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BREXIT O BREXIN: ovvero Dentro o Fuori dall’U.E.?

Sono profondamente convinto che dietro ad ogni male si può nascondere del bene e dietro ogni bene si può celare dell’invisibile male; ciò che può fare la differenza è solo una questione di dosaggio.

di Tullio Pascoli | 25 Luglio 2016

Dopo circa tre settimane, le discussioni sui risultati emersi dal referendum di BREXT o BREXIN (fuori o dentro l’U.E.) continuano ad accumularsi le numerose contrastanti interpretazioni che non sembrano  esaurirsi; infatti, c’è chi sostiene che è un bene per l’Europa ed un male per il Regno Unito e c’è chi scommetterebbe sull’esatto opposto. Quale sarà la realtà, probabilmente, lo rivelerà l’incerto futuro, anche se io sono convinto che non sia nessun guadagno per entrambe le due parti.

Personalmente, sull’interpretazione della realtà, ho una mia molto singolare concezione che si può condividere ed ugualmente rifiutare. Sono profondamente convinto che dietro ad ogni male si può nascondere del bene e dietro ogni bene si può celare dell’invisibile  male; ciò che può fare la differenza è solo una questione di dosaggio da mettere sui due piatti della bilancia, ma anche così le interpretazioni possono cambiare tanto nel luogo come nel tempo. Per cui, oggi la posso vedere in un certo modo, domani – partendo da altro punto -, posso intendere che sia diverso, magari totalmente opposto, proprio perché ad ogni istante che viviamo accumuliamo nuove esperienze e nozioni che ci inducono a cambiare le nostre interpretazioni della realtà. Del resto, la realtà non è né piatta né rotonda, ma variegata; la percepiamo come se provenisse – diciamo così – a forma di raggi di luce policromatici, attraverso una specie di prisma, cambiando forme e colori in funzione delle posizioni in cui ci si trova o da cui i lampi di luce ci provengono e siccome ad ogni momento viviamo altri contesti, ad ogni istante possiamo osservare le cose con altri sguardi.

Ma, senza esercitarci in eccessive contorsioni o troppi giri attorno all’asino, vediamo di andare al punto, ai fatti, così come ci appaiono in questo preciso versante, senza dimenticare che nessuno di noi può sostenere di essere l’unico legittimo depositario della Verità, perché anche la verità, pur esistendo, nel suo assoluto, non è accessibile alla mente umana, e non c’è santo né papa che tenga…

Chiediamoci, quindi, cosa possiamo dedurre dai risultati del voto del 23 Giugno? In primo luogo che nel Regno Unito i voti non si sono espressi in maniera piuttosto chiara: con un totale del 51,9% a favore dell’uscita dall’U.E. ed il resto contrario, ovvero, a favore della permanenza; tuttavia solo circa il 72% degli aventi diritto hanno manifestato la propria preferenza; ciò che non è affatto poco, anzi, è la più alta percentuale di una votazione nel Regno Unito fin dalle generali del 1992.  Perciò non è nemmeno vero che la maggioranza assoluta abbiamo fatto una scelta.

Ad ogni modo, di concreto, sappiamo che sono stati gli Inglesi ed i Gallesi quelli che, in ultima analisi, hanno davvero determinato il risultato preponderante, mentre il 62% degli Scozzesi, ha votato per la permanenza contro il 38% per l’uscita; e gli Irlandesi del Nord, al 56% a favore dell’Unione e 44% per l’uscita. E questi dati sembrano aver riacceso il separatismo delle due Nazioni (etniche) dal Regno Unito e non si sa bene come andrà a finire.
Pertanto, non si può dire che il referendum sia stato molto chiaro né del tutto soddisfacente per chi ha espresso  il voto. Il “bocconiano” Nicolò Bragazza, per esempio, in un suo editoriale dell’Istituto Bruno Leoni osserva come non è possible sostenere che il voto abbia espresso una chiara e definita volontà e non si può nemmeno qualificare le categorie per preferenza; anzi, le cose non sono così semplici. Infatti, i pareri si dividono fra chi intende che l’esito a favore dell’uscita sarebbe stato condizionato dai vecchi, tradizionalisti, conservatori, nazionalisti, timorosi, pessimisti, rabbiosi, dai meno colti, dagli xenofobi, isolazionisti ecc., mentre i giovani, moderni, i più colti, i più emancipati ecc. avrebbero preferito permanere nell’U.E. Insomma, da una parte ci sarebbero coloro che non sembrano preparati ai tempi della globalizzazione e dall’altro i populisti contrari ad ogni genere d’immigrazione; ma fra i politici, tanto i laburisti come i conservatori, si confondono nelle preferenze e ci sono perfino quelli che vorrebbero ripetere un nuovo referendum.

