
Roma, Milano, Parigi. Tre città, migliaia di manifestanti, centinaia di arresti, agenti feriti, negozi saccheggiati e strade devastate. Cambiano le rivendicazioni, cambiano le bandiere, ma il fenomeno presenta caratteristiche ricorrenti: radicalizzazione dello scontro politico, ostilità verso le istituzioni, presenza di organizzazioni antagoniste e gruppi di giovanissimi che trasformano la protesta in un’occasione di violenza. È questo il massimo comun denominatore sul quale occorre indagare, senza nascondersi dietro le abituali spiegazioni sul disagio sociale.
A Roma, il 16 ottobre, il cosiddetto No Meloni Day ha mobilitato migliaia di studenti per contestare le politiche del governo e chiedere maggiori investimenti nell’istruzione. Ma tra le bandiere palestinesi, quelle israeliane e americane date alle fiamme, gli slogan contro le istituzioni e gli scontri con le forze dell’ordine, il contenuto politico della protesta è andato ben oltre le questioni scolastiche. Quale relazione esiste tra il funzionamento delle scuole italiane e l’incendio di una bandiera israeliana? Perché una rivendicazione economica deve trasformarsi nell’ennesima manifestazione di ostilità verso gli Stati Uniti?
Tra le organizzazioni presenti figuravano OSA e Cambiare Rotta, realtà studentesche di dichiarata ispirazione comunista e antagonista. Una presenza che rende evidente come determinate mobilitazioni rappresentino anche occasioni di aggregazione ideologica. Il linguaggio della contrapposizione radicale, la contestazione delle istituzioni e la rappresentazione dell’avversario politico come un nemico costituiscono elementi ricorrenti in questi ambienti.
Il giorno successivo, sempre a Roma, la CGIL ha portato in piazza il cosiddetto campo largo, con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Una manifestazione pacifica, ma politicamente significativa, nella quale accanto alle bandiere sindacali comparivano quelle palestinesi, cubane e dei movimenti pacifisti. Il collegamento con le violenze del giorno precedente non è dimostrato, ma la presenza di simboli e rivendicazioni condivise pone una questione politica: quale rapporto intendono mantenere le opposizioni con le componenti più radicali della mobilitazione sociale?
A Milano, il 17 ottobre, la protesta contro il carovita promossa dalla sigla Italia in Piazza è degenerata in una guerriglia urbana. Il bilancio del sabato ha registrato 104 feriti tra le forze dell’ordine, 17 arresti e 72 persone accompagnate in Questura. Tra i fermati figuravano persino ragazzini di dodici anni. In piazza sventolavano tricolori, bandiere palestinesi e, tra alcuni gruppi, vessilli albanesi in solidarietà con le proteste di Tirana. Una miscela di simboli e rivendicazioni differenti, accompagnata da una violenza che ha finito per cancellare le ragioni stesse della manifestazione.
Bisognerebbe tapparsi occhi ed orecchie per negare che emerge una componente diversa dall’antagonismo politico organizzato. Molti dei giovanissimi coinvolti negli scontri non risultavano appartenere a movimenti strutturati. Provenivano dalle periferie e dall’hinterland, richiamati soprattutto attraverso i social. Ragazzi per i quali la partecipazione sembrava rispondere più alla ricerca dello scontro, all’emulazione e all’appartenenza al gruppo che a una precisa convinzione politica.
A Parigi, nello stesso fine settimana, le manifestazioni contro il carovita e il deterioramento dei servizi pubblici sono state accompagnate da incendi, saccheggi e aggressioni alle forze dell’ordine. Le autorità francesi hanno attribuito una parte delle violenze a gruppi dell’ultrasinistra, affiancati da delinquenti interessati soprattutto ai saccheggi. Jean-Luc Mélenchon, leader di La France insoumise, ha sostenuto le ragioni della mobilitazione, condannando i saccheggi ma contestando duramente l’operato della polizia.
Ed è proprio il rapporto tra la sinistra radicale e la protesta di piazza a richiedere un’analisi politica più approfondita. In Italia e in Francia esistono organizzazioni che considerano la mobilitazione permanente uno strumento fondamentale della propria azione. I partiti della sinistra parlamentare non possono essere automaticamente confusi con questi movimenti, né accusati senza prove di organizzare le devastazioni. Resta tuttavia il problema del linguaggio politico, delle alleanze e della capacità di prendere le distanze non soltanto dagli atti violenti, ma anche da chi li presenta come una conseguenza inevitabile dello scontro sociale.
