Considerazioni sparse a proposito di un editoriale sul New York Times del premio nobel neokeynesiano Paul Krugman.
In un editoriale apparso sul New York Times e ripreso in Italia da la Repubblica, il premio nobel neokeynesiano Paul Krugman afferma che “la crisi è la vendetta di chi non è stato perdonato”. Specificando che si tratterebbe di un giudizio e ancor più di una persistente scelta politica sbagliata, frutto essenzialmente di un’ideologia, che di fatto impedirebbe l’unica soluzione possibile (exit strategy) allo stato attuale della crisi: la remissione del debito. Riepilogando: “… la sola idea solleva indignazione, soprattutto ideologica. Rimettere i debiti continua ad essere visto come un lassivismo comportamentale che avrebbe chissà quali conseguenze. Come se le cose potessero andare peggio di così”.
Oltre il giudizio esperto nel merito anche dell’attuale fase della crisi, ancora e soprattutto europea, c’è più di un elemento dell’intervista che viceversa ritengo possa essere anche comunemente sia compreso che giudicato.
1) Al di là del fatto se l’economia sia o non sia un gioco a somma zero, è comunque un fatto che sempre più nel presente la questione prioritaria concerne il consolidamento e lo sviluppo di un sistema e in particolare di un modello di economia che è stato o potrebbe ancora essere causa dell’indebitamento di ogni singolo stato-nazione.
Questa scelta politica è stata e, in generale, è o rappresenta un bene o un male?
In risposta, potremmo dire che una qualsiasi teoria dell’equilibrio, di contenuto per così dire minimo, giustifica (facit iuxtum) l’adozione di una politica d’indebitamento se compatibile con un incremento della ricchezza (o prodotto) disponibile entro livelli oltre i quali indebitarsi comunemente non servirebbe in quanto risulterebbe viceversa dannoso.
E quindi, potremmo convenire tutti sul fatto che in alcuni paesi, tra cui indubbiamente il nostro, la politica d’indebitamento è stata condotta ad un eccesso tale da non garantire più la solvibilità e quindi la sostenibilità dell’intero sistema-paese. E, credo, che sarebbe anche bene che chi ha sbagliato almeno lo ammettesse.
2) A seguito di questa relativa ammissione, sarebbe inoltre interessante constatare se la suddetta politica d’indebitamento sia stata perseguita e attuata in base ad un preciso assunto ideologico, e non soltanto di una o più delle parti politiche in gioco. Ovvero, oltre gli schieramenti nominalisti e formalmente contrapposti di centro destra e sinistra, se si sia piuttosto trattato di una scelta comune, condivisa, e quindi di sistema. Semplificando all’estremo e utilizzando una metafora, se si sia trattato di una scelta improntata da una determinata fase di sviluppo del capitalismo.
E quindi, anche stavolta, chiedersi se sia stato un bene o un male.
Anche se qui, a differenza di poc’anzi, non dovrebbe esservi più alcun dubbio sul come la storia, semplicemente in base a ciò che accade, abbia fatto giustizia. O, altrimenti a dirsi e se si preferisce adoperare il termine utilizzato da Krugman nell’intervista, “vendetta”. Lapalissianamente, i vincitori hanno vinto e, a differenza di quanto qualcuno ancora si affatica a sostenere, come ad esempio qui da noi il filosofo e politico Mario Tronti, gli sconfitti sono invece anche vinti. Queglii stessi, che in passato hanno fatto leva prima sull’incremento della liquidità da capitale e poi sulla teoria della redistribuzione e che, nel presente, dopo aver insistito su nuove operazioni di creazione di moneta vorrebbero in fine che fosse cancellato ogni vincolo di sorta, ovvero quel debito che grava soprattutto sulle nuove generazioni.
3) Altro che d’ideologia qui si tratta. E, infatti, siamo tutti d’accordo sul fatto che il mondo deve andare avanti e che un irrigidimento delle posizioni potrebbe anche essere causa di più ampi dissesti sia economici che finanziari che politici. Laddove, però, sarebbe pure il caso di rammentare che, guardando alla realtà e alla fase senz’altro più recente del capitalismo, nel 2006 e nel mondo pre-crisi l’allora valore dell’economia finanziaria è già stato stimato circa sedici volte superiore all’allora valore dell’economia reale.
In definitiva, mi piacerebbe porre una sola domanda, non tanto agli economisti quanto ai politici: quali ritenete possano essere i livelli di una diversa economia, reale e finanziaria, compatibili con la sostenibilità reale, e quindi strutturale, dei diversi sistemi di governo attuali, in gran parte di stati-nazione ancora geo-politicamente divisi?
Infatti, la disciplina dei conti ha a che fare soprattutto con questo.
E cioè, con la più semplice realtà! Altro che fantasie d’ideologie tramontate e d’ideologi passatisti, che rifiutano, in passato solo a parole, ogni innovazione e si mostrano particolarmente legati alle tradizioni del passato, nostalgici di un capitalismo di stato, che ormai quasi ovunque non esiste più.

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