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“Le carceri libiche al collasso e i pericoli per l’Italia.” Una intervista a Domenico Alessandro De’Rossi

PoliziaPenitenziaria.it ha intervistato Domenico Alessandro de’Rossi, editorialista di Pensalibero ma soprattutto architetto esperto in edilizia carceraria, che nel 2004 su incarico di Gheddaffi partecipò alla progettazione del nuovo sistema carcerario libico. Riportiamo l’intervista integrale.

di Redazione Pensalibero.it | 8 Ottobre 2016

Le strutture di accoglienza previste per gli stranieri richiedenti asilo politico, gestite dalle organizzazioni umanitarie e cooperative, hanno lanciato l’ultimatum al Governo: se il Ministero dell’Interno non pagherà gli arretrati degli ultimi mesi, saranno costrette a sospendere il servizio di assistenza agli immigrati. Almeno 20mila stranieri richiedenti asilo, nei prossimi giorni, potrebbero essere liberi di circolare in Italia

Il Viminale non sottovaluta il problema e – come riporta il Corriere della Sera – il Ministro Alfano ha dichiarato che la situazione è drammatica e potrebbe creare anche “problemi di ordine pubblico per le tensioni sociali che rischiano di generarsi”. Ammontano a 600 milioni di euro i debiti, ma i soldi non ci sono e il Ministero del Tesoro ha bloccato i pagamenti.

Nel frattempo, un rapporto dello United States Institute of Peace (USIP) descrive una “situazione senza precedenti” nelle carceri libiche: una situazione che può degenerare da un momento all’altro.

La questione “immigrazione” è una lunga catena di eventi e se la situazione sul suolo italiano è preoccupante, l’imminente collasso del sistema penitenziario della Libia, potrebbe avere pesanti ripercussioni per l’Italia.

Leggi l’articolo in italiano sull’Internationa Business Time sul collasso delle carceri libiche

Per comprendere meglio il sistema penitenziario di quel che ormai rimane della nazione libica, ci siamo rivolti all’architetto Domenico Alessandro De’ Rossi, che nel 2004 è stato chiamato dal Governo del colonnello Gheddafi proprio per pianificare il nuovo assetto di tutte le carceri della Libia, qualche anno prima che la cosiddetta “primavera araba” arrivasse anche in quel martoriato Paese.

Architetto, quando parliamo di carceri libiche di cosa stiamo parlando?
Ad una prima ricognizione che feci a Tripoli nei primi anni Duemila ebbi l’esatta percezione che il termine carcere o penitenziario era un termine inadeguato, fuori dal tempo della civiltà. Brutalità, precarietà, orribili condizioni di sopravvivenza, assenza di normativa specifica per l’esecuzione penale: uomini tenuti in recinti come animali ed esposti a temperature insopportabili di giorno e di notte. Assenza totale dei principi giuridici a cui ci si dovrebbe ispirare nel rispetto del detenuto.

Cosa le ha chiesto esattamente il Governo libico e di cosa si è occupato?
Non tutti sanno che alla Libia fu affidato dall’ONU nel 2003 l’onere e l’onore di presiedere United Nations Human Rights Council- ohchr, la Commissione dei Diritti Umani. A seguito di questa importante responsabilità, come premio, ma soprattutto come stimolo per successive scelte responsabili, non solo politiche, si indusse il governo ad adeguare il proprio assetto penitenziario, facendolo corrispondere il più possibile a quelli che sono i principi universali dei diritti umani.