Le condanne pronunciate dopo gli incidenti non risolvono questa contraddizione. Quando per settimane si alimenta una rappresentazione delle istituzioni come avversarie delle classi popolari, occorre interrogarsi su come quel messaggio venga recepito dai settori più radicalizzati. Non è una prova di responsabilità penale, ma è una questione di responsabilità politica che non può essere liquidata con una dichiarazione di circostanza.
Esiste poi un secondo massimo comun denominatore, ancora più preoccupante: la presenza crescente di adolescenti, talvolta privi di qualsiasi formazione politica, che partecipano agli scontri come se la devastazione fosse un’esperienza collettiva da vivere e raccontare sui social.
Tra questi figurano anche giovani immigrati o figli di immigrati. Perché ragazzi che vivono in Italia o in Francia arrivano a distruggere le città nelle quali studiano, lavorano o costruiscono il proprio futuro? Perché aggredire gli agenti, saccheggiare negozi e danneggiare servizi finanziati dalla stessa collettività dalla quale ricevono opportunità e protezione?
Le difficoltà economiche, l’emarginazione e i fallimenti educativi possono contribuire a spiegare determinati comportamenti, ma non possono giustificarli. Vivere in un paese comporta diritti e doveri. Chi ne distrugge le infrastrutture, ne aggredisce le istituzioni e danneggia la comunità nella quale vive finisce letteralmente per sputare nel piatto in cui mangia, indipendentemente dalla propria provenienza.
Quando poi a partecipare a una guerriglia urbana sono ragazzini di dodici o tredici anni, il problema assume proporzioni ancora più gravi. Significa che famiglia, scuola e istituzioni non sono riuscite a trasmettere a quei ragazzi il significato delle regole. I social completano il quadro, trasformando aggressioni e devastazioni in spettacoli nei quali la violenza diventa un mezzo per ottenere visibilità e riconoscimento all’interno del gruppo.
La contraddizione economica è altrettanto evidente. Si protesta contro il carovita distruggendo attività commerciali, si chiedono maggiori servizi pubblici danneggiando infrastrutture che dovranno essere riparate con denaro pubblico e si rivendicano investimenti nell’istruzione mentre adolescenti in età scolastica partecipano ad aggressioni che potrebbero compromettere definitivamente il loro futuro.
A pagare sono sempre gli stessi: commercianti, lavoratori, contribuenti e cittadini che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni politiche contestate.
Il massimo comun denominatore degli scontri europei non è dunque una singola organizzazione, né una regia internazionale della quale non esistono prove sufficienti. È l’incontro tra radicalizzazione politica, insofferenza verso le istituzioni, disagio sociale e una nuova forma di mobilitazione digitale capace di richiamare rapidamente gruppi eterogenei, alcuni dei quali interessati soprattutto alla violenza.
In questo contesto, la sinistra radicale rappresenta una componente politica riconoscibile, con organizzazioni, simboli e parole d’ordine ben precise. Le opposizioni parlamentari sono chiamate a chiarire il proprio rapporto con questi ambienti, mentre le istituzioni devono individuare chi organizza materialmente gli attacchi e chi ne è responsabile.
Il diritto di manifestare non comprende quello di incendiare automobili, saccheggiare negozi o aggredire le forze dell’ordine. E il disagio sociale non può trasformarsi in una giustificazione permanente per chi commette reati.
Resta infine una domanda, probabilmente la più importante: quale società pensano di costruire coloro che considerano la distruzione uno strumento accettabile di contestazione?
Perché le vetrine possono essere sostituite, le automobili riparate e le strade ripulite. Molto più difficile sarà ricostruire il rispetto delle regole in una parte delle nuove generazioni che sembra averlo smarrito prima ancora di diventare adulta.
Ed è proprio questo il massimo comun denominatore più inquietante: la progressiva trasformazione della violenza da comportamento da condannare a strumento di affermazione, personale o politica, le cui conseguenze vengono scaricate sull’intera collettività.
Alla fine la domanda sorge spontanea: esistono mandanti, ideologie riconoscibili e film già visti? Un minimo di onestà intellettuale, poi datevi una risposta.
Piero Terracina

Lascia un commento