
Ecco le solite teste calde che, con i loro comportamenti violenti, riescono a trasformare una protesta giusta e doverosa in qualcosa di completamente diverso.
Una mobilitazione nata da motivi concreti: il carovita, il caro gasolio, gli stipendi troppo bassi rispetto all’aumento dei prezzi, le pensioni che spesso non bastano neppure a garantire una vita dignitosa, il riarmo, le esportazioni di armi verso Paesi in guerra e le difficoltà della scuola e della sanità pubblica.
Come si può chiedere alle persone di andare avanti quando il costo della vita aumenta, ma stipendi e pensioni non riescono a tenere il passo? C’è chi lavora una vita intera e fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre le enormi differenze tra i redditi dei cittadini comuni, le retribuzioni più elevate di chi ricopre incarichi pubblici e le cosiddette pensioni d’oro alimentano un sentimento di ingiustizia che merita risposte concrete.
Eppure, bastano alcuni facinorosi per spostare l’attenzione dalle rivendicazioni alle devastazioni: negozi distrutti, piazze danneggiate, monumenti deturpati e beni pubblici e privati messi a soqquadro.
A tutto questo si aggiungono le notizie di numerosi feriti negli scontri, sia tra le forze dell’Ordine sia tra i manifestanti. Si parla anche di arrivi in massa negli ospedali, con personale sanitario in difficoltà nel riuscire a prestare assistenza a tutti. Una situazione drammatica, che merita di essere verificata caso per caso, ma che ricorda quanto possano essere gravi le conseguenze della violenza.
Così si passa dalla ragione al torto! E il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano proprio quelle persone che protestano pacificamente per difendere i propri diritti e chiedere un futuro migliore.
A quel punto, per qualsiasi governo diventa fin troppo facile liquidare l’intera protesta come un movimento di violenti da reprimere, anziché affrontare le questioni che l’hanno fatta nascere. Le immagini degli scontri prendono il posto delle ragioni della protesta, mentre le richieste di giustizia sociale finiscono in secondo piano.
La violenza non rafforza una protesta: la indebolisce, la isola e offre a chi governa l’occasione per delegittimarla.
Protestare è un diritto. Denunciare le ingiustizie è un dovere civile. Ma distruggere ciò che appartiene a tutti, danneggiare le attività di chi lavora e mettere a rischio l’incolumità delle persone, significa compromettere una battaglia che può avere ragioni più che legittime.
Chi scende in piazza per chiedere stipendi adeguati, pensioni dignitose, meno disuguaglianze, una sanità efficiente, una scuola migliore e politiche economiche più vicine ai cittadini dovrebbe avere tutto l’interesse a isolare i violenti, non a lasciarsi rappresentare da loro.
Perché il vero obiettivo non è distruggere una piazza, ma farsi ascoltare. Non è abbattere un simbolo, ma cambiare ciò che non funziona.
Una protesta giusta merita di essere difesa con la forza delle idee, non compromessa dalla violenza di pochi, ma anche le Istituzioni devono fare la loro parte: non basta condannare i disordini, bisogna ascoltare le persone e dare risposte concrete ai problemi che le spingono a scendere in piazza.
Altrimenti, quando le strade torneranno tranquille, il carovita resterà, gli stipendi continueranno a essere insufficienti e tanti pensionati dovranno ancora fare i conti con la miseria. E le ragioni di chi chiedeva un cambiamento saranno state soffocate dal rumore di pochi.
Angioletta Massimino

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