Quelle che seguono sono le conclusioni della lezione tenuta alla scuola di liberalismo di Messina da Enzo Palumbo già senatore e membro del CSM.
La conclusione di questa relazione mi porta ad affermare che ciò che è oggi a rischio in Italia è lo Stato di diritto, quale abbiamo imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo, pur con le sue criticità, nei quasi settanta anni della Repubblica.
Ai nostri sommi editorialisti, che sui principali organi di stampa si struggono nel sostenere, fanno a gare nel sostenere quanto sia opportuno, almeno per un po’, di avere un solo uomo al comando, come panacea di tutti i mali, e quindi anche la necessità di introdurre istituzioni che consentano tale soluzione, vorrei ricordare il monito dei due grandi economisti dell’attualità che ho già citato, Acemoglu e Robinson, che, andando alla ricerca dei perché le nazioni falliscono, sono arrivati ad una conclusione che mi sento di condividere:
“Lo Stato di diritto è il frutto di istituzioni politiche pluraliste e di ampie coalizioni che le supportano. Soltanto quando molti individui e gruppi hanno voce nelle scelte politiche e la possibilità di sedersi al tavolo delle decisioni, l’idea che tutti debbano essere trattati equamente inizia ad avere senso” (Acemoglu e Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore, 2013).
Se invece il problema da risolvere in ogni modo, come s’usa dire, è quello di sapere, la sera delle elezioni, chi ha vinto e chi ha perso, e se per risolverlo si arriva a comprimere la capacità rappresentativa del sistema, nessuno potrà meravigliarsi se chi avrà vinto le elezioni si riterrà investito del potere di fare ciò che più gli convenga, piuttosto che ciò che sia più utile al complesso della società.
E nessuno potrà stupirsi se questo potere praticamente assoluto, almeno tra un’elezione e l’altra, sarà naturalmente accompagnato da un’infinita serie di scandali e ruberie architettate da chi, all’ombra di quel potere, sarà riuscito a profittarne, almeno per il corso di un mandato legislativo o amministrativo, provando magari a condizionare, dalle posizioni conquistate, anche il mandato successivo.
Ciò che è accaduto all’ombra dei sistemi, ormai sostanzialmente presidenziali, delle regioni e dei comuni, dalla Sicilia al Veneto, dalla Calabria alla Lombardia, passando attraverso tutte le regioni della penisola (è di questi giorni la tangentopoli laziale, com’è di ieri quella del Mose o dell’EXPO) dovrebbe farci rammentare il monito lanciato da Montesquieu nella sua opera fondamentale L’Esprit des Loix, secondo cui “il potere corrompe, e quello assoluto corrompe in maniera assoluta”.
La cosa che si continua a non voler capire è che nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica, assieme al sistema elettorale, è cambiato soprattutto il modo di fare politica degli attori che si sono succeduti sul proscenio, e in conseguenza lo stesso modo di votare degli elettori.
Mentre prima ci si aggregava in partiti o movimenti politici secondo la logica delle convinzioni, dopo ci si è aggregati secondo la logica delle convenienze.
Sino al 1992, vigente il sistema elettorale proporzionale, i partiti politici presentavano ai cittadini-elettori un paradigma (di volta in volta: quello liberale, socialista, solidarista) nell’ambito del quale si riproponevano di impostare le risposte da dare alle domande emergenti dalla società; e, nella misura in cui le convinzioni del cittadino combaciavano in qualche modo con quel paradigma, nasceva il consenso elettorale e quindi il rapporto fiduciario tra rappresentati e rappresentanti.
A partire dal 1993, invece, vigenti i due sistemi diversamente maggioritari che abbiamo sin qui sperimentato, i partiti politici (o meglio, le loro incerte coalizioni) hanno presentato ogni volta proposte da scrivere in un libro dei sogni, di volta in volta crescenti e quindi sempre più irrealizzabili, al solo scopo di ottenere il consenso necessario per vincere quella tornata elettorale, e sulla scia di quella precaria vittoria hanno poi utilizzato il potere conquistato per garantire e difendere gli interessi che attorno a loro si erano coalizzati, sino al punto di giungere ad approvare leggi ad personam, cosa che prima era assolutamente impensabile.
La logica della convenienza è stata naturalmente bilaterale, avendo riguardato sia il partito che avanzava proposte, sia l’elettore, che a sua volta calibrava il suo consenso in ragione dell’aspettativa che ne derivava.
Nella logica delle convinzioni, lo scostamento tra le aspettative degli elettori ed i comportamenti degli eletti, che pure potevano esserci, erano alquanto marginali, e quindi relative erano le delusioni dei cittadini, i quali finivano invece quasi sempre per ottenere ciò che potevano attendersi dai loro rappresentanti, ed in definitiva dal sistema politico, in termini di comportamenti, più o meno coerenti rispetto alla prospettiva elettorale.
Nella logica delle convenienze, invece, essendo le proposte per lo più finalizzate a conquistare un effimero consenso elettorale, la disaffezione verso la politica è stata l’inevitabile conseguenza dello scostamento, talvolta abissale, tra promesse e realizzazioni.
