La prima legge della logica di George Spencer Brown insegna che ogni discorso, che noi abbiamo definito poi “logico” (da “logos”, che in greco significa anche parola) nasce da una “distinzione”, e da una prima (in ordine temporale) distinzione, la quale contestualmente divide lo spazio, che precede e quindi è potremmo dire in assoluto “originario”, negli spazi de-limitati della distinzione tra “enti” o “cose”. Questo spazio originario che precede ogni “ente” o “cosa” è lo “spazio-aperto”(perché non de-limitato, e quindi senza limite o confine e pertanto anche in-finito, perché non-misurabile e in quanto se fosse misurabile non sarebbe più aperto ma de-limitato) a cui gli antichi, e in particolare i greci, diedero il nome di Kaos. Dunque, per primo, fu Caos (Esiodo, Teogonia v. 116).
Non c’è dubbio alcuno sul fatto che la distinzione sia dunque a fondamento di ogni discorso, che noi nell’era presente chiamiamo logico ma che in passato assumeva piuttosto la forma del mythos e prima ancora il linguaggio della pittura rupestre e dell’atto che prende la forma del pensiero e ancor prima del pensiero che nella “mente” prende forma d’immagine. In tutti i casi, dunque, il linguaggio non è altro che rappresentazione.
Esiste pertanto un processo, che definirei piuttosto un accadimento fisico – che sarebbe troppo semplicistico definire “naturale” e vedremo poi meglio il perché, per ora è sufficiente dire questo – per il quale la “parola”, ogni “parola”, in latino verbum, de-nota un processo che definirei di “apprensione”. Il termine APPRENSIONE deriva anch’esso dal latino “apprehensione (m formato su apprehensus, p.p. di apprehendere impossessarsi (v. Apprendere). – Inquietudine che s’impossessa dell’animo per timore o sospetto di un danno”.
Nel passaggio dal linguaggio dei greci a quello dei latini, si nota una prima distinzione; e, scherzosamente, non si tratta della prima distinzione a cui abbiamo accennato in precedenza. Si tratta invece del fatto che il linguaggio dei latini, pur assumendo la stessa funzione della rappresentazione di una cosa e quindi cose, assume una funzione di rappresentazione della cosa non più generale, per così dire descrittiva, ma specialistica, che piuttosto mira all’identificazionedella cosa. Qualcosa di diverso, tanto per intenderci, dall’io sono colui che sono. Il tentativo di un linguaggio, potremmo dire, non “formale” o anche tautologico-rappresentativo (dire la medesima cosa) ma definitivo-rappresentativo, identitario, limitativo, distintivo della cosa medesima. Ciò che, tuttavia, attraverso i secoli, si rivelerà un’utopia! E l’utopia (dal greco ou=non e topia=luogo) per definizione stessa, non è presente in alcun luogo.
Ma, è bene per ora, come nel mito di Arianna, riprendere il filo dell’intero discorso. E dunque, occorre fare uno sforzo d’“immaginazione” per vedere il primo umano solo con “se stesso” e a con(cum)-tatto con la “natura” circo(circum)-stante (p.p.): la Lucy delle origini, come – ma solo per fare uno dei tanti esempi possibili – immaginata più di recente (2014) dal regista francese Luc Besson nel film dall’omonimo titolo. Il suo, è stato un originario processo di apprendimento, che è servito a conoscere sé e la natura, mediante la distinzione dello spazio nella quale, dal caos, e-mergeva una rappresentazione distintiva delle cose. Un procedimento che – potremmo direistintivamente, una parola caduta ormai quasi in disuso – ha immediatamente caratterizzato la cosa-Lucy (i greci avrebbero usato il termine ente, e quindi anch’io dico piuttosto l’ente-Lucy, ovvero ciò che è Lucy): “predatore” e “preda” al tempo stesso. Una natura della cosa, ambivalente, che infatti non può non tenere conto della distinzione, che Parmenide avrebbe poi detta “necessaria”.
Siamo già all’era del mythos, che travalica ogni disegno rupestre della più remota antichità, e prende forma nei racconti di ogni Odisseo o narratore remoto, a ogni latitudine e longitudine. A tale proposito, non occorre altro che porsi sulla scia di maestri quali il Giorgio de Santillana e il Roberto Calasso, tanto per dire dei miei maggiori.
E tuttavia, ritornando alla Lucy, che stiamo imparando a conoscere, ella pensò bene di diventare“predatore” immaginando al tempo stesso di non-essere più “preda”. In fondo, era e sembrava nelle sue possibilità (Capiremo mai, noi umani, il significato più profondo e addirittura “fondamentale”, i latini direbbero ab imis fundamentis hominis, di quella cosa che definiamopossibilità?!). E quindi, andava fatto. Come il frutto del peccato che andava mangiato.
Heidegger, il più grande filosofo del Novecento, in proposito avrebbe argomentato che, in fondo, si trattava dell’applicazione di un “metodo” ovvero intraprendere una “via” o piuttosto fare una scelta che, per il detto dello stesso filosofo, per i romani (o latini) rappresentava “un procedimento con l’ausilio del quale l’uomo attua il suo assalto indagatore e inquisitorio nei confronti degli oggetti”.
Qualcosa che, a ogni tempo della distinzione, è comune al Cacciatore celeste dis-velato da Calasso nella sua ultima fatica letteraria. Del quale è immagine e rappresentazione Artemide-primigenia ma anche Selene, Trivia, Ecate, detta anche Agrotera, Agròtis, Afea, Amarisia, Cynthia, Delia, Eùskoposiochéaira, Phaceliti, Potnia Theron, Kourothrophos, Kynegétria (κυνηγέτρια) e anche Kynegòs, Locheia, Opadòs okypòdon elàphon, Orthia, Ortigia, Phoebe, ma anche Afrodite, Hera, Athena, ecc. E prima e dopo ancora – esperienza che è comune a ogni “divinità” che sempre ritorna – a Demetra, talvolta raffigurata avente in una mano lo scettro del comando (che – dopo il Kaos, e all’interno delle mura della città, regno o impero – appartiene alla divinità) e nell’altra un melograno o mela colta dall’albero della conoscenzaseparato da quello della vita, e quindi non più come viceversa era stato in origine.
Infatti, Artemide, la primigenia, così come e-mersa (dal latino emersus p.p. di emergere, venire a galla) dal Caos, non può dimenticare che: Sul gioco perenne/Di preda e predatore/Veglia per sempre (dall’Inno ad Artemide).
E allora, addio al Cacciatore? Giammai, fintantoché esisterà questo come tutti gli altri elementi (o enti o cose) della distinzione.
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