La tragica repressione della sollevazione popolare non violenta dei birmani – costretti dal regime a mutare persino il loro antico nome – assume significati ancora più dolorosi se letta attraverso la cartina di tornasole delle reazioni, o meglio delle non reazioni, che ha suscitato nel nostro paese. Dove tutti sono altrove, presi dai loro privati interessi di casta, di lobby, di potere, ed il robusto clan dei liberali dell’ultima ora, quello che sembrava aver invaso ogni più recondito – ed insospettabile – andito della politica e della società italiane, all’improvviso si è disciolto al primo colpo di fucile, mostrando di quale nebulosa materia fosse in realtà costituito. Peccato per coloro che ci hanno creduto e che sarà bene che si sveglino in fretta, perché dalle tragedie altrui c’è molto da imparare, soprattutto onde evitare che prima o poi possano capitare anche a noi, per eccesso di credulità popolare a favore di certi imbonitori di ogni razza, colore e specie.
Per otto giorni, prima piccoli trafiletti da ricercare con la lente, poi articoli leggermente più estesi, sono comparsi su tutti i nostri quotidiani a segnalare – per carità, non sottolineare chè sarebbe stato chiedere troppo – l’iniziare ed il protrarsi delle pacifiche manifestazioni in Birmania, guidate da un manipolo di monaci buddisti armati di nient’altro che delle loro coscienze e della loro autentica fede; non si è segnalata, in Italia, la seppur minima reazione di qualcuno, che so un politico, un religioso, un cittadino, un esponente della cricca intellettuale, insomma un accidenti di qualcuno dotato di capacità di espressione e di potere di pubblicazione sui media, appartenente a quella compagnia di giro che di solito ci ammorba in ogni momento con dichiarazioni su tutto e di più, purchè rispondenti agli interessi di parte. Al dodicesimo giorno, quando è iniziata la repressione e con essa il tragico, per quanto quasi impossibile, conto dei morti e dei deportati, sono comparsi drappi rossi su alcune piazze, rigorosamente senza commenti, per carità. Ieri, si è avuta una stitica dichiarazione di Berlusconi, sulla quale torneremo dopo. La Chiesa, al momento in cui scriviamo, sembra aver improvvisamente scoperto il valore del silenzio più assoluto, sempre per carità – verso chi, non è dato saperlo. Ma anche su questo torneremo. Dunque, in questo paese moribondo, assuefatto a tutto, letargico e cronicamente vigliacco, nessuno ha sentito il dovere morale di spendere una parola su quanto sta accadendo. E questo, se ci permettete, ci fa schifo. Uno schifo vero, autentico, immedicabile perché causato da un intero sistema sociale e politico che non conosce neanche più il senso della parola dignità.
Non staremo neanche a chiederci dove sono i pacifisti arcobaleno, quelli li abbiamo dati per persi da sempre, asserviti ad una missione a senso unico che nulla ha mai avuto a che vedere con la pace ma è stata solo un’arma parolaia e populista puntata in una sola direzione. Sono talmente scoperti nella loro faziosità cieca e sorda che non spenderemo una parola per loro. Sarebbe inutile.
Poi abbiamo gli alfieri della libertà dei popoli, quelli che ci hanno scassato le palle per sessant’anni con la loro presunta superiorità morale, quelli che stanno sempre dalla parte della democrazia e contro la tirannide, ci mancherebbe, ma che momentaneamente sono troppo occupati a giocare col Sudoku del Pd, a scalare le banche, a rafforzare le Coop, insomma a garantirsi basi solide per il mantenimento del potere per preoccuparsi di quanto sta accadendo in Birmania. Permane, nei compagnucci di ogni sfumatura dal rosso al rosa, la genetica difficoltà a riconoscere gli esiti tragici di una dittatura comunista, figuriamoci poi a denunciarne le bestialità. E questo è quanto sta a sinistra, nel nascente coacervo di menti che illuminerà le magnifiche sorti e progressiste – Leopardi ci perdoni – sulla strada del futuro riformista. Siamo messi bene, non c’è che dire.
