La possibilità di usufruire di sistemi di comunicazione sempre più veloci, efficaci e, soprattutto, utilizzabili ovunque – cosa che oggi renderebbe impossibile a chiunque accampare vaghe scuse genere Robinson Crusoe per giustificare la propria assenza – ci ha reso in realtà sordi, muti e ciechi come forse non era mai accaduto in tutta la storia del genere umano. Di fatto, pur comunicando tutto il giorno via mail, sms, skype, di solito riusciamo nella mirabile impresa di non dire assolutamente alcunché di significativo. E non parliamo solo della comunicazione che occupa le nostre ore lavorative – quando è assolutamente normale che, mentre si sta al telefono con un cliente tentando di convincerlo a fare quello che lui ostinatamente rifiuta di capire, intanto si risponde alla mail di un’amica in piena crisi sentimental-generazional-depressiva. Insomma, la solita storia: lui è stronzo, ed io vorrei ammazzarlo, se solo avessi un altro per sostituirlo, facendolo debitamente rosicare per lo smacco.
Il vero punto di non ritorno è segnato dalla comunicazione fra uomo e donna – una storia talmente tragica che, al confronto, le guerre mondiali sembrano banali giochi di ruolo per adolescenti irrequieti. Perché un tempo, quando comunicare era realmente un esercizio difficile, le cose funzionavano davvero: un uomo doveva noleggiare uno scriba, stendere un papiro, sovrintendere all’utilizzo dei geroglifici corretti, onde evitare tragici equivoci interpretativi, aspettare che la pittura asciugasse, ed infine affidarsi ad un mezzo di trasporto genere cammello o piccione – sottoposti al rischio di morire per strada e dunque affatto garanti dell’avvenuta consegna del plico – ed attendere la sospirata, e per niente certa, risposta. Così le parole assumevano un valore aggiunto, non solo per ciò che esprimevano ma per lo sforzo di farle giungere a destinazione.
Oggi, ci vuole mezzo secondo per inviare una mail, un minuto – dipende dall’allenamento dei pollici – per scrivere un sms, e neanche ci si rende conto di ciò che si scrive o si legge. Perché vige la regola del contrario: più ti avvicini, più ti scanso – esattamente come la caccia alla volpe.
La colpa, manco a dirlo, è delle donne – per nostra natura, siamo portate a semplificare la vita, a ritenerla persino, oseremmo dire, basica: si dice quello che si pensa e questo è il miglior contributo alla chiarezza dei rapporti. Che c’è di male in tutto ciò?! Mi piaci, non mi piaci, perché – una facilità persino disarmante, che spiega come mai scriviamo, telefoniamo, parliamo, senza farci venire una crisi di nervi al solo avvicinarci ad un mezzo di comunicazione. Poverette, noi crediamo davvero che i tempi, dall’epoca del papiro, siano migliorati – ed invece facciamo regolarmente la fine di Tutankamen. Imbalsamate nell’attesa di una risposta che non arriva. E, se arriva, richiederebbe l’abilità di uno Champollion molto più intelligente, alle prese con una nuova stele di Rosetta, per decrittare il senso di ciò che ci viene detto. Già, perché andiamo a vedere chi sono gli interlocutori. Quelli che il papiro l’hanno cancellato dalla propria memoria genetica, e sono convinti che un silenzio esprima tutto – roba da far impallidire mafiosi incalliti, che al loro confronto sembrano una manica di usignoli canterini.
La versione maschile
Mi si nota di più se parlo o non parlo?
Non invio ricevuta della mail, significherebbe una compromissione con annessa possibilità di risposta.
Se telefono senza un motivo apparente, potrebbe sembrare un desiderio di dialogo – e, si sa, dal dialogo al bisogno il passo è breve.
Ma figurati se ho tempo da perdere: Sab ore 21, è un testo più che sufficiente per fissare un appuntamento. E che vuole, i violini?! Se li scarichi sull’iPod e non rompa.
Come aveva ragione la mia nonna: un bel tacer non fu mai scritto…
Pole la donna essere uguale all’omo?!
Chi.Bo.

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