
C’è un aspetto della protesta degli autotrasportatori che merita una riflessione più di ogni altro: la scelta di Matteo Salvini di convocare a Milano persone che stanno protestando soprattutto nel Mezzogiorno, in una situazione economica talmente difficile che molte di loro denunciano di non riuscire più a sostenere neppure i costi del carburante. Persone che, per incontrare il ministro, hanno dovuto affrontare un viaggio con ulteriori spese, mentre sarebbe stato più opportuno che fosse stato lui, con i mezzi a disposizione di un ministro della Repubblica, a raggiungere la Sicilia e gli altri territori interessati dalla protesta. Non sarebbe stato un gesto di vicinanza istituzionale? E soprattutto, perché non farlo?
Proviamo a immaginare la situazione inversa: un ministro che convoca in Sicilia gli autotrasportatori della Lombardia, del Veneto e del Piemonte, costringendoli a percorrere centinaia di chilometri per discutere di una crisi che li sta mettendo in ginocchio. Quali reazioni ci sarebbero state? Quante polemiche, quante ironie, quante accuse di incompetenza? Eppure, quando a dover affrontare sacrifici aggiuntivi sono lavoratori del Sud, sembra che tutto diventi improvvisamente normale. È questa disparità di trattamento, percepita da tanti meridionali, a rendere la vicenda ancora più amara.
Ma è sul denaro che la vicenda assume contorni ancora più controversi. Gli autotrasportatori aspettavano risorse già stanziate per il loro settore, per un importo complessivo di circa un miliardo di euro, rimasti bloccati. E cosa succede all’incontro di Milano? Arriva l’annuncio dello sblocco di 480 milioni: meno della metà della cifra attesa!
È difficile non chiedersi come si possa pensare di placare una protesta offrendo meno della metà delle risorse in questione, mentre le imprese continuano a sostenere costi che non riescono più a reggere. I rappresentanti dei comitati giustamente hanno rifiutato la proposta, più simile ad una elemosina, chiedendo che venissero sbloccate per intero le somme già stanziate per loro. E la loro posizione è comprensibile: se si tratta di risorse già stanziate, non si sta chiedendo un regalo al Governo, ma che gli impegni vengano rispettati.
È proprio questo il punto: presentare 480 milioni come una risposta risolutiva, senza chiarire tempi e modalità per il resto delle risorse, rischia di trasformare un incontro destinato a trovare una soluzione in un ulteriore motivo di esasperazione. Per chi è arrivato al limite, quella cifra può apparire non come un passo verso la soluzione, ma come un’offerta insufficiente di fronte a un problema enorme che si trascina da tempo. E allora la domanda diventa inevitabile: si voleva davvero abbassare la tensione oppure si è sottovalutato, ancora una volta, quanto una risposta del genere potesse esasperare chi si sente già ignorato ed interpretarla dunque come una provocazione?
Dopo l’incontro sono circolati video con insulti rivolti a Salvini e il ministro ha richiamato le possibili conseguenze legali dei blocchi stradali. La tensione è evidente! Viene spontaneo chiedersi se non fosse prevedibile che una gestione del confronto che combina risorse inferiori a quelle attese e richiami alle sanzioni avrebbe potuto esasperare ulteriormente gli animi. Non ci sono prove sufficienti per affermare che il Governo stia deliberatamente cercando lo scontro, ma è legittimo interrogarsi sugli effetti di queste scelte. Quando la protesta si prolunga e le persone sono allo stremo, il rischio di incidenti non può essere sottovalutato. Nessuno dovrebbe aspettare che accada l’irreparabile prima di affrontare seriamente il problema.
Nel frattempo, le conseguenze della protesta arrivano anche nelle case. Questa sera, in un supermercato di Acireale, in provincia di Catania, ho trovato gli scaffali vuoti e non sono riuscita ad acquistare neppure alcuni prodotti essenziali. È la mia esperienza diretta e non basta da sola a dimostrare che i supermercati siano vuoti in tutta Italia; racconta però quanto concretamente una crisi dei trasporti possa incidere sulla vita quotidiana. Nonostante questo disagio, sono solidale con chi protesta perché rischia di perdere il lavoro e la propria attività.
La domanda resta: perché chiedere a chi è in difficoltà di raggiungere il ministro a Milano, quando il ministro avrebbe potuto andare incontro a chi chiedeva di essere ascoltato? E perché annunciare lo sblocco di una parte delle risorse senza chiarire quando sarà disponibile l’intera somma prevista?
Le Istituzioni dovrebbero avvicinarsi ai cittadini, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, non aggiungere, invece, altri ostacoli a quelli che già devono affrontare. Il rispetto non si misura soltanto nelle dichiarazioni pubbliche, ma anche nelle decisioni concrete. E nessun lavoratore, del Nord o del Sud, dovrebbe sentirsi meno degno di ascolto a causa del luogo in cui vive.
Angioletta Massimino

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