Ad ogni modo, pare che per convalidare il risultato, il Parlamento britannico, dovrebbe invocare l’Articolo 50 del trattato dell’Unione ciò che non è ancora stato fatto ed il Primo Ministro in carica,  David Cameron, indotto dall’imbarazzo, per non rimanere con la patata bollente in mano, ha dichiarato di dimettersi. Eppure, anche sul fronte opposto, sia Farage – che è stato il promotore del processo -, come pure il leader dei laburisti Corbyn, si sono dimessi dai propri incarichi; il primo – dice lui – per aver ottenuto ciò che aveva mirato e l’altro per dover ammettere di non aver assunto una chiara posizione contraria all’uscita; e lo stesso si può dire di Boris Johnson l’ex sindaco di Londra che aspirava a sostituire Cameron, e, molto opportunamente, ha capitolato. Chi assume l’incarico, abitando al numero 10 di Dowining Street, invece, si conferma Theresa May, di cui si dice un gran bene e che pare possa emulare addirittura la gloriosa Dama di Ferro – come i sovietici, a suo tempo, avevano definito la Thatcher. Questa definizione potrà assumere un aspetto particolarmente importante; infatti, che possa piacere o meno, dopo Churchill, la Thatcher ha costituito, senza alcun dubbio, la figura politica più carismatica nella storia recente della politica del Regno Unito.

Ebbene, ciò che non tutti dicono o pochi scrivono è il fatto che già la determinata Margareth Thatcher, in molte occasioni, inaugurando un certo “euroscetticismo, ha saputo confrontarsi frontalmente, criticando con molta decisione quella che, anche nella mia concezione, è il grande male della nostra Europa: la buorcratizzazione e l’ostinazione dei rappresentanti di Bruxelles e di Strasburgo di voler pianificare e rendere tutto più o meno uguale nei diversi Paesi membri. Ed infatti è proprio a questo  particolare aspetto che Gerard Batten – membro del Parlamento Europeo – ed uno dei rappresentanti di spicco dello UKIP (Partito Indipendente Britannico), con il saggio THE INGLORIOUS REVOLUTION, insieme allo storiografo russo Pavel Stroilov, riserva una severa critica contro la minaccia esercitata dai burocrati europei nei confronti della stessa costituzione britannica ciò che ridurrebbe l’autonomia del Regno Unito ed indica la via per una scelta alla libertà.

Di fatto, è davvero inconcepibile, come l’ideale europeo pensato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi descritto nel famoso MANIFESTO DI VENTOTENE, tradotto nelle diverse lingue, sia stato semplicemente tradito. Quella che doveva diventare una federazione delle Nazioni, al contrario, è stato trasformata in un’autentica Unione burocratica utile solo ai politici ed alle loro alleate appendici di un esercito di funzionari che sembrano non avere altro da fare se non inventare norme, regole, limiti che pochissimi cittadini approvano. Infatti, pare che questi  insensibili politicanti dimentichino che il più prezioso patrimonio dell’Europa è la sua diversità; diversità delle lingue, delle culture, delle tradizioni e dei modi di vita in generale; ed invece, questi “euroburocrati”, pretendono eliminare tutte queste virtuose differenze che ci distinguono e che arricchiscono tutti gli autonomi membri dell’Unione.

Ma c’è dell’ altro ancora più ambiguo e deleterio che la coraggiosa ed ostinata Thatcher non aveva mai approvato e che sicuramente ha giocato un importante ruolo nell’esito del referendum: l’eccessiva intromissione nelle politiche dei governi nazionali membri, quindi una evidente perdita di libertà ed autonomia dei rispettivi Popoli ed individui. Dettami centralizzati il cui aspetto peggiore con il quale ancora oggi i Britannici non sono d’accordo, è costituito da un perverso sistema di sovvenzioni all’agricoltura, difeso con unghie e denti, principalmente dalla Francia e dalla Germania a favore di un modestissimo 2% degli Europei pagato dal 98% degli altri; ed ecco che carne, latte, zucchero e derivati sono pagati ad un prezzo molto superiore di quello che costerebbero se fossero importati da quei Paesi con maggiore vocazione e produttività nel settore e stimolerebbe molti immigranti a rimanere a casa loro invece di avventurarsi in Europa. Inoltre, la nostra classe politica mossa ideologicamente, piuttosto che pragmaticamente, ha deciso di condannare ad oltranza le coltivazioni OGM, quando proprio in questi giorni oltre cento scienziati di tutto il mondo, hanno firmato una lettera aperta a condanna delle prese di posizione dei militanti di Green Peace.

Le ragioni per cui molti scaltri politicanti flirtano con tanto entusiasta impegno con i militanti ecologisti hanno generato tutta una letteratura che si potrebbe riassumere in un unico breve, quanto pedagogico saggio, quello dell’ex presidente ceco Vaclav Klaus, PIANETA BLU, NON VERDE, dove l’autore spiega in maniera illuminante, come i diversi governi del continente, in una più che sospetta compiacente ed equivoca connivenza, stanziano importanti fondi a favore dell’ambigua causa politicamente guidata ed ideologicamente sostenuta, ma totalmente priva di una concreta base scientifica. Eppure, tanto questi stanziamenti come le sovvenzioni ad un’obsoleta agricoltura, potrebbero essere applicati nella ricerca di nuove tecnologie, tanto nella modernizzazione delle colture come in altri settori.

