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L’Europa dei giovani in rivolta

“La Francia brucia”. Domenica mattina, mentre il Paese contava i danni della giornata di guerriglia, Donald Trump ha affidato al social Truth la sua lettura dei fatti. Secondo il presidente degli Stati Uniti, a distruggere la Francia sarebbe l’immigrazione di persone “provenienti da un mondo completamente diverso”. Poi l’invito: “Chiudete le vostre frontiere e riprendete il controllo prima che sia troppo tardi”. Non è la prima volta che Trump usa le crisi europee per rilanciare la propria agenda, e anche stavolta le sue parole rischiano di gettare benzina sul fuoco.

di Alessia De Luca | 20 Ottobre 2026

“La Francia brucia”. Domenica mattina, mentre il Paese contava i danni della giornata di guerriglia, Donald Trump ha affidato al social Truth la sua lettura dei fatti. Secondo il presidente degli Stati Uniti, a distruggere la Francia sarebbe l’immigrazione di persone “provenienti da un mondo completamente diverso”. Poi l’invito: “Chiudete le vostre frontiere e riprendete il controllo prima che sia troppo tardi”. Non è la prima volta che Trump usa le crisi europee per rilanciare la propria agenda, e anche stavolta le sue parole rischiano di gettare benzina sul fuoco. Le immagini arrivate da Parigi e Limoges, però, colpiscono davvero: vetrine sfondate, negozi saccheggiati, il municipio ottocentesco della cittadina della Nuova Aquitania, capitale mondiale della porcellana, sventrato dalle fiamme. Il bilancio in Francia è di 2.400 fermi e quasi 1.000 agenti feriti nel fine settimana. Ieri sera, in un messaggio alla nazione, il presidente Emmanuel Macron ha parlato di “rabbia e vergogna” e ha promesso una risposta “esemplare”. Resta però una domanda che va oltre la questione dell’ordine pubblico: che cosa ha acceso questo incendio che in poche settimane si sta diffondendo a macchia d’olio – a volte anche con il suo corollario di saccheggi e violenze – in altri paesi europei, Italia compresa?

It’s the economy, stupid

Le proteste dei liceali sono iniziate nei sobborghi poveri di Parigi a metà settembre per poi diffondersi nelle scuole di ogni regione, dalle grandi città alle province. I ragazzi, che hanno tra i 14 e i 18 anni, protestano per orari troppo lunghi, classi sovraffollate, carenza di insegnanti ed edifici fatiscenti. Al centro delle loro lamentele c’è il sotto investimento cronico nell’istruzione, aggravatosi anche a causa dell’ingente debito pubblico francese. Un deficit a cui Macron, dopo essere stato rieletto nel 2022, ha provato a porre un freno, imponendo una riforma delle pensioni che aumentava gradualmente l’età pensionabile ufficiale da 62 a 64 anni. Il presidente francese sosteneva, giustamente, che la Francia ha bisogno di lavorare più a lungo per permettersi le sue generose pensioni e il suo sistema di welfare. Eppure, oltre il 70% dei francesi si era opposto e la riforma – contrastata da manifestazioni oceaniche e talora violente – è passata senza voto parlamentare. L’anno dopo è arrivato lo scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale, una scommessa persa che ha ridotto ulteriormente la coalizione centrista. Da allora due governi sono naufragati tentando di far approvare soluzioni all’eccessiva spesa francese. Il terzo, quello attuale del primo ministro Sébastien Lecornu, è sopravvissuto solo sospendendo la contestata riforma delle pensioni fino alle presidenziali. Il risultato è una miscela di stallo e caos, in cui approvare un bilancio è diventata un’impresa.

