
Il bilancio dell’attacco missilistico condotto dai ribelli Houthi contro la base militare di al-Alam, nella provincia meridionale di Shabwa in Yemen, è tragicamente salito a 73 morti. L’incursione, avvenuta lunedì scorso mediante il lancio di tre missili balistici, rappresenta uno degli episodi più sanguinosi della recente escalation militare nella regione. Di fronte alla gravità della situazione e per prevenire un ulteriore allargamento del conflitto, il Regno Unito ha annunciato l’invio immediato di caccia Eurofighter Typhoon in Arabia Saudita, specificando che la flotta aerea opererà per lo svolgimento di missioni con scopi esclusivamente difensivi.
Secondo quanto riferito dalle autorità locali yemenite e dall’agenzia Associated Press, le vittime del bombardamento al campo d’addestramento sono quasi interamente giovani reclute di età compresa tra i 18 e i 20 anni, colpite a sorpresa dalle milizie sciite filo-iraniane. L’attacco di Shabwa ha causato anche oltre 200 feriti, saturando le strutture mediche del governatorato.
L’azione delle forze Houthi si inserisce in un quadro di violenta ripresa delle ostilità contro le milizie governative yemenite sostenute dalla coalizione a guida saudita. Solo pochi giorni fa, un’altra offensiva Houthi aveva preso di mira l’aeroporto internazionale di Riad provocando 12 vittime, un segnale evidente della volontà dei ribelli di colpire in profondità anche gli alleati strategici del governo legittimo.
La mossa della difesa britannica punta a blindare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita a ridosso dei confini yemeniti, scoraggiando ulteriori raid transfrontalieri e rassicurando la monarchia del Golfo. Il dispiegamento dei caccia della Royal Air Force (RAF) sottolinea il timore delle diplomazie occidentali per una destabilizzazione cronica dell’area, vitale per le rotte commerciali internazionali.
Le conseguenze della nuova fiammata di violenza sono sia politiche che economiche. Le tensioni hanno già costretto Riad a prendere decisioni drastiche sul piano d’immagine e degli investimenti: la prestigiosa conferenza economica Future Investment Initiative (comunemente ribattezzata “la Davos nel deserto”), originariamente prevista per la prossima settimana nella capitale saudita, è stata ufficialmente rinviata al prossimo anno a causa del deterioramento della sicurezza e delle minacce aeree.
Di fronte a quei settantatré ragazzi stroncati a vent’anni nel fango di Shabwa, la diplomazia occidentale risponde con il solito, ipocrita valzer della geopolitica. Si inviano caccia in Arabia Saudita per “missioni esclusivamente difensive”, come se la libertà e la vita umana si potessero difendere con i guanti di velluto, senza mai osare chiamare il male con il suo nome. Mentre il petrolio trema e la “Davos nel deserto” (la prestigiosa conferenza finanziaria annuale istituita dal Principe Ereditario Mohammed bin Salman e promossa dal fondo sovrano a Riad, in Arabia Saudita) viene rinviata per salvare la pelle a banchieri e investitori, l’Occidente si nasconde ancora una volta dietro la prudenza e i calcoli di bottega. Ma la storia non si fa con la paura, e il sangue di quelle reclute ci ricorda, con brutale chiarezza, che mentre noi calcoliamo i costi, il fanatismo non si ferma, non negozia e non concede sconti a nessuno.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento