
Maurizio Landini, ormai abbonato alla protesta permanente, ha annunciato per il prossimo 20 novembre, (rigorosamente di venerdì, con il cinquantino copri spese e pranzo al sacco per i pensionati) l’ennesimo sciopero generale contro il governo Meloni, il quinto consecutivo in occasione della manovra finanziaria. Un appuntamento che sembra essere diventato una tradizione autunnale, esattamente come la vendemmia, con la differenza che almeno nella vendemmia si conosce in anticipo quello che si raccoglierà. Il dettaglio più grottesco è che Landini ha proclamato lo sciopero prima ancora che la legge di Bilancio 2027 abbia assunto la sua forma definitiva. Le rivendicazioni della CGIL sono note, ma evidentemente non occorre attendere di conoscere le risposte del governo per decidere che saranno insufficienti. Più che una trattativa sindacale, somiglia a una sentenza pronunciata prima del processo.
La questione è soprattutto politica. Da tempo la CGIL sembra aver progressivamente sostituito la propria funzione contrattuale con quella di opposizione permanente all’esecutivo. Landini non si limita a rappresentare i lavoratori, ma interviene sistematicamente nel confronto politico nazionale, fino a sovrapporre le proprie iniziative a quelle di un centrosinistra che continua a cercare una linea comune. Non è casuale che alla manifestazione romana del 17 ottobre fossero presenti Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, un’opposizione che riesce a ritrovarsi nelle piazze con una facilità inversamente proporzionale a quella con cui riesce a concordare una politica economica e internazionale. Nel frattempo, i dati economici italiani raccontano una situazione certamente difficile, ma ben diversa dal quadro catastrofico che alimenta certe mobilitazioni. Il PIL è cresciuto dell’1% su base annua nel secondo trimestre del 2026, gli occupati hanno raggiunto i 24,36 milioni e la disoccupazione si è attestata al 5,6%. Sono miglioramenti modesti, che non cancellano decenni di stagnazione economica, ma ignorarli per sostenere che tutto stia precipitando significa trasformare l’analisi economica in propaganda.
Naturalmente, l’inflazione rappresenta un problema serio, soprattutto per le famiglie meno abbienti, così come il rincaro dell’energia e dei carburanti pesa sui bilanci domestici e sulla competitività delle imprese. Ma sostenere che queste dinamiche siano interamente riconducibili alle decisioni del governo italiano significa avere una conoscenza quantomeno approssimativa dei mercati internazionali. Le quotazioni del petrolio non vengono stabilite a Palazzo Chigi, così come le crisi geopolitiche non si risolvono attraverso una mozione parlamentare. Il governo può intervenire sulle accise, sulla fiscalità e sulle misure compensative, ma non può riscrivere le leggi della domanda e dell’offerta. Eppure, nella narrazione di una parte dell’opposizione, qualsiasi aumento dei prezzi diventa automaticamente una responsabilità di Giorgia Meloni, secondo una lettura tanto comoda quanto economicamente inconsistente.
Poi c’è lo spettacolo delle piazze, dove la situazione assume contorni ancora più inquietanti. Il 17 ottobre Milano è stata teatro di violenti scontri, con bombe carta, barricate incendiate e aggressioni alle forze dell’ordine. Disordini e tensioni si sono verificati anche a Torino e Bologna, mentre gruppi di facinorosi hanno trasformato manifestazioni di protesta in occasioni di scontro e devastazione. Un campionario di deficienti incappucciati che, incapaci di distinguere una rivendicazione sociale da un reato, sembrano trovare nella distruzione l’unico linguaggio politico che conoscono. E c’è qualcosa di particolarmente ridicolo nel vedere gente che protesta contro il costo della vita mentre distrugge beni pubblici, danneggia attività commerciali e provoca danni che qualcuno dovrà inevitabilmente pagare, magari proprio quei cittadini e quei lavoratori che sostiene di voler difendere. Le interviste estemporanee diffuse sui social aggiungono spesso un elemento di involontaria comicità, mostrando alcuni manifestanti che sembrano conoscere perfettamente gli slogan, assai meno i provvedimenti economici contro cui dichiarano di protestare. Naturalmente un video non rappresenta una piazza intera, ma certe risposte suggeriscono che, almeno per qualcuno, l’indignazione preceda abbondantemente l’informazione. In compenso, le pietre non richiedono particolari conoscenze di economia.