Ma, ancora meglio, si sta nella cosiddetta ed autonominata Casa delle Libertà, quella che accoglie i presunti liberali che, di fronte ai fatti di Birmania, dovrebbero essere in piazza a protestare dalla mattina alla sera. Invece tacciono, tacciono vergognosamente, troppo presi dalle feste padane, dagli inciuci da caduta dell’impero, dalle trattative bizantine. Poi, arriva un comunicato di Berlusconi che si dice “vicino” al popolo birmano: peccato che si dimentichi all’improvviso di aver definito il suo amico Putin – quello che insieme alla Cina si oppone per biechi motivi economici e politici persino all’idea di sanzioni al regime birmano – “un sincero democratico”. Ecco, potrebbe chiamarlo ora, visto che sono sempre al telefono a scambiarsi dritte, potrebbe invitarlo di nuovo nella villona sarda per un week end, e provare a spiegargli – lui, un vero liberale – almeno i principi basilari della democrazia, e convincerlo a togliere il suo veto che paralizza l’Onu, già di per sé colpevolmente in ritardo su ogni questione di primaria importanza. E questi, riflettiamo bene, sono i presunti liberali, quelli che pensano liberale, scrivono liberale, hanno giornali e televisioni liberali – quelli che non si vergognano di usurpare in questo modo una definizione che non gli spetta perché in questo paese narcotizzato nessuno si è mai sognato di metterli di fronte alla loro vera natura. Ci mancherebbe, se tu sei liberale, io, per starti dietro, lo sono ancora di più, figurati se perdo tempo a chiederti le credenziali del tuo presunto liberalismo. Questo, dunque, è il panorama italiano nel 2007, di fronte alla richiesta civile e coraggiosa di un popolo che vuole solo libertà e diritti civili, quelli di cui noi abbiamo fatto vergognoso e sacrilego spreco col solo risultato di portare un paese allo sfascio.
Da ultimo, il silenzio della Chiesa. Che pubblica giornalate sulla difesa della vita, che parla di diritti umani come se li avesse difesi nei secoli – e qualcuno ci dimostri che è stato così – che mette bocca su tutto, ma che di fronte ai monaci buddisti ed al loro straordinario esempio di fede chiude la bocca. Improvvisamente. Roba che a saperlo ai tempi del referendum sulla legge 40 avremmo potuto dichiararci tutti buddisti e forse si sarebbero ottenuti risultati diversi, invece di costringere migliaia di persone a cercare all’estero ciò che l’Italia e Ruini hanno negato loro. Certo, data la letterina rispettosa scritta dal Papa ai cinesi – cari amici, mai metteremmo bocca nelle vostre questioni interne, chè questo è possibile solo in Italia, mai negheremmo il diritto alla pena di morte, mai chiederemmo il rispetto dei più elementari diritti umani, semmai ci permettiamo di spendere una parola per la libertà di culto – non ci potremmo aspettare altro. I monaci buddisti sono scomodi, maledettamente scomodi, perché quelli non scrivono lettere, non creano oziosi giri di parole; no, quelli scendono in piazza armati solo dei loro mantelli, fanno scudo con i loro corpi ad un popolo martoriato, mostrano al mondo cosa siano veramente il coraggio di credere in un fede e la forza inaudita dell’esempio puro e semplice, a costo della vita. Non bandiscono crociate né cercano martiri, non invocano costituzioni con radici esclusive, non esercitano alcun potere: hanno solo ciò che noi, tutti quanti noi occidentali sazi e dimentichi di tutto, abbiamo dato per scontato e privato di ogni valore. La forza di un ideale, il coraggio di battersi per esso.
Per cui, in questo morente paese senza coscienza, memoria e dignità, stiamo forse peggio che in Birmania, e ciò non sembri un paradosso, perché la nostra titolarità di diritti è solo un esercizio quotidiano svuotato di ogni autentico valore. E noi non abbiamo neanche i monaci buddisti ad insegnarci cosa significhi avere ancora il sentimento profondo e sovrumano della libertà.
Chiara Boriosi

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