Ed ecco qual è il punto cruciale che distingue noi Europei continentali dai Britannici, ce lo fa notare nuovamente Niccolò Bragazza che cita l’importante parere di un qualificato storiografo Robert Conquest; egli analizza ciò che ha trasformato gli uni dagli altri: da una parte la Rivoluzione Francese tanto esaltata dei soliti teorici del collettivismo con le sue astratte tesi che promettono l’immaginaria felicità nell’avvenire, ma evento giustamente condannato da autori come Edmund Burke, ma anche dagli insospettabili Benjamin Constant ed Alexis de Tocqueville, nonché da uno stesso onesto marxista quale Albert Camus, mentre sull’altra sponda della manica si sviluppava la pragmatica lezione di un’altra forma rivoluzionaria, la Rivoluzione Industriale che insegna concretamente ad agire e ad approfittare i benefici dell’iniziativa degli individui e del loro Capitale Umano. Una rivoluzione che che ha permesso ai poveri a diventare sempre meno poveri ed ha di fatto contribuito in maniera straordinaria a distribuire ricchezza e ad aumentare sia la torta che le metto del patrimonio nel mondo.

Ora, confesso di essere sempre stato anch’io un convinto europeista fin dall’inizio, anche perché nato e cresciuto ai confini della nostra cara Italia, i miei stessi genitori essendo di due distinte etnie, ho avuto il privilegio di crescere bilingue, oltre ad avere la fortuna di poter studiare anche in Francia, in Inghilterra ed in Spagna, per poi lavorare per una multinazionale e, finalmente, mettermi in proprio come consulente, viaggiando e mantenendo rapporti con tutti i continenti ed i rispettivi Popoli di questo meraviglioso pianeta. Così, oggi che vivo da decenni all’estero, posso osservare la situazione europea dall’esterno e credo di avere i titoli per considerarmi cittadino del mondo. Tuttavia, così come la Thatcher e molti Britannici, oltre a non pochi Europei, anch’io mi riconosco come euroscettico; proprio perché, sono giunto alla triste conclusione che gli “eurocrati” abbiano definitivamente fallito.

Pubblicato in : Primo pianoTag: autori, bruxelles, classe politica, costituzione, dichiarato, diversità, europa, francia, futuro, genitori, germania, giovani, globalizzazione, italia, mondo, nato, parlamento, processo, referendum, spagna, strasburgo

Info Tullio Pascoli

Bilingue dalla nascita, con studi tecnici commerciali e poi linguistici, perfezionati in Inghilterra, Francia e Spagna. Inizia lavorando come guida-interprete per una multinazionale tedesca del turismo in Spagna, Africa (Cameroun/Tunisia) ed Italia. Dopo lunga attesa per l’assunzione come Interprete, al Tribunale di Bolzano, accetta la proposta come Capo Ufficio Esportazione di un’importante industria tessile Italiana.
Si trasferisce in Sudamerica come responsabile Commercio Estero di un importante gruppo tessile. Dopo sette anni in tale funzione, inizia l’attività in proprio come Consultore Commerciale e trascorre un terzo dell’anno in giro per il mondo, letteralmente dalle Ande all’Himalaia; dall’Argentina al Canada; dalla Svezia all’Africa del Sud; dal’Europa all’Asia: oltre quaranta viaggi in Cina; oltre trenta viaggi in India; oltre cento viaggi negli Stati Uniti; naturalmente, visita la maggior parte dei Paesi Latinoamericani, inclusa  Cuba, potendo durante gli spostamenti, dedicare lunghe ore alla lettura. Negli anni ’90 ha l’occasione di incontrare tre Presidenti, in Germania, Corea e Brasile. Contribuisce ad alcuni eventi musicali per gli oriundi Italiani (la prima comunità al mondo), invitando in Brasile Gigliola Cinquetti, Nico Fidenco e Jimmy Fontana.  Ha l’occasione di scambiare corrispondenze con Augusto Guerriero (già da studente dalla Spagna); poi, con i liberali Jean-Yves Naudet, Philippe Legrain, Ruggero Marino, Gavin Menzies, Guglielmo Piombini, Luigi Marco Bassani. Si diletta a recensire saggi, soprattutto di chiara inclinazione liberale e libertaria, ma non solo. Dispone di una biblioteca personale (oltre 1.600  titoli) di saggi di Storia, Antropologia, Etnologia, Sociologia, Psicologia, Religione (specialmente sul Gesù storico), Filosofia, Economia e Politica, in parte nelle versioni originali. Registra un proprio sito www.liberalismowhig.com compilando, probabilmente, il più grande elenco di autori liberali e libertari di tutto il WEB con oltre 1200 autori e quasi 3.000 opere. Dopo aver collaborato con il giornale elettronico www.legnostorto.it, collabora oltre che con www.pensalibero.it,con www.liberlcafe.it e www.politicamagazine.info unicamente con l’intuito di far conoscere le idee liberali così poco conosciute ed altrettanto incomprese in Italia. 

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