Trovo che non siano i parametri e la flessibilità europei che debbano soprattutto cambiare: in Italia, se non cambia la politica anche l’economia non cambierà mai.
La crisi economica che attraversa il mercato italiano, in generale e come lapalissianamente dimostrato nel settore del calcio durante il mercato di stagione appena chiuso, è da più tempo crisi strutturale. Di un’economia che, semplificando, essenzialmente non produce e non investe e quindi si regge sul prestito; sulla cosiddetta liquidità o meglio il capitale circolante, e quindi più esattamente le dinamiche del prestito, da ottobre nel computo in parte anche illegale, reso disponibile da agenti pubblici (internazionali e statali) e privati (banche, imprese e cittadini).
Alcuni affermano che in economia nessun pasto è gratis e quindi il risultato finale sarebbe che il costo di ogni iniziativa deve essere alla fine comunque pagato da qualcuno; altri invece sostengono diversamente che esiste un effetto cosiddetto moltiplicatore in grado di creare, attraverso soprattutto l’iniziativa pubblica, “nuova” e maggiore ricchezza. In questa seconda ipotesi, è tuttavia bene evidenziare come non si tratta dell’applicazione di un mero principio redistributivo, semplificando potremmo dire togliere a chi ha di più per dare a chi non ha o ha di meno; bensì, ribadisco, si tratta della creazione di maggiore ricchezza in quanto trattasi di ricchezza essenzialmente nuova. In definitiva, entrambe le tesi sostengono il processo di sviluppo di un sistema, che Schumpeter definì di “distruzione creatrice” e che si dice per l’appunto capitalistico.
Rinunciando ad avvalermi di dati peraltro facilmente accessibili, continuo ad esporre principi e situazioni di per sé tanto evidenti da sembrare anche semplici e banali. Parafrasando una canzone della grande Mina, semplici e un pò banali io direi quasi prevedibili e sempre uguali. Come, ad esempio, attraverso la dichiarazione del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, in merito alle misure assunte dal governo Renzi nell’ultimo provvedimento Sblocca Italia. E cioè: “Dal punto di vista concettuale i contenuti sono condivisibili. Il problema è la quantità e la reale disponibilità dei fondi per sostenere questi investimenti, ad esempio quelli per le infrastrutture. Aspettiamo il testo definitivo ma la nostra impressione è che non sarà sufficiente per far ripartire il Paese”.
Per il presidente degli industriali italiani, la questione prioritaria del paese è dunque legata agli investimenti infrastrutturali necessari alla produzione e quindi al consumo degli italiani. Una volta, si sarebbe meglio usata l’espressione politica industriale. Noi italiani, che per troppo tempo – giudicate voi, se più o meno paragonabile agli ultimi 40 anni nel corso dei quali, secondo il primo ministro francese Valls, la Francia ha vissuto oltre le proprie possibilità a fronte di un debito pubblico che ha raggiunto il 57% del prodotto interno lordo – abbiamo vissuto, forse anche più dei francesi, oltre le nostre possibilità!
Ma, come precisato, non basta che la liquidità necessaria all’investimento sia finalizzata alla sola edificazione dell’infrastruttura necessaria, occorre anche che l’attività in sè sia funzionale ad una crescita dell’economia in genere, si dimostri cioè produttiva e quindi, banalizzando, l’esatto contrario di ciò che viceversa è e si è dimostrato improduttivo nel corso degli almeno ultimi vent’anni trascorsi praticamente ovunque in Italia.
Per ragioni e motivi senz’altro diversi, ma direi soprattutto per una colpa, essenziale, della nostra politica: la promozione e lo sviluppo di un modello, di falso federalismo e poggiato su un municipalismo d’accatto, finalizzato alla raccolta ed al mantenimento del consenso. Quanto viceversa all’economia e al suo sviluppo, che avrebbe dovuto seguire all’impiego di nuove risorse europee, queste come altre sono piuttosto servite a garantire, mediante società partecipate o controllate, non lavoro ma piuttosto “posti di lavoro”, com’è d’uso anche nel gergo sindacale, finalizzati piuttosto anch’essi alla raccolta ed alla conservazione del consenso politico e sindacale.
Sarà anche banale, ma trovo che non siano i parametri e la flessibilità europei che debbano soprattutto cambiare: in Italia, se non cambia la politica anche l’economia non cambierà mai. Pare che, da ultimo, se ne sia reso conto anche Fausto Bertinotti. Che sia anche qui valido il detto,meglio tardi che mai? Perché, in definitiva, è ancora questo il primo e più importante compito che attende il governo Renzi. In Europa.

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