la competitività della industria tedesca ha un nome sopra tutti gli altri, anche sopra le cosiddette riforme di Schröder, su cui tutti rimangono come bloccati: si chiama Fraunhofer.
Personalmente ho sempre invidiato alla Francia l’ENA, alla Germania la FRAUNHOFER: la competitività della industria tedesca ha un nome sopra tutti gli altri, anche sopra le cosiddette riforme di Schröder, su cui tutti rimangono come bloccati: si chiama FRAUNHOFER.
L’apparato produttivo tedesco ha alle spalle una grande Agenzia pubblica (si badi pubblica) composta da circa trentamila tra scienziati, tecnologi, ingegneri etc., espressione dei grandi Politecnici tedeschi, a cui ogni azienda, di fronte ad una qualsiasi strozzatura produttiva, può rivolgersi stabilendo un contratto di ricerca, per avere risposta all’eventuale problema.
La FRAUNHOFER alimenta cosi, con le sue risposte, un continuo flusso di investimenti e, attraverso tale flusso, un processo di innovazione incrementale e sistemico.
Gli investimenti infatti non si improvvisano, tanto è vero che oggi, pur portando la BCE il denaro a un costo tendente allo zero, il cavallo non beve, il ciclo di investimenti non riprende.
Domanda strategica: a quando una FRAUNHOFER italiana , a quando un Politecnico anche nel Centro-Sud del Paese, vista anche la particolare geo-struttura produttiva italiana in cui le grandi imprese, oltretutto sempre più ridotte di numero, hanno sostanzialmente smantellato i loro istituti di ricerca (pensiamo al CSM a Pomezia per la siderurgia e a tanti altri), e le piccole imprese vivono soprattutto copiando o affidandosi al famigerato “genio italico”?
Esempio quotidiano la vicenda dei cosiddetti distretti industriali e la loro tenuta messa a dura prova dall’atavico ed esasperato privatismo individualistico dei loro singoli componenti.
Quindi, una FRAUNHOFER ITALIANA, riorganizzando, unificando, ristrutturando, potenziando e finalizzando i centri di ricerca che pur esistono e spesso anche di notevole qualità. E strutturare un nuovo ruolo del Pubblico a tale livello strategico. A ben vedere, al di là di certe mitologie, è quello che è successo mutatis mutandis, anche nella celebrata Sylicon Valley. Esiste già una Fraunhofer italiana a Bolzano, di diritto privato e di proprietà tedesca, con una microscopica partecipazione dell’imprenditoria altoatesina, che però non ha la pretesa di essere un sistema nazionale, anche se progetta di aprire altre sedi nel nostro Paese; ma non esiste un progetto italiano in tale senso.
Oggi per questa via si fa politica industriale, cioè innovazione di processi e di prodotti, e quindi investimenti e quindi occupazione e diritti.
Oggi, infatti, la politica industriale, scomparse le Partecipazioni statali ed essendo impossibili le svalutazioni competitive, passa essenzialmente per tale via maestra. A dire la verità, non ci voleva un’aquila a capire tutto ciò quando siamo entrati nell’euro, ma evidentemente tali rapaci non allignano tra i nostri gruppo dirigenti.
Si tratta, se non si vuole ridurre la questione investimenti a denuncia o invocazione, di dare quindi un seguito alla grande tradizione italiana dei Natta, degli Ippolito, dei Buzzati-Traverso etc. e strutturare un nuovo ruolo del Pubblico a tale livello strategico, dopo il fallimento degli animals spirits del Mercato.
Cosa testimonia la sovraccapacità produttiva accumulata in questi decenni (mediamente del trenta per cento in tutti i settori fondamentali) se non il fallimento della sovranità dell’impresa capitalistica sulle decisioni di investimento? L’anarchia del mercato, ammoniva già Marx, non può che portare a tali esiti esiziali.
(parte dell’articolo “C’è bisogno di Fraunhofer, l’esempio che viene dalla Germania” pubblicato da jobsnews.it)

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