
Per quanto si possa capire il desiderio di liberarsi di Donald Trump, la notizia è che il presidente in carica è ancora Donald Trump e per altri due anni. Reagan perse le elezioni di metà mandato, Clinton lo stesso e Obama già nel 2008 ottenne il record negativo di quaranta seggi passati ai repubblicani in una sola tornata elettorale. Non ci fu particolare scalpore sui media italiani. Le democrazia americana separa i poteri e quelli del presidente sono indipendenti dal Congresso, in più il presidente dispone del potere di veto, il che significa aprire una fase dialettica nella vita amministrativa del paese. A meno che Trump venga messo in stato di accusa come Luigi sedici, non ci se ne sbarazza. Resta tranquillo al suo posto. Altro che anatra zoppa.
Reagan, bypassò il Congresso, finanziò la Contra in Nicaragua attraverso i fondi dell’Iran. Clinton si trovò sotto accusa per il riciclaggio dei fondi della droga, mentre Obama, più semplicemente, rischiò il default dello Stato. Più o meno tutti questi presidenti riuscirono a mettere una pezza sulla situazione. L’unico a precipitare fu Nixon e prima ancora tragicamente Kennedy. Per cui non ci faremmo grandi illusioni. Per quanto si possa essere ostili nei confronti dell’attuale presidente, di nuovo c’è solo l’attenzione italiana alle elezioni di metà mandato. Questa ci ha consentito di conoscere le molte facce della società americana. Il che fa piacere. Fino all’altro ieri sembrava che l’America fosse finita in mano ad un caudillo che l’avrebbe seppellita definitivamente insieme al suo socio Elon Musk. Fiorivano commenti sulla diarchia alla Casa Bianca. La verità è che dal voto è uscita un’America in ottima salute, meravigliosamente articolata. C’è persino una pimpante governatrice della tribù Kawaik del New Mexico, alla faccia di chi farnetica sul genocidio dei nativi americani.
Trump avrebbe bombardato il Michigan mussulmano, o l’Hampshire che si fa rappresentare da un gay dichiarato? Trump si è congratulato con il partito democratico per il buon risultato. Si può almeno sperare che il voto abbia un riflesso sulla politica internazionale degli Usa? Qui dispiace deludere tanti eruditi commentatori dimentichi che sono i democratici gli eredi di Yalta, non i repubblicani. Fu Obama a lasciare la Crimea a Putin, Kissinger a proporre l’intero Donbass alla Russia per chiudere il contenzioso e Biden, con un Congresso democratico, ad interrompere i finanziamenti all’Ucraina durante la controffensiva del 2023. Nessuno venne accusato di complicità con Putin, anche perché non c’era nessuna complicità, democratici e repubblicani sono d’accordo su un’Ucraina indipendente, senza mortificare la Russia.
Anche la controversia iraniana va guardata con attenzione, perché concerne un aspetto strategico di fondo della concezione dell’equilibrio mondiale da parte degli Stati Uniti. Obama porse la mano al regime degli ayatollah a condizione che se quello non si fosse comportato correttamente, sarebbe stato bombardato. Di fatto Trump ha raccolto l’eredità di Obama nelle sue estreme conseguenze. Piuttosto si tratta di capire la gestione di un conflitto con l’Iran e non solo. L’Iran è un alleato della Russia. Non è affatto detto che domani una presidenza democratica non possa ritrovarsi nelle stesse identiche condizioni di Trump. Senza contare che tradizionalmente, gli amici di Israele sono i democratici. I repubblicani erano molto più distanti. Trump del resto era un democratico, non un repubblicano.
Al dunque ci si può rallegrare che il voto americano abbia messo un argine alla politica maga dando un segnale per l’Europa. Questo effettivamente è positivo, anche perché non c’è una Grande Europa dai tempi di Carlo Magno. Ci potrebbero essere invece tante nazioni che si pongono come prime della classe, e l’Europa allora sarebbe distrutta, da loro, non da Trump. Dopo Roosevelt, per Costituzione nessun presidente può fare un terzo mandato. Va a casa dalla famigliola.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”


Ciao Tinto, Re dell’Eros e della trasgressione!
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