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L’inutilità di avere un governo tecnico

di Giuseppe Ferone | 13 Agosto 2012

Mentre in Francia, il socialista Hollande ha pensato bene di aumentare la tassazione per i più ricchi, in Italia Mario Monti ha colpito invece i soliti noti: il ceto medio.

Sempre più spesso si sente dire “Abbiamo avuto fortuna ad avere un governo non eletto fatto di soli tecnici, una fortuna perché non dovendo rendere conto a nessun elettore, la classe dirigente può agire liberamente prendendo tutti i provvedimenti che servono all’Italia risanandola senza bisogno dell’acclamazione del popolo”. Già, bella cazzata. Altra grande filastrocca che il populismo ha ficcato nelle menti degli italiani facendoli arrivare anche a credere a queste idiozie. Potrei smontare l’intero costrutto soltanto con un esempio. Un esempio di democrazia: il governo socialista francese neoeletto di Francois Hollande. Anche in Francia, infatti, seppur in modo più leggero rispetto all’Italia, c’è bisogno di una politica che affronti la crisi e tenti di arrivare all’obiettivo futuro del pareggio di bilancio. Proprio come l’Italia di Monti e Napolitano. Bè, un’analoga situazione di partenza dunque. In entrambi i casi, all’insediamento del neopresidente del consiglio si sono dovute prendere delle decisioni nette su come affrontare e gestire la crisi. E’ implicito che i provvedimenti presi sarebbero dovuti essere in entrambi i casi molto pesanti, per cercare in qualche modo di “fare cassa”. E così è stato infatti. Ma con una diversa accezione: mentre in Francia, il socialista Hollande ha pensato bene di aumentare la tassazione per i più ricchi, in Italia Mario Monti ha colpito invece i soliti noti: il ceto medio. E lo ha fatto sotto la palese giustificazione che abbiamo riportato sopra: la filastrocca del governo tecnico che non deve rendere conto ai cittadini. E l’Italia, che è una nazione unica al mondo per l’ingenuità dei propri cittadini, ha risposto a questi provvedimenti facendo diventare Monti come uno dei presidenti del consiglio con un maggior indice di gradimento da parte del popolo, nonostante non l’abbia votato nessuno. Hollande in Francia, per raggiungere l’equilibrio di bilancio ha puntato ad una riforma fiscale che prevede un’aliquota superiore al 45% per i redditi superiori ai 150.000 euro e un’aliquota al 75% per i redditi superiori a 1 milione di euro nonchè l’abolizione dei «regali fiscali e gli sconti» ai più ricchi e alle grandi aziende. La manovra dovrebbe portare nuove entrate per 29 miliardi di euro. Impegnandosi a rispettare i vincoli europei sul 3% del deficit entro il 2013, Hollande prevede di proseguire così lo sforzo per giungere all’equilibrio nel 2017, ossia un anno più tardi rispetto alle promesse del suo principale sfidante, il presidente uscente Nicolas Sarkozy. Mentre per quanto riguarda le pensioni, il programma socialista di Hollande vuole correggere la riforma previdenziale di Sarkozy, riportando l’età pensionistica a 60 anni, ma solo per chi ha versato 41,5 anni di contributi. E tanto per concludere, la lotta contro la casta Hollande sembra la stia facendo davvero, non solo a parole come qualcuno: è stato, infatti, eliminato il cumulo dei mandati per i parlamentari. E Monti in Italia? Beh, tanto per cominciare ha detto che intendeva portare avanti un grande progetto di liberalizzazioni. E lo ha fatto? Beh, no. Ha detto che avrebbe colpito tutte le caste, anche e soprattutto i costi della politica. Lo ha fatto? Beh, no. Si è inventato la “spending review” per tagliare tutti gli sprechi della Pubblica Amministrazione? Lo ha fatto? Beh, no. Sotto il nome di Spending Review infatti è stato approvato l’ennesimo provvedimento contro i lavoratori, in questo caso contro i dipendenti pubblici. Ma allora cosa ha fatto Monti, nulla? No di certo. Ecco tutti i provvedimenti presi: l’Imu: imposta municipale sugli immobili anche sulla prima casa. L’Irpef: le regioni possono effettuare un aumento dell’addizionale dallo 0,9% all’1,23%. Imposta sulle attività economiche e finanziarie effettuate all’estero da persone fisiche. Imposta ordinaria sul valore degli immobili che si hanno all’estero. Aumenti fino al 60% della base imponibile dei moltiplicatori per gli immobili segnalati al Catasto. Bollo sui conti. Imposta sugli estratti conto e sui prelievi di contanti. Tassa sullo scudo fiscale con il pagamento di una tantum sullo stesso. Imposta regionale automobilistica, con addizionale erariale sulla stessa per le auto che superano una potenza di 185 Kw. Tasse su aerei e barche. Imposta sui rifiuti con maggiorazione di o.3 euro per metro quadrato. Aumenti sui prezzi del carburante e sulle accise di benzina, gasolio e Gpl. Aumento del 2%, dal 10% al 12%, dell’aliquota Iva. Aumento Iva ordinaria dal 21 al 23 %. Indicizzazione all’inflazione solo delle pensioni con importo che non superi i 1.400 euro. Aumento aliquote contributive per coltivatori diretti, artigiani, commercianti e autonomi. Aumento di uno 0,3% l’anno (fino a raggiungere un’aliquota del 22%) sui contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata dell’Inps. Imposta sul Tfr. Tassa sulla fortuna, che prevede una tassa del 6% sulle vincite sopra i 500 euro. Aumento accisa sul tabacco trinciato. Aumento canone Rai. Aumento bolletta della luce e del gas. Aumento pedaggi dei caselli autostradali. Beh, ma tanto siamo proprio fortunati. Il governo tecnico può fare quel che vuole senza rendere conto agli italiani. Al popolo. A nessuno. Che bella fortuna.

Pubblicato in : Editoriale

Info Giuseppe Ferone

Giornalista pubblicista, ha collaborato per due anni con l’Avanti!, quotidiano socialista. Attualmente scrive per diverse testate nazionali e locali come Rinascita, Il Punto e Ottavonews. Ventitreenne, è studente di giurisprudenza a Roma presso l’Università Tor Vergata, dove è anche stato eletto nel 2012 Consigliere di Dipartimento. Da sempre socialista, contro ogni totalitarismo, sia esso comunista, fascista o di qualsiasi altro colore, compreso il totalitarismo dei magistrati, i quali, secondo lui, rappresentano la vera dittatura presente oggi in Italia. Per questo è assolutamente convinto della necessarietà, in Italia, di una riforma della Giustizia.

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