
di Roberto Italia*
Guerre, sanzioni contro la Russia, dazi trumpiani del 50% per salvaguardare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, squilibri nell’economia cinese, investimenti nelle transizioni. L’andamento della vasta galassia delle commodities è il riflesso fisico delle recenti tensioni internazionali, e l’acciaio, uno dei più importanti materiali industriali, ne è il caso emblematico.
Per l’Unione europea, la lega metallica va ben oltre il suo significato storico legato alla nascita della CECA. Gli shock geopolitici, l’innalzamento delle barriere tariffarie e la potenza produttiva della Cina esasperano oggi una questione interna al blocco comunitario fondamentale: lo spettro della deindustrializzazione, con “colate” negative sull’economia e su filiere considerate strategiche, dai trasporti alla difesa e aerospazio, dalle infrastrutture energetiche ai data center. Infatti, nel 2025 l’industria siderurgica nell’UE ha sostenuto oltre 2,4 milioni di posti di lavoro tra occupazione diretta, indiretta e indotta grazie a oltre 500 siti di produzione, e ha creato 152 miliardi di euro di valore aggiunto lordo. Eppure, l’andamento dell’occupazione, dell’utilizzo della capacità produttiva e delle esportazioni segnala una progressiva contrazione del settore.
È in questo contesto che si inserisce l’attivismo della seconda Commissione von der Leyen, che ha previsto tra le iniziative della Bussola per la competitività il Piano d’azione europeo per la siderurgia e la metallurgia.
Alcuni dati di mercato
“La capacità siderurgica globale continua a espandersi, nonostante le prospettive incerte per la domanda di acciaio. Si prevede che la capacità in eccesso [di acciaio grezzo] salirà a 745 milioni di tonnellate (Mt) entro il 2028 – 319 Mt in più rispetto all’attuale produzione dei Paesi membri dell’OCSE – avvicinandosi ai massimi storici registrati durante la precedente crisi del settore, un decennio fa”. L’apertura dell’ultimo outlook sull’acciaio pubblicato dall’OCSE riassume in poche righe il problema strutturale del mercato siderurgico. Il punto di partenza è il predominio della Cina, che negli ultimi quattro decenni ha profondamente ridisegnato la geografia mondiale della siderurgia. Nel 2025 il Paese asiatico ha prodotto 960,8 milioni di tonnellate di acciaio grezzo (Tabella 1A), il dato peggiore in sette anni. Tuttavia, si tratta del 52% della produzione mondiale, un balzo rispetto alla quota del 9,6% registrata nel 1991. Oggi ben 27 delle prime 50 aziende per volumi di produzione hanno sede in Cina (Tabella 1B), dove l’OCSE denuncia un livello di “sovvenzione pervasiva”.
In secondo luogo, le esportazioni della Repubblica popolare sono tornate ad accelerare dal minimo toccato nel 2020: 133,6 Mt di prodotti finiti e semifiniti sono stati spediti all’estero nel 2025, ovvero il 29% del totale mondiale (se si conteggiano anche i flussi intra-regionali) e più del doppio di quanto registrato nel 2019.[1] Pertanto, la debolezza della domanda cinese, dove l’espansione manifatturiera non compensa la depressione immobiliare, ha innescato un calo della produzione domestica e degli approvvigionamenti cinesi dal resto del mondo – solo 7,8 Mt importate l’anno scorso – e, di conseguenza, un’esasperazione del riversamento all’estero degli squilibri domestici e un aumento delle azioni commerciali contro Pechino. Uno schema simile è riscontrabile anche nel mercato dell’alluminio.
Nonostante viaggino a ben altre frequenze, occorre ricordare che esistono altri attori rilevanti in Asia, come l’India (secondo produttore mondiale, con una quota al 9%), il Giappone e la Corea del Sud (rispettivamente secondo e terzo Paese esportatore mondiale alle spalle della Cina), e il gruppo ASEAN (regione in crescita negli ultimi anni e sotto la lente di ingrandimento per il dirottamento dei flussi cinesi).
Dal canto suo, la posizione dell’Unione europea presenta, per molti aspetti, caratteristiche opposte a quelle cinesi: l’economia comunitaria è la prima per importazioni nette di acciaio, con un deterioramento del saldo per i prodotti finiti; in meno di dieci anni l’industria siderurgica ha perso oltre 30 Mt di output – addirittura 70 Mt dal 2007 – e 30mila posti di lavoro, cedendo nel 2023 il secondo posto nella classifica dei maggiori produttori mondiali all’India.
Tabella 1 – Principali Paesi (A) e principali aziende B) per produzione di acciaio grezzo nel 2025 vs 2024


Quest’anno le acciaierie hanno dovuto fare i conti con la guerra in Medio Oriente, tra tagli alla produzione nella regione – -7,8% su base annua nel periodo gennaio-agosto 2026 – e rincari energetici. Questi ultimi rappresentano generalmente tra il 20 e il 40% dei costi di produzione. Tuttavia, la concentrazione di mercato non si è affatto attenuata: nonostante lo shock, nei primi otto mesi dell’anno la Cina ha mantenuto oltre il 50% della produzione mondiale di acciaio grezzo, mentre l’India si sta confermando tra i grandi mercati quello a più alto tasso di crescita.
