est vaine”. Tale, il commento di Giuseppe Panella, che trovo fortemente esplicativo: “L’assenza, il vuoto, la mancanza non sono gli aspetti negativi della visione, ciò che la rendono impossibile; sono, invece, ciò che la sostanza visibile mostra di sé insieme a quello che viene veduto. Così l’apparente mancanza di sforzo delle ballerine dei quadri di Degas mostra ciò che nasconde mentre rivela la fatica aerea del rimanere sempre in movimento e mai poter riposare – ciò che per Socrate accomuna lo spirito alla danza”. Come se nel vuoto o nell’assenza aleggi comunque uno spirito che ne certifichi la presenza, assegni cioè la misura del vuoto o dell’assenza. Se esiste un vuoto o un’assenza, occorre infatti stabilirne necessariamente le misure. Se non hanno alcuna misura, semplicemente non sono e non possono non essere.
La storiografia dell’arte della filosofia narra che questa disciplina sia nata in Grecia intorno al 600 a.C., e l’origine viene fatta risalire a il detto di Anassimandro: “Ciò da cui nascono tutte le cose è anche la causa della loro fine, com’è giusto, perché esse devono espiare e farsi reciproca ammenda per la loro reciproca ingiustizia nell’ordine del tempo”. Dirà de Santillana, che l’immagine della rappresentazione è quella della “sostanza di (un vortice) questo vortice, modello delle nebulose spirali, è l’Aπειρον, l’Illimitato. E si dice anche che questa sostanza è il Divino e che è l’Άρχή di tutte le cose – parola pregnante quant’altre mai, poiché significa primato, potere supremo, principio, cominciamento. E sta pure scritto: ‘L’Illimitato comprende il tutto e governa tutte le cose’”.
Il discorso si fa oltremodo difficile: qual è il linguaggio che dice quello che Anassimandro dice? Da dove proviene? Cosa esattamente vuol dire? Qual è la sua giusta misura? Di certo, anni e anni di studio sono serviti a Giorgio de Santillana, e a tanti altri come lui, a far riemergere dallo spazio vorticoso pressochè sepolto degli antichi, di cui Aristotele conserva ancora una qualche memoria, il tesoro perduto della conoscenza: la vera e unica Arte della fuga.
In principio, tutte le cose avevano un loro ordine nell’universo e “gli dei erano originariamente astri”. Tutte le mitologie, nessuna esclusa, narrano infatti di un tempo dell’Inizio, una sorta di Anno zero, una mitica Età dell’Oro in cui ogni cosa aveva il suo posto assegnato nel Cosmo. Secondo i Greci (espressione pari a tante altre della storiografia, simboli di cose del tutto false, come forse abbiamo già imparato a ritenere) tutte le cose emergono dal Caos; anche se Esiodo, a proposito delle Fondamenta dell’Abisso, scrive: “… E ivi della bruna terra, di Tartaro caliginoso, del mare infecondo, del cielo stellato, di tutti, secondo ordine, sono le sorgenti e i confini penosi, putridi; e gli dei stessi li odiano. E ivi sono porte scintillanti e una bronzea immobile soglia, salda di radici senza fine, cresciuta da sola; e là innanzi, fuori da tutti gli dei, i Titani dimorano, al di là del Caos tenebroso”. Al di là, dice, e non al di qua.
Ritengo che siamo allora pronti per affrontare il nostro viaggio, chiedendoci innanzitutto chi o cosa provveda ad assegnare le posizioni di ogni cosa o di ciascuno. Perché, come ora ben sappiamo, di questo essenzialmente si tratta, di stabilire le giuste coordinate di ogni punto che è nello spazio-tempo. Dice de Santillana, quasi al termine del suo assoluto capolavoro scritto con Herta von Dechend, Il mulino di Amleto: “Il merito principale di questo linguaggio (del mito) è risultato essere la sua intrinseca ambiguità”. E quindi dovremo farne di strada per capire cosa esattamente qui loro abbiano inteso da(v)vero dire.