Mi fu data carta bianca e fui messo in condizione di coordinare il lavoro di architetti e ingegneri libici, alcuni di loro colleghi universitari, e nel giro di un anno e mezzo potei presentare il progetto di massima per la realizzazione di un grosso centro penitenziario nel pressi di Tripoli, comprendente anche gli uffici dell’amministrazione penitenziaria, sul modello del quale dovevano essere realizzati analoghi impianti anche a Sirte e Bengasi. Il tutto per l’accoglienza di circa diecimila detenuti. Tre vere e proprie Città giudiziarie. L’esigenza di progettare nuove carceri all’interno di un quadro generale di riferimento, basata ovviamente su principi rispettosi dei diritti umani, ha fatto emergere subito l’esigenza di collegare la progettazione architettonica anche ad un indirizzo di riforma del sistema penale e processuale. In tal senso ebbi non pochi incontri con rappresentanti governativi che si interessavano delle questioni giuridiche e dell’applicazione dell’esecuzione penale. L’architettura in quanto “contenitore” funzionale di tutte le attività collegate all’interno del carcere, deve essere sintesi di diverse discipline.

Quindi la Libia con lei aveva intrapreso un approccio “sistemico” sull’argomento carceri?
Si. La premessa e il sostegno era comunque che il Dipartimento al quale riferivo del mio lavoro era sotto la discreta ma costante osservazione della United Nations Human Rights Council- ohchr, presente a Tripoli. Ciò garantiva che le finalità ultime della pianificazione del nuovo sistema penitenziario fossero indirizzate ai principi del rispetto dei diritti umani. Lo sforzo prevalente inizialmente compiuto fu quello di far comprendere attraverso una serie di riunioni con i responsabili governativi che l’edificio penitenziario, o meglio la Città giudiziaria, non avrebbe mai potuto rispondere nei termini corretti se non fosse prima stato sostenuto da un tessuto culturalealto e preparato a concepire nuovi modi di come la pena poteva essere vissuta rispettando i diritti di coloro che erano stati privati della libertà; di come potesse essere impiegato positivamente il tempo “sequestrato” al detenuto, ma soprattutto di come si dovesse “investire” sul sequestro di questo tempo, in modo tale che colui che avrebbe scontato la condanna potesse, tornando alla libertà, reinserirsi correttamente all’interno del corpo sociale contribuendo attivamente allo sviluppo comune.

Come riuscì lei ad aprire un dialogo “tecnico” ispirato ai principi dei diritti umani in un Paese a prevalente cultura islamica?
Fu mia responsabilità e scelta attraverso ripetute comunicazioni far comprendere ai colleghi e agli uffici a cui rispondevamo che un corretto approccio al problema della pianificazione del nuovo assetto carcerario destinato al Paese non poteva che essere ispirato a principi culturali di caratteresistemico ove fossero presenti più attori rappresentanti di diverse discipline: sociologi, giuristi, economisti, psicologici e naturalmente architetti, adeguatamente preparati a svolgere tale lavoro di sintesi. Il piano era ambizioso ed anche portatore di problematiche non semplici in quanto io stesso mi confrontavo con un paese di cultura islamica, anche se al tempo, politicamente orientato ad una certo disegno di modernizzazione.

Veniamo in Italia. Cosa pensa della situazione delle nostre carceri?
Guardi al mio ritorno dalla Libia e anche per quel periodo in cui sono stato consulente del DAP, per la mia formazione di docente, vista la mancanza di una letteratura specifica, ho cercato di fissare subito il frutto dell’esperienza compiuta in Italia e all’estero, scrivendo “L’Universo della detenzione” pubblicato da Mursia alla fine del 2010 ottenendo un discreto interesse tra gli addetti ai lavori. Quel libro è servito ad evidenziare e a fissare in modo certo, grazie all’approccio sistemico con il quale è stato scritto, i molteplici aspetti a cui l’architettura penitenziaria deve rispondere. Non ultimi quelli della sicurezza attiva e passiva propri dell’edificio. Non per caso l’ultimo capitolo è stato scritto da un ingegnere dei VVFF destinato ad evidenziare le misure e i rischi relativi alla protezione antincendio, alle vie di fuga, ai criteri da rispettare da parte nella progettazione e gestione degli edifici pubblici. Non sottovalutando anche le responsabilità dirette e indirette civili e penali di chi amministra tali manufatti, che ospitano lavoratori e detenuti dentro quegli ambienti.