L’economia europea ha retto finora l’urto della crisi in Medio Oriente, ma le prospettive per l’industria siderurgica rimangono cupe: i segnali di ripresa sul lato dell’offerta e della domanda sono timidi. Ancora più preoccupante è l’andamento delle esportazioni, dove si misura in tutta la sua forza l’impatto degli elevati costi interni di produzione – peraltro in aumento a causa dello shock su petrolio e gas naturale – e delle pressioni internazionali: nella prima metà del 2026 le spedizioni extra-UE sono crollate del 20% su base annua, tra cui verso gli Stati Uniti (-29%), l’India (-24%), la Turchia (-21%) e la Cina (-18%).
UE: le risposte di oggi…
È in questo contesto ormai intollerabile per l’industria siderurgica dell’UE – rappresentata da EUROFER – che va letto il nuovo e permanente regime di protezione commerciale sull’acciaio, entrato in vigore lo scorso 1° luglio e parte integrante del Piano d’azione europeo per la siderurgia e la metallurgia. Il sistema di contingentamento sostituisce e inasprisce le misure di salvaguardia introdotte nel 2018, ma preserva un certo livello di apertura e in linea con l’articolo XXVIII del GATT. Ecco i punti principali e i maggiori cambiamenti rispetto all’architettura precedente:
- le quote annuali di importazione esenti da dazio sono state ridotte da 33 a 18,3 Mt;
- metà di queste è allocata esclusivamente alle forniture dei partner con cui l’UE ha siglato o è in procinto di finalizzare un accordo di libero scambio – rientrano in questa categoria importanti Paesi fornitori come Ucraina, Regno Unito, Corea del Sud, India, Turchia –, mentre le restanti quote sono a disposizione di tutti i Paesi senza distinzione. Le merci provenienti da Islanda, Liechtenstein e Norvegia non sono soggette a contingenti e dazi;
- le importazioni oltre quota sono sottoposte a un dazio del 50% ad valorem, contro il precedente 25%;
- le categorie di prodotti interessate sono passate da 28 a 30;
- è entrato in vigore dal 1° ottobre l’obbligo per gli importatori di fornire informazioni sul Paese di fusione e colata per i prodotti importati, consentendo alla Commissione di contrastare potenziali elusioni;
- il Regolamento UE prevede valutazioni periodiche della lista merceologica e consente l’adeguamento dei volumi in caso di problemi di approvvigionamento, anche attraverso una procedura d’urgenza.
Questa misura si aggiunge al Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Carbon Border Adjustment Mechanism, CBAM), entrato definitivamente in vigore il 1° gennaio 2026 e che riguarda le importazioni di cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità, idrogeno e appunto ferro e acciaio.
… e le priorità di domani
Le aziende europee della siderurgia, da ArcelorMittal a ThyssenKrupp, devono fare i conti con due realtà: da una parte, un contesto internazionale caratterizzato da frammentazione regolamentare, intensa e sussidiata sovraccapacità cinese e protezionismo statunitense che non solo ha dirottato i flussi altrove, ma ha anche reso più complicata l’ipotesi di un coordinamento efficace a livello G7 o OCSE (nel quadro del Forum mondiale sull’eccesso di capacità produttiva di acciaio); dall’altra, un contesto regionale caratterizzato da elevati costi energetici, debole domanda industriale, ambiziose e onerose spinte alla necessaria decarbonizzazione di un processo produttivo industriale ad alte emissioni.
Con il nuovo regime di quote e dazi, senza dimenticare i tradizionali strumenti di difesa commerciale (anti-dumping e anti-sovvenzioni), l’UE cerca di tamponare l’impatto del deteriorato contesto internazionale. Tuttavia, la storia non finisce qui perché uno strumento commerciale non può risolvere i nodi che frenano la competitività e minano dall’interno la sicurezza economica dell’UE. Ecco perché serve accelerare sugli altri punti del Piano d’azione europeo per la siderurgia e la metallurgia:
- assicurare un approvvigionamento energetico sicuro e a prezzi accessibili per il settore;
- prevenire la delocalizzazione delle emissioni di carbonio per le merci interessate dal CBAM, evitando che il fenomeno si sposti a valle lungo la catena del valore o che gli esportatori dell’UE si trovino costretti, a causa dei costi dell’ETS, a trasferire linee di produzione in Paesi con politiche climatiche meno stringenti;
- promuovere l’economia circolare, valutando azioni commerciali per garantire che i rottami ferrosi, di cui l’UE è il primo esportatore mondiale, non lascino il Mercato unico senza soddisfare le esigenze locali visto che favoriscono la decarbonizzazione e il recupero di materie prime critiche;
- ridurre i rischi per gli investimenti in decarbonizzazione, rafforzando la domanda per l’acciaio a basso tenore di carbonio con misure mirate quali l’Industrial Accelerator Act o con iniziative legislative che coinvolgono i settori a valle come il Pacchetto automotive;
- tutelare i posti di lavoro di qualità nel settore industriale.
In assenza di una risoluzione decisa e coerente di questi nodi, anche la ripresa strutturale della domanda nell’UE rischia di alimentare le importazioni, indebolendo la sicurezza economica comunitaria. Le iniziative e le proposte di riforma sono molte, ma il tempo in geoeconomia non lo è.
Roberto Italia
*Istituto Ispi
[1] I dati relativi alla produzione pubblicati dall’Associazione mondiale dell’acciaio e menzionati in questo contributo ISPI riguardano l’acciaio grezzo, mentre quelli relativi al commercio si basano su “una definizione ampia dell’industria siderurgica e dei suoi prodotti, che comprende lingotti, semilavorati, prodotti laminati a caldo e prodotti finiti a freddo, tubi, fili metallici, nonché getti e forgiati non lavorati”.

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