Quel che per ora sembra emergere dal testo della rappresentazione esiodea è che il Caos, ad esempio, preceda o segua, nell’uno o nell’altro τόπος, e quindi differentemente, il Deus faber delle mitologie, il dio originario al quale, egli stesso, toccherà il destino di mutare forma, “da architetto a fabbro”, come poc’anzi si accennava: “Enki/Ea in Mesopotamia, Ptah in Egitto, Tvaṣṭṛ in India, Tane/Kane in Polinesia, Efesto, Wieland, Goibniu e così via”. Per scoprire poi ancora che, tanto per fare qui un esempio soltanto, Efesto appare dunque regnante dall’inizio – avendo ricevuto da Amaltea, nutrice di Zeus, l’Egida del comando supremo – e viceversa anche dopo il regno ritenuto anch’esso iniziale di Prometeo, secondo la testimonianza dello scoliaste di Sofocle che “spiega che nell’Accademia c’era un altare su cui era raffigurato che ‘Prometeo fu il primo e il più antico a tenere nella destra lo scettro; ma Efesto fu più recente e il secondo’”. Prometeo, il Titano, che aveva già strappato il fuoco a Zeus, del quale anche si diceva che fosse il padre di tutti gli dei.
E quindi, tutte queste cose accadevano in epoche diverse ma anche in spazi fisici, villaggi città templi, e autori, architetti e fabbricatori del mito, diversi. Per i greci (sic): Efesto, ma anche Zeus, e soprattutto Kronos (il Tempo), ma anche Prometeo il Titano, e così via, così come Yama in India, Pramantha tra gli Indiani d’America, Tezcatlipoca in Messico e tante altre divinità maschili ed altre prima ancora divinità femminili, come Ishtar di cui “si diceva che era ‘colei che sommuove l’apsû davanti a Ea’”. O Afrodite Urania o la Fanciulla dei Catlo’ltq del Nordovest americano “che scaglia la sua freccia nell’ ‘ombelico dell’oceano’ che ‘era un vasto gorgo’ e riesce così a ottenere il fuoco”; come divinità presenti in ogni tempo e a qualsiasi latitudine e longitudine: “Saturno, colui che dà le misure del cosmo rimane la ‘stella della Legge e della Giustizia’ a Babilonia nonché la ‘Stella della Nemesi’ in Egitto, il Sovrano della Necessità e della Retribuzione, in breve, l’Imperatore“(della Cina), il Faraone d’Egitto, e così via fino all’individuazione di nuove e più antiche figure, rappresentazioni o immagini di gorghi, fiumi, mari, monti, archi e frecce (Sagittario), bastoncini (Gemelli) e fuochi, vie, alberi, legni, assi, navi, pietre, isole, terre, lune, soli, stelle fisse e pianeti, cani, ombelichi, porte, canti, danze, mascelle, cervi e quant’altre cose dell’Essere parmenideo esistenti tra il Cielo, gli Inferi e la Terra di Mezzo della mitologia norrena, da cui proviene l’Amleto anche di de Santillana. Apparentemente, senza un ordine pre-stabilito.
Si potrebbe talvolta pensare che questo racconto stia per finire, ma è sempre bene ribadirlo che finchè è possibile l’Arte della fuga questo racconto non finirà mai. Ri-emergerà di continuo dal profondo di ogni cosa vivente e somiglierà ancora alle innumerevoli sfumature dei colori che continueranno ad apparire. E infatti, ancora prima che io ponga termine a questo breve saggio, sarà credo particolarmente utile ri-andare alla storia dello Zero e ora anche dell’Uno.