Questo distacco tra cittadini e politica si è poi aggravato in ragione degli scandali che hanno accompagnato tutto il corso della seconda repubblica, assai più di quanto non fosse successo sul finire della prima.
Se questo si era caratterizzato per diffuse pratiche corruttrici basate sull’uso di soldi privati (quelli delle imprese) per scopi sostanzialmente pubblici (il finanziamento dei partiti, essendo allora assai modesto quello pubblico), ancorché ciò potesse poi avere ricadute mediate ed indirette sul livello della spesa pubblica, tutto il corso della seconda repubblica si è invece caratterizzato per un generalizzato sistema corruttivo basato sull’uso diretto ed immediato di soldi pubblici (dello Stato e degli enti locali) per scopi esclusivamente privati (l’arricchimento personale).
Al di là delle ruberie ricorrenti a destra ed a sinistra, se vogliamo individuare il motivo del distacco dei cittadini rispetto alla politica, dobbiamo riconoscere che il metodo della proposta, di delusione in delusione, ci ha condotti nel baratro dell’incredulità e dell’insofferenza per lo stesso sistema democratico, sino a quella ventata di antipolitica contro cui si levano da più parti allarmate denunzie, senza che si faccia alcuno sforzo per analizzarne le cause, e senza rendersi conto che sul terreno arato dall’antipolitica finirà per crescere la gramigna del populismo, propiziato dal primo imbonitore che si trovi a portata di mano e che sappia coglierne l’opportunità.
Non si arriva a capire che senza capacità di rappresentanza un sistema finisce per essere autoreferenziale e quindi– sempre più estraneo al sentimento dei cittadini.
Man mano che il livello di rappresentatività si è andato riducendo – sino ai minimi dell’attualità, come dimostrano le ultime elezioni regionali in Calabria ed in Emilia Romagna – le nostre istituzioni sono divenute sempre meno inclusive e sempre più estrattive, con gruppi sociali sempre più piccoli che controllano fasce sempre più grandi di potere, e quindi anche di risorse, in un circolo assolutamente vizioso, ben descritto e documentato da Acemoglu e Robinson, per cui istituzioni politiche “estrattive” conducono ad istituzioni economiche anch’esse “estrattive”, che arricchiscono pochi a spese dei più; ed i pochi che ne beneficiano hanno così la possibilità di creare a loro volta il contesto necessario affinché le istituzioni politiche “estrattive” possano persistere nel tempo.
Quando una società cessa di essere inclusiva, la distruzione creatrice — che è possibile solo se una moltitudine indistinta di persone è stimolata a generare ricchezza in una competizione basata sulle pari opportunità, ed anche pensando di poterne a lungo legittimamente godere — cessa di svolgere la sua funzione, la voglia di investire decresce sino a sparire, lo sviluppo economico si arresta, mentre crescono le spinte ribelliste aumentando la pressione sulla società, che inevitabilmente finisce per subire l’attrazione di quelle che appaiono, in un certo momento, più caratterizzate.
Allo stato, dopo la sciagurata parentesi inaugurata con le elezioni del 2006 e chiusa con quelle del 2013, la nostra è ancora una democrazia liberale, regolata, quanto alle istituzioni, dalla Costituzione del 1948, e quanto alla legge elettorale, dalla normativa che è il risultato della recente sentenza n. 1-2014 della Corte Costituzionale, e quindi una democrazia con connotati chiaramente “inclusivi”.
Cesserà invece di essere una vera democrazia liberale, e assumerà caratteristiche sempre più oligarchiche e tendenzialmente autoritarie, con caratteristiche tendenzialmente “estrattive”, se passerà l’attuale disegno governativo, risultante dal combinato disposto delle modifiche costituzionali e della legge elettorale.
L’intento degli autori di questo scempio della democrazia è evidente, e non viene neppure nascosto, ma addirittura esibito: quello di tutelare al massimo l’interesse dei sottoscrittori del c. d. “patto del Nazareno”, il primo dei due, nella sua strategia d’attacco tendente ad assicurargli comunque, e quando che sia, il governo nella prossima legislatura; ed il secondo, nella sua tattica difensiva che gli consenta di portare in Parlamento un manipolo di fedelissimi che gli assicuri una qualche salvaguardia dei suoi interessi personali ed aziendali.
Ed il tutto, senza neppure assicurare al Paese la governabilità, posto che la legge elettorale si applicherebbe solo alla Camera, mentre, in caso di elezioni anticipate sempre possibili, il Senato resterebbe regolato dal c. d. “consultellum” e quindi con sicura difformità rispetto al risultato della Camera.
Nella sciagurata eventualità che questa operazione distruttiva della democrazia liberale riesca, si completerebbe l’operazione di distacco delle istituzioni rispetto alla società, che per altro è già in fase avanzata, e si creerebbe una frattura spaziale (per la mancanza di soggetti politici intermedi) e temporale (per la distanza tra le tornate elettorali) tra le istituzioni ed i cittadini, ai quali resterebbe la titolarità formale della sovranità nazionale, senza tuttavia poterla realmente esercitare.

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