E le opposizioni? Qualche condanna delle violenze arriva, ma troppo spesso viene immediatamente accompagnata da una spiegazione sulle ragioni del malcontento o da una polemica contro il governo, quasi fosse impossibile condannare un’aggressione senza aggiungere una postilla politica. Chi manifesta pacificamente esercita un diritto costituzionale, mentre chi distrugge una vetrina, incendia un’automobile o aggredisce un agente commette un reato. Non dovrebbe essere particolarmente difficile comprenderlo, eppure anche davanti a episodi di violenza il dibattito politico sembra incapace di sottrarsi alla consueta contrapposizione tra schieramenti. Gli scontri di Milano non possono essere attribuiti alla CGIL, che nello stesso giorno manifestava a Roma, ma resta il problema di una cultura politica nella quale il governo viene sistematicamente rappresentato come il responsabile di ogni disagio e la protesta finisce per diventare una risposta buona per qualsiasi circostanza. Sarebbe interessante capire se una simile strategia contribuisca realmente a risolvere i problemi oppure finisca per alimentare ulteriormente un clima di conflittualità permanente.
Nel frattempo Landini propone la solita soluzione alla Robin Hood, una patrimoniale dell’1% sui grandi patrimoni, ipotizzando un gettito di 25 miliardi di euro da destinare al welfare, una cifra che pronunciata da un palco sembra già disponibile e pronta per essere distribuita. Peccato che la fiscalità non funzioni come una colletta di condominio e che, prima di considerare quei miliardi acquisiti, bisognerebbe stabilire come valutare i patrimoni, quali attività colpire, come evitare duplicazioni fiscali e quali conseguenze produrre sugli investimenti, dimostrando soprattutto che il gettito previsto sia effettivamente realizzabile. Ma questo richiederebbe un’analisi economica, non un comizio. Il sindacato italiano ha alle spalle una storia di battaglie importanti che hanno contribuito a migliorare le condizioni di milioni di lavoratori, ed è proprio per questo che sorprende osservare quanto spazio abbia ormai assunto lo scontro politico rispetto alla contrattazione. I problemi veri, infatti, restano tutti lì, dai salari insufficienti alla produttività stagnante, dalla pressione fiscale elevata a un sistema industriale penalizzato dai costi energetici, fino a un debito pubblico che limita pesantemente qualsiasi possibilità di espansione della spesa. Questioni che non nascono con Meloni e che certamente non scompariranno con un eventuale cambio di governo.
Affrontare seriamente quei problemi significherebbe ammettere che l’Italia paga le conseguenze di difficoltà strutturali accumulate durante decenni di amministrazioni di ogni colore politico e che nessuna formula miracolosa potrà cancellarle. Significherebbe discutere di produttività, investimenti, competitività, contratti e sostenibilità della spesa pubblica, anziché limitarsi a ripetere che servono più soldi per tutti, costringendo soprattutto le opposizioni a spiegare dove intendano trovare le risorse e quali scelte sarebbero disposte a sacrificare. Governare, infatti, non significa distribuire promesse, ma amministrare risorse necessariamente limitate, individuando priorità e assumendosi responsabilità che non possono essere scaricate sul primo avversario politico disponibile.
Landini, invece, sembra aver trovato una formula decisamente più semplice. Si individua un responsabile, si proclama uno sciopero e si organizza una manifestazione, ripetendo l’operazione quando i problemi persistono, senza che la scarsità dei risultati costituisca apparentemente un motivo sufficiente per mettere in discussione il metodo. La sinistra italiana dovrebbe interrogarsi seriamente sulla distanza che separa la propria capacità di mobilitazione da quella di elaborare una politica economica credibile, perché riempire una piazza non significa saper governare un Paese e mobilitare centomila persone non equivale a risolvere i problemi di sessanta milioni di cittadini. Quanto a Landini, sarebbe sufficiente chiedergli quali risultati misurabili abbia prodotto questa strategia dopo cinque scioperi generali contro altrettante manovre finanziarie. Non gli slogan, non le bandiere, non il numero dei partecipanti, ma i risultati concreti ottenuti per i lavoratori, perché è su quelli che dovrebbe essere giudicata l’efficacia di un sindacato, non sulla quantità di manifestazioni che riesce a organizzare contro un governo.
E mentre Landini prepara l’ennesima giornata di protesta e le opposizioni si contendono qualche metro di visibilità politica, milioni di italiani continueranno ad alzarsi ogni mattina per lavorare, produrre, pagare le tasse e mantenere in piedi questo Paese, con una differenza sostanziale rispetto ai professionisti della protesta: loro, alla fine del mese, devono far quadrare i conti e non possono permettersi di risolvere il problema proclamando uno sciopero contro la matematica.
Piero Terracina

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