Per quanto riguarda lo Zero dunque, ecco di seguito una comune versione antichissima di una rappresentazione, alla quale in minima parte abbiamo già accennato: “Un uomo aveva una figliache possedeva un arco e una freccia meravigliosi, con cui poteva abbattere tutto quello che voleva. Ma era pigra e se ne stava sempre a dormire. Per questo motivo, suo padre si adirò e le disse: ‘Non startene sempre a dormire; prendi invece il tuo arco e la tua freccia e colpisci l’ombelico dell’oceano, così che noi si ottenga il fuoco’. L’ombelico dell’oceano era un vasto gorgo in cui andavano alla deriva i bastoncini che, sfregati, davano il fuoco. In quei tempi gli uomini non possedevano ancora il fuoco. Allora la fanciulla prese l’arco, colpì l’ombelico dell’oceano, e gli arnesi per accendere il fuoco balzarono a riva. Il vecchio fu contento. Accese un gran fuoco e, poiché voleva tenerselo per sé, costruì una casa con una porta che si apriva e si chiudeva a scatto come una mascella uccidendo tutti quelli che volevano entrare. Ma la gente sapeva che egli possedeva il fuoco, e Cervo decise di rubarlo per loro. Prese del legno resinoso, lo spaccò e si infilò le schegge tra i capelli. Poi legò assieme due barche, le coprì di assi e si mise a cantare e danzare su di esse, e così facendo giunse alla casa del vecchio. Cantava: ‘Oh, io vado a prendere il fuoco’. La figlia del vecchio lo sentì cantare e disse al padre: ‘Oh, lascia entrare in casa lo straniero: canta e danza così bene!’. Cervo approdò e si avvicinò alla porta, cantando e danzando, e mentre così faceva balzò in direzione della porta come se volesse entrare in casa. La porta allora si chiuse di scatto ma senza toccarlo. Ma non appena cominciò a riaprirsi, egli balzò veloce dentro la casa, si sedette al fuoco come se volesse asciugarsi e continuò a cantare. Intanto lasciò ricadere in avanti la testa e si ricoprì di fuliggine; alla fine le schegge che aveva sul capo presero fuoco. Allora Cervo balzò fuori, fuggì via e portò il fuoco alla gente”. In particolare, chissà cosa abbia voluto e voglia significare che “(Cervo) legò assieme due barche, le coprì di assi e si mise a cantare e danzare su di esse, e così facendo giunse alla casa del vecchio”, perché èormai evidente chenon di barche, assi, canti e danze espressamente qui si tratti.
E allora, vorrà pur dire qualcosa che “Oropallo parlando del modo egizio di scrivere ‘un lungo intervallo di tempo (scrive che): le corna di un cervo spuntano tutti gli anni; una loro raffigurazione significa un lungo intervallo di tempo”. E quanto sarebbe lungo pressappoco questo tempo? Cheremone ritiene all’incirca, secondo quanto è scritto ne Il mulino di Amleto “500 (o 540) anni; (e) non conosciamo ancora la tabella oraria del cervo: il suo ‘anno’ dovrebbe essere o di 378 giorni o di 30 anni, ma i periodi possibili di cui occorre tener conto sono molti di più di quanto non si possa immaginare – ce l’aveva detto Timeo”. Sembra che ci siano dunque, per così dire, due ordini del tempo, un tempo breve e un tempo lungo. E, almeno per ora, fermiamoci qua. Non senza però evidenziare che “per molto tempo (…) cervo è stato un simbolo di Kronos. Nella tradizione dell’India egli è Yama, già incontrato come Yama Agastya, che ‘seguendo il corso dei grandi fiumi ha scoperto il cammino per molti’. Questo cervo è diffuso per tutto il mondo arcaico”.
E dunque, il Cervo-Kronos si trova esattamente al vertice della rappresentazione ma anche all’inizio della narrazione, quando si dice nell’antico linguaggio che “per quanto riguarda l’umano ‘destino’, l’evoluzione organica è cessata prima dell’inizio della storia o anche della preistoria. Siamo su una scala temporale diversa: non si tratta più della natura che agisce sull’uomo, ma dell’uomo che agisce sulla natura. Piace credere che vi sia un insieme costante di leggi che ci riguardano, ma l’uomo è legge a se stesso”.Ma, come hanno fatto questi antichi, in mancanza ancora della scrittura,a rappresentare questo universale messaggio?