Per rispondere alla sua domanda dico che occorrerebbe mettere in pratica quanto già sei anni fa scrivevo in merito alla necessità di creare un “Centro multidisciplinare di coordinamento” per lo studio delle questioni inerenti l’esecuzione penale e le relative soluzioni tecnico-architettoniche. Ho riscontrato positivamente che, almeno in via “problematica”, gli Stati generali della giustizia hanno recepito tali concetti da me espressi quasi cinque anni prima. Ma le carceri italiane sono luoghi vecchi e malsani, progettati per una detenzione afflittiva, non rispondente ai criteri dell’art. 27 C. Anche in Italia non è più rinviabile che ci si doti di un approccio “sistemico” compiendo finalmente quella rivoluzione culturale che veda finalmente il momento di voltare pagina. Questo l’ho scritto già nel 2011 ribadendolo nel mio nuovo libro “Non solo carcere” uscito nel gennaio di quest’anno.

Gli Stati generali dell’esecuzione penale hanno dato ampio risalto all’edilizia penitenziaria. In Italia stiamo andando nella direzione giusta?
L’attenzione ora è rivolta tutta alle condizioni di vita delle persone detenute all’interno delle carceri, ma, come ho sempre ripetuto, bisogna considerare attentamente anche le condizioni di lavoro delle persone che operano nelle carceri: alloggi per gli agenti di Polizia Penitenziaria, ambienti dove il poliziotto e le altre figure professionali interagiscono con i ristretti, etc. Dagli Stati generali invece, mi è sembrato che emergessero perlopiù proposte di ristrutturazione dell’esistente. In pochi hanno colto l’esigenza di un nuovo approccio al problema. Persino la Libia aveva assunto questo tipo di orientamento.

La Libia dunque poteva essere un laboratorio per le riforme da attuare anche in Italia?
In Libia c’erano tutte le condizioni per intraprendere una strada verso maggiori diritti per i detenuti e l’intera popolazione civile, non dimenticando comunque che quel Paese era ed è tuttora ricchissimo e dispone di realtà territoriali e di risorse assolutamente non paragonabili con quelle nostre. Ma il problema vero della Libia era ed è la sua posizione geografica di “ponte” verso l’Europa e di immediato attracco all’Italia … Senza confini, quello libico, è territorio di passaggio.

Ora il “ponte” verso l’Europa rischia di diventarlo l’Italia
Di fatto lo è già. Il rischio però è che se non interveniamo subito per ripensare al sistema penitenziario italiano in termini “sistemici”, ci ritroveremo a dover gestire tutte le contraddizioni e le problematiche che ora sta vivendo la Libia. Se già oggi non riusciamo a garantire le pratiche di smaltimento delle richieste di asilo politico, figuriamoci quando il sistema penitenziario libico collasserà definitivamente. E’ inevitabile che ci saranno anche ricadute pesantissime anche sulla criminalità e sulla popolazione detenuta italiana

Rischiamo di “importare” detenuti islamici fortemente propensi ad una interpretazione radicale della religione?
E’ un pericolo che in Libia avevamo già preso in considerazione e, purtroppo, è uno scenario che si è concretizzato dopo il crollo del governo di Tripoli. Sono dinamiche che andrebbero affrontate nella loro complessità.

Nelle carceri italiane stiamo cercando di ovviare il problema dell’arretratezza dell’edilizia penitenziaria con le celle aperte e la sorveglianza dinamica. Di costruire nuove carceri non se ne parla più
Le carceri attuali non sono idonee per qualunque tipo di riforma penitenziaria. Non si può pensare di introdurre nuove riforme in edifici che in molti casi sono vecchi di centinaia di anni. Il rischio, anzi la certezza, è che la situazione peggiori.

Pubblicato da PoliziaPentienziaria.it

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, anni, carceri, carceri italiane, commissione, corriere della sera, dichiarato, Domenico Alessandro de'Rossi, edilizia carceraria, euro, Gheddaffi, gheddafi, governo, il corriere della sera, immigrazione, intervista, italia, lavoro, libia, merito, misure, nazione, ordine pubblico, organizzazioni, sistema carcerario libico

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