Il 31 ottobre 1987, la premier inglese Margareth Thatcher, in una congiuntura politico-economica sfavorevole per il suo paese, rivolgendosi ai suoi detrattori, ebbe a dire: “Stanno scaricando i loro problemi sulla società. E come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini. Le persone pensano troppo ai diritti senza ricordarsi dei doveri, perché non esiste un diritto se prima qualcuno non ha rispettato un dovere”.
Cosa c’entra, direte voi, il detto della Thatcher con Parmenide?
E in effetti, una differenza sostanziale di discorso c’è. Il discorso di Parmenide è basato sulla distinzione delle origini. Heidegger sosterrà che Parmenide è tra i cd. “pensatori iniziali”, anzi è “il maggiore” di coloro in grado di pensare “l’inizio dell’inizio” delle cose. Il discorso della Thatcher attiene invece a forme di distinzioni potremmo dire “derivate” relative all’edificazione di una comunità di cittadini.
E tuttavia, la logica della distinzione opera allo stesso modo; così che possiamo anche immaginare di fare un salto all’indietro nel tempo, alla ricerca del detto che ci parli dell’inizio dell’inizio. Nonostante Aristotele riferisca che “i pensatori iniziali” furono tutti dei “materialisti” (phys. A8. 191 a 24; metaph. A3. 984 a 27), un’ipotesi potrebbe anche essere quella di risalire alle origini attraverso la propria e altrui “esperienza” di vita.
E tuttavia, esistenza è un termine già “adulto” – e soprattutto che non fa riferimento all’“essere” di Parmenide in quanto l’uno che è tutte le cose – che “significa etimologicamente stare da, perché deriva dal composto latino ex + sistentia, che vuol dire avere l’essere da un altro, esterno a sé. L’esistenza infatti non ha l’essere in proprio, ma esiste solo in quanto è subordinata ad un essere superiore. Per questo le paroleesistenza ed essere sono state trattate in maniera piuttosto diversa nell’arco della storia della filosofia occidentale”.
A dimostrazione di questa diversità di prospettiva, nello stesso topos (spazio, racconto, luogo, testo) esiodeo, lo Spazio-aperto e originario di Kaos assume talvolta la forma e quindi la diversa funzione di undio, e più propriamente del dio delle origini, il Deus faber delle mitologie, al quale toccherà ugualmente ilde-stino (E. Severino, lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) di mutare di nuovo forma, e in sintesi: “da architetto a fabbro”.
A differenza dell’identificazione con lo Spazio-aperto delle origini, il dio occuperà, nel tempo che è di Kronos (Esiodo, op. cit.), uno spazio-limitato, Cielo-Terra-Inferi, e prenderà forma o si manifesterà (da epi-fania, apparizione o manifestazione della divinità) come “Enki/Ea in Mesopotamia, Ptah in Egitto, Tvaṣṭṛ in India, Tane/Kane in Polinesia, Efesto, Wieland, Goibniu e così via”. In Grecia, sarà anche Efesto, che appare dunque regnante dall’inizio, avendo ricevuto da Amaltea, nutrice di Zeus, l’Egida del comando supremo. Ma non così è attraverso un altro racconto, e tanti altri ancora, e in particolare nel racconto dove il regno iniziale appartiene a Prometeo, secondo la testimonianza dello scoliaste di Sofocle che “spiega che nell’Accademia c’era un altare su cui era raffigurato che ‘Prometeo fu il primo e il più antico a tenere nella destra lo scettro; ma Efesto fu più recente e il secondo’”. Prometeo, il Titano, che aveva già strappato il fuoco a Zeus e del quale però anche si diceva che fosse il padre di tutti gli dei.
Tutte queste dicerie, vedremo meglio “detti”, si narravano e quindi accadevano in epoche diverse ma anche in spazi fisici – villaggi città templi – diversi, a opera di specialisti, architetti e fabbricatori del mithos. Efesto, ma anche Zeus, e soprattutto Kronos (il Tempo), ma anche Prometeo, il Titano, o Yama in India, Pramantha tra gli Indiani d’America, Tezcatlipoca in Messico e tante altre divinità maschili.
Ma, ancor prima nel tempo, divinità femminili; come Ishtar di cui “si diceva che era ‘colei che sommuove l’apsû (lo ritroveremo ancora) davanti a Ea’”. O Afrodite Urania o la Fanciulla dei Catlo’ltq del Nordovest americano “che scaglia la sua freccia nell’ ‘ombelico dell’oceano’ che ‘era un vasto gorgo’ e riesce così a ottenere il fuoco”; come divinità presenti in ogni tempo e a qualsiasi latitudine e longitudine: “Saturno, colui che dà le misure del cosmo rimane la ‘stella della Legge e della Giustizia’ a Babilonia nonché la ‘Stella della Nemesi’ in Egitto, il Sovrano della Necessità e della Retribuzione, in breve, l’Imperatore“(della Cina), ilFaraone d’Egitto, e così via fino all’individuazione di nuove e più antiche figure, rappresentazioni o immagini di gorghi, fiumi, mari, monti, archi e frecce (Sagittario), bastoncini (Gemelli) e fuochi, vie, alberi, legni, assi, navi, pietre, isole, terre, lune, soli, stelle fisse e pianeti, cani, ombelichi, porte, canti, danze, mascelle, cervi e quant’altre cose esistenti tra il Cielo, gli Inferi e la Terra di Mezzo della mitologia norrena.
Ricapitolando, cos’era accaduto?
Che l’uomo avesse deciso di dividere il proprio spazio di appartenenza con altri più o meno simili, si potrebbe anche dire fatti a propria immagine e somiglianza, intraprendendo via via l’edificazione di vere e proprie comunità di appartenenza ed erigendo via via difese, barriere e muri che circoscrivessero il proprio spazio, non più aperto (!) ma, ora, de-limitato. Sia pure un giardino, in cui avrebbe dimorato “per sempre”.
In proposito, uno dei racconti più antichi delle origini, di cui è testimonianza di documento, l’Epopea di Atrahasis (ca. 1700 a.C.), si narra che l’umanità sia stata creata dagli dei al fine esclusivo di procurare, agli stessi e senza lavoro degli stessi, il cibo necessario alla vita. Nel racconto, si narra anche che il numero degli uomini crebbe in misura tale che il rumore (una costante dei racconti dell’epoca) che costoro producevano disturbò il riposo di Ellil (in questo racconto, il dio principale di un’antica tradizione babilonese); in misura che la comunità degli dei e quindi gli dei cercarono con vari sistemi di far smettere gli uomini, ma vanamente e fino a quando decisero d’inviare loro un diluvio.
Qualcuno potrebbe ben dire che fosse già iniziata l’epoca della “divisione del lavoro” e dell’organizzazione per “classi produttive”, rivendicando a tutela dei propri “diritti” (ricordate la Thatcher!) l’azione di un Dio o un Cesare, un Profeta o un Condottiero. In ogni caso, anche un salvatore dal proprio de-stino che si rivelasse avverso. A maggiore riguardo di ciò, non sarebbe più bastata la semplice parola, servivano testimonianze più pesanti, un documento scritto (finanche un libro, che fu detto in fine byblon) e poi anche una testimonianza diretta da parte dello stesso dio o, nell’era moderna, una “costituzione” sulla quale prestasse fede un re piuttosto che una regina.
Angelo Giubileo
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