Del lungo racconto che precede, abbiamo estrapolato una brevissima parte dall’intero testo ed abbiamo finora discusso solo del cervo, ma resta ancora tutto da dire del fatto che Cervolegò assieme due barche, le coprì di assi e si mise a cantare e danzare su di esse, e così facendo giunse alla casa del vecchio. Per brevità, faremo ora ricorso a due raffigurazioni, che sono esattamente le seguenti.
E, si capisce bene, che forse soprattutto qui urge la spiegazione de Il Mulino di Amleto: “Che cos’è la Precessione? … La terra, trottola il cui asse si trova inclinato rispetto all’attrazione solare, si comporta come un giroscopio gigantesco che compie un’intera rivoluzione ogni 25.920 anni … E’ assai improbabile che l’antichità abbia potuto comprendere tutto ciò, dal momento che la fisica dinamica è venuta al mondo solamente con Galileo. Ipparco e Tolomeo non potevano comprendere questo meccanismo, ma soltanto descriverne il moto … Nella loro mente presero forma le simmetrie della macchina; ed era davvero la macchina del tempo come la intende Platone: ‘immagine mobile dell’eternità’ …L’inclinazione giroscopica dà luogo a uno spostamento continuo dell’equatore celeste, il quale interseca il cerchio inclinato dell’eclittica lungo una serie regolare di punti con moto uniforme da est a ovest. Ora, i punti dove i due cerchi s’incrociano sono i punti equinoziali. Il sole, pertanto, percorrendo l’eclittica nel corso dell’anno, incontra l’equatore in un punto che, col passare degli anni, si sposta lungo la fascia dei segni zodiacali. Questo è quanto s’intende per Precessione degli Equinozi: essi ‘precedono’ perché si muovono in senso contrario a quello dell’ordine progressivo dei segni che il sole stabilisce nel suo percorso annuale. Il punto vernale (in precedenza da noi chiamato ‘punto di riferimento’ del sistema), che indica per tradizione l’inizio della primavera e dell’anno, si verificherà via via in un segno dopo l’altro, il che conferisce un profondo significato al mutare dei segni in cui si trova a sorgere il sole equinoziale”.
All’anno Zero, nell’Età dell’Oro, quando tutto è stato stabilito e l’Orologio del Tempo ha preso a funzionare, in principio l’allineamento originario di tutte le cose è esattamente posizionato sulla via, percorribile con navi e in senso alternato, delle assi tra Sagittario e Gemelli ed il mondo è retto da Colui che dà le misure, sottinteso al cerchio dello Zodiaco che viceversa sovrintende nella qualità di un Osservatore che scorge dal punto più alto della struttura cosmogonica dell’Essere. Quest’Essere al quale “Parmenide stesso non sapeva dare un essere se non assegnandogli un limite in forma di sfera”, all’interno della quale un punto, ogni punto risulta ed è indifferente e indistinguibile perché continuo, omogeneo e isotropo: Se (l’Essere) fosse venuto dal nulla, che necessità avrebbe potuto farlo sorgere dopo o prima? Pertanto è necessario che esso o esista del tutto o niente affatto.