Chi sono i giovani manifestanti

Impasse politica, peso del debito e una generazione disillusa hanno creato le condizioni per una tempesta perfetta. Se infatti la scintilla delle proteste sono i tagli all’istruzione, dentro l’incendio che hanno appiccato c’è molto di più: la casa, il lavoro, i diritti sociali, un’idea di futuro che non c’è. Oltre alla Francia, in Portogallo, Spagna, Albania, fino all’Italia, i giovani si rivoltano contro un sistema che sentono costruito contro di loro. In Spagna il simbolo è Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla sua casa a Madrid in cui viveva dal 1956 e morta in ospedale il 7 ottobre. Il suo caso ha riempito di tende la Puerta del Sol della capitale. A Lisbona e Porto migliaia di persone hanno marciato contro affitti e carovita, mentre a Tirana il governo del primo ministro Edi Rama è nel mirino di una contestazione che va avanti da una settimana. Sabato e domenica l’onda ha travolto anche Milano, dove un corteo contro il carovita convocato sui social è degenerato in due giorni di scontri e saccheggi in pieno centro. Il denominatore comune sono i protagonisti della piazza: perlopiù giovanissimi cresciuti dentro quella che i sociologhi definiscono un’era di policrisi permanenti – dalla pandemia agli alloggi troppo cari, dal debito all’inflazione. Si organizzano da soli, senza leader né portavoce, su TikTok, Discord e Telegram. Per i governi il problema è doppio. Non ci sono interlocutori con cui trattare e gli apparati di sicurezza non hanno organizzazioni da monitorare né servizi d’ordine con cui concordare percorsi. Una nebulosa che alimenta i sospetti di una regia esterna. Le reti d’influenza filorusse hanno rilanciato in massa i video degli scontri, ma secondo gli analisti non ci sarebbero prove di un’operazione coordinata che abbia avviato o diretto il movimento. Il rischio che la rabbia, autentica, di una generazione venga piegata alle narrazioni altrui però persiste. Quella di Trump sull’immigrazione ne è solo l’esempio più rumoroso.

Un malessere globale?

La protesta dei giovanissimi non è solo europea. Nell’ultimo anno la Gen Z è scesa in piazza in Nepal, dove nel settembre 2025 ha fatto cadere il governo; in Marocco, dove i ragazzi contestavano la spesa per gli stadi dei Mondiali di calcio mentre ospedali e scuole cadono a pezzi; e in Madagascar, Kenya, Indonesia, Filippine e Perù, dove i giovani hanno contestato la corruzione e il nepotismo delle élite. E in India il governo del primo ministro Narendra Modi è alle prese con uns stagione di proteste senza precedenti innescata dalle irregolarità nei test d’accesso all’università e dalla revisione delle liste elettorali. Ma mentre questi Paesi hanno in comune popolazioni molto giovani, in Europa il quadro è diverso, e per certi versi più insidioso. Qui i giovani sono una minoranza in società che invecchiano, e pesano poco alle urne. Vedono le risorse pubbliche spostarsi verso pensioni e interessi sul debito, mentre a loro viene consegnata precarietà a vita, guerre alle porte di casa e la promessa del welfare che frana sotto i loro occhi. In questo scenario la piazza diventa il solo luogo in cui farsi sentire. E per ogni ragazza o ragazzo che lancia un sasso ce ne sono molte e molti di più che sfilano pacificamente, avanzando le loro richieste. A sei mesi dalle presidenziali francesi, e con mezza Europa alle prese con lo stesso malessere, la domanda è se la politica saprà offrire loro risposte e non solo promesse di ordine pubblico.

Il commento

di Massimo Nava, editorialista, Corriere della Sera

“Dopo i disordini in Francia si deve parlare di un fallimento che coinvolge Stato, forze politiche e presidente della Repubblica. Quest’ultimo ha fatto un annuncio tardivo, sospeso tra ‘repressione esemplare’ e rispetto delle ‘legittime’ proteste. Proteste che esasperano la campagna per le presidenziali e sono strumentalizzate dalle forze emergenti: l’estrema destra di Marine Le Pen reclama ordine, l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon ne cavalca le ragioni. Intanto i partiti tradizionali, divisi da fazioni e rivalità personali, non vedono le radici sociali ed economiche del malcontento. Una Francia senza bussola, schiacciata dal debito e tentata da un’estrema destra euroscettica e filorussa (o comunque anti-Ucraina) preoccupa l’Europa intera.”

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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