E quindi, si ritorna al problema dell’Uno, che, usando un termini di indistinzione, potremmo anche definire attraverso il numero che per l’appunto lo rappresenta. Parlando di numeri, è opportuno verificare cosa abbia ancora da dire Pitagora. Forse non tutti sanno che per il filosofo greco (nato a Samo nel 570 a. C. circa e morto a Metaponto nell’anno 495 a.C. circa) in particolare il mito di Orfeo insegnava che l’anima, per così dire, dell’uomo e della natura contiene o è harmonia. Scrive in proposito de Santillana che “l’originale scoperta di Pitagora nel campo della fisica, il punto di partenza della fisica matematica, fu che gli intervalli della scala musicale possono essere esattamente espressi in termini di rapporti semplici. Modificando la lunghezza delle corde su un monocordo con ponticello mobile, egli scoprì che il rapporto dell’ottava è 1:2; della quarta, 4:3; della quinta, 3:2. Questi sono gli intervalli fissi comuni a tutte le scale greche. I numeri ricorrenti in questi rapporti sono 1, 2, 3, 4, la somma dei quali è 10, il numero perfetto(n.d.r.: non così si sarebbe detto invece una volta, nel tempo di prima). Così perfetto e potente, in verità, che Pitagora lo adorò come la Tetraktys Divina Non Generata, ‘la fonte che contiene le radici della natura inesauribile’, simbolo della Unità Superiore nella quale si dispiega l’Uno”. Prosegue poi de Santillana: “Così nacque la teoria: ‘Tutte le cose sono numeri’, il che significava, per dirla all’antica, ‘la Natura delle cose è il numero’. Non serve a nulla chiedersi che cosa questo significasse esattamente, nel momento dell’intuizione creativa. Vi erano in quella proposizione secoli di pensieri e sentimenti a noi ignoti; il preciso e delicato tinnire della lira che diveniva il fulgore di una stella per l’anima, che si trasformava in stelle nell’oscuro manto del cielo che tutto abbraccia, l’Uno, la Monade di fuoco intelligente sola nell’oscurità del Senza-limite, che popola quella tenebra di una misteriosa teoria di unità di fuoco simili a sé, poiché ‘l’Uno generò il Due, il Due generò il Tre, e il Tre generò tutte le cose …’”.
I numeri divenivano così l’espressione di un nuovo linguaggio scientifico, agli albori della civiltà che appartiene agli storici moderni, che pensa di prendere il posto dell’antico linguaggio che era stato in uso per diversi millenni, e di cui proviamo qui di seguito a dare ulteriore conto, per quanto si legge oggi su wikipedia. Ed è possibile che, nella trasposizione dagli antichissimi testi o comunque memorie, di alcune divinità si confonda o vada perduto anche il vero nome.
An – “Anum o Anu in accadico era il dio celeste della mitologia mesopotamica. Artefice del creato, deus otiosus, è padre degli dei e sposo della dea Antum. Gli era sacro il numero 60, massima cifra del sistema sessagesimale mesopotamico. An/Anu in lingua accadica vuol dire ‘colui che appartiene ai cieli’. Nacque insieme con la sua controparte Ki, la Terra, dal Mare primordiale (Nammu) costituendo inizialmente un unico insieme (chiamato Montagna Cosmica, l’An-Ki). An e Ki furono in seguito separati dal dio Enlil, da essi stessi generato. Il dio An/Anum presiede l’assemblea degli Anunnaki, ed inoltre compone la triade cosmica insieme agli dei Enlil ed Enki. Fa anche parte dei quattro Dei creatori, che comprende la triade precedente insieme alla dea Ninhursag. Il luogo principale del suo culto si trovava ad Uruk, più esattamente l’antichissimo Tempio di An”.
E proseguendo sulla via, ci imbatteremo in tante “altre triadi di divinità o figure mitiche; esse possono riferirsi ad un determinato culto (Giove, Giunone e Minerva a Roma), oppure a genealogie divine. A Babilonia troviamo la triade cosmica formata da Anu, Enlil, Ea; quella astrale, invece, è formata da Sin, Shamash e Ishtar; in Grecia troviamo Zeus che governa il cielo, Nettuno il mare, Hades gli inferi; in Giappone, dalla purificazione di Izanagi, nascono: Amaterasu, Tsuki-yomi e Susano-wo; a Tebe troviamo Ammone, Mut e Khonsu; in Egitto Osiride, Iside ed Oro. Queste ultime rappresentano la forma padre-madre-figlio. Nella mitologia germanica, la triade superna è composta da Odino, Thor e Freyr; in India, abbiamo Brahma, Vishnu e Shiva; in Persia abbiamo una triade anomala costituita da Ahura Mazda, Asha e Vohu Manu. La tripartizione, come abbiamo visto, non ha sempre lo stesso significato; può trattarsi della tripartizione del mondo, del modello della famiglia, della divisione della società in categorie, delle fasi della produzione terrestre, ecc. I dieci Sephirot sono concepiti come un gruppo composto da tre triadi: Kether, Chokmah e Binah formano la triade superiore; Chesed, Geburah e Tipheret formano la seconda; Netzach, Hod e Yesod formano la triade inferiore. La decima Sephira, Malkuth, rimane al di là di queste tre triadi. Questa classificazione appartiene alla Cabala ortodossa Occidentale. Gli Occultisti Orientali riconoscono una sola triade – quella superiore (corrispondente ad Atma-Buddha ed all'”Involucro” che riflette la loro luce, i tre in uno) – e contano sette Sephirot inferiori, ognuno dei quali sta per un “principio”, a cominciare dal Manas Superiore e terminando con il Corpo Fisico – di cui Malkuth è rappresentativo nel Microcosmo e la Terra nel Macrocosmo. La Triade è la forma della Tetractys, o i Quattro Sacri nel Cerchio. È la Fiamma Trilingue che mai si estingue: la Triade spirituale dell’uomo formata da Atma, Buddha e Manas. Marco, il capo dei Marcosiani, attribuisce alla Divinità il numero 30, in quattro sillabe: esotericamente ciò significa la Triade nel Quadrato, il Ternario ed il Quaternario, 3+4, il Sette, tante quante sono le lettere segrete di cui si compone il vero nome di Dio. Triade, talvolta, è adoperata come sinonimo di Ternario, di Trinità, ed anche della Trimurti”.
Nel libro della Metaphysica, Λ, 1074 b, Aristotele scrive che … mentre ogni arte e scienza è stata più volte sviluppata quanto più possibile, per poi perire ancora, queste opinioni, unitamente ad altre, sono state preservate fino a oggi come reliquie (λείψανα) dell’antico tesoro. Potremmo ancora proseguire, ma ritengo che sia giunto il tempo di mettere un punto a questa storia. Lo farò, estrapolando ancora una volta un passo de Il mulino di Amleto (di Saxo Grammaticus, circa 1150-1216), laddove esattamente si parla dell’ultimo racconto di Socrate.
All’atto dell’imminente trapasso dal mondo dei vivi, per la via che conduce all’Ade, Socrate intende raccontare a Simmia cosa egli abbia appreso in vita e cosa egli invece ancora più spera. Al termine del suo racconto, egli così conclude: “Certo, ostinarsi a sostenere che le cose siano proprio così come io le ho descritte, non si addice a uomo che abbia senno; ma che sia così o poco diverso di così delle anime nostre e delle loro abitazioni dopo che s’è dimostrato che l’anima è immortale, sostener questo mi pare si addica, e anche metta conto di avventurarsi a crederlo. E la ventura è bella. E giova fare a se stesso di tali incantesimi; e proprio per questo già da un pezzo oramai io tiro in lungo la mia favola”.
Verso quale terra andasse Socrate, a lui non era dato saperlo, mentre sapeva per certo che la terra che aveva abitato era un dodecaedro utile per la formazione del ‘tutto’. Qui, egli aveva appreso l’insegnamento degli antichi che, a memoria dell’intera umanità, immortalarono l’Arte della fuga o Ars regia.



Caro Poli,
in epoca moderna, senz’altro il maggiore dei miei maestri tra color che sanno. In epoca più remota, mi permetto di segnalarle l’opera di Parmenide e nella versione di cui anche all’analisi e commento dello stesso de Santillana in “Fato antico e fato moderno”.
Cordiali saluti
Non sono all’altezza per cultura filosofica ma finalmente! un articolo sul Maestro dei Maestri de Santillana e sul racconto del Mulino di Amleto lo stampo per leggerlo con comodo, sono rimasto alla parola scritta