
Il governo Meloni mette sul tavolo una manovra da 23,5 miliardi di euro per il 2027. Una cifra importante, almeno sulla carta, che tuttavia deve confrontarsi con una realtà economica assai meno incoraggiante: crescita modesta, consumi deboli, debito pubblico elevato e un potere d’acquisto che molte famiglie italiane faticano ancora a recuperare.
Il Documento programmatico di bilancio trasmesso a Bruxelles indica circa 5 miliardi destinati alle famiglie e alla spesa sociale, 3,3 miliardi alle imprese, 3,1 alle infrastrutture, 2,4 alla sanità e 4,5 alla difesa. Altri 2,1 miliardi riguardano gli interventi fiscali. Risorse che rispondono a esigenze concrete, ma la cui efficacia dipenderà dalla distribuzione e dalla capacità di produrre benefici duraturi.
Il problema principale rimane la crescita. Le previsioni indicano un PIL in aumento dell’1% nel 2026 e appena dello 0,8% nel 2027. Numeri che descrivono un’economia sostanzialmente ferma, nella quale anche piccoli aumenti dei prezzi continuano a pesare sui bilanci familiari. Non basta annunciare miliardi di sostegni quando salari, pensioni e consumi non riescono a generare quella domanda interna indispensabile per una ripresa più robusta.
La questione diventa ancora più evidente osservando la condizione sociale del Paese. Oltre 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta, mentre una parte consistente delle famiglie deve affrontare spese sempre più difficili da sostenere, soprattutto per abitazione, energia e servizi. In queste condizioni, gli interventi temporanei possono certamente offrire sollievo, ma non sostituiscono una politica economica capace di migliorare stabilmente il reddito disponibile.
Anche le coperture finanziarie meritano attenzione. Il governo prevede di ottenere circa 5 miliardi nel 2027 dal settore bancario, assicurativo e finanziario, con un contributo complessivo vicino agli 11 miliardi nel triennio. A questi si aggiungono tagli alle spese ministeriali e maggiori entrate dal settore dei giochi. Una scelta che può trovare una giustificazione negli elevati profitti registrati dalle banche, ma sulla quale rimane una domanda fondamentale: chi sosterrà effettivamente il costo di questi prelievi? Se parte degli oneri venisse trasferita sui clienti attraverso commissioni e servizi più costosi, il beneficio per i cittadini rischierebbe di ridursi.
Sul fronte sanitario, i 2,4 miliardi aggiuntivi rappresentano uno stanziamento significativo, ma non risolvono automaticamente le carenze del sistema. Le liste d’attesa, la mancanza di personale e il crescente ricorso alla sanità privata richiedono interventi organizzativi oltre che finanziari. Un servizio pubblico non migliora soltanto perché aumenta il bilancio, ma quando quelle risorse si trasformano in prestazioni realmente accessibili.
Poi c’è il capitolo della difesa. I 4,5 miliardi previsti rispondono a un contesto internazionale nel quale l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Un’esigenza concreta, soprattutto alla luce della guerra in Ucraina e delle tensioni internazionali. Tuttavia, anche questi investimenti dovranno essere accompagnati da una programmazione industriale e strategica che ne garantisca l’effettiva utilità.
La questione più delicata rimane comunque quella dei conti pubblici. Il governo prevede un deficit del 2,9% nel 2026, seguito da una risalita al 3,4% nel 2027, mentre il debito dovrebbe raggiungere il 138,5% del PIL. L’aumento del disavanzo tiene conto delle clausole europee di flessibilità per difesa ed energia, ma questo non significa che il maggiore indebitamento scompaia. Il debito resta, così come rimangono gli interessi da pagare e la necessità di mantenere credibile la gestione finanziaria dello Stato.
Esiste infine un problema che attraversa tutte le leggi di bilancio degli ultimi decenni: la difficoltà di affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana. Produttività insufficiente, pressione fiscale elevata, burocrazia, disparità territoriali e una crescita che continua a dipendere eccessivamente dagli interventi pubblici. Con il progressivo esaurimento delle risorse straordinarie del PNRR, queste contraddizioni diventeranno ancora più evidenti.
La manovra del 2027 contiene interventi necessari e alcune scelte finanziarie che meritano attenzione. Ma tra gli annunci e i risultati esiste una distanza che soltanto l’attuazione delle misure potrà chiarire.
Il problema dell’Italia non è semplicemente trovare ogni anno venti o trenta miliardi da distribuire tra esigenze sempre più numerose. È costruire un’economia capace di produrre maggiore ricchezza, aumentare i redditi reali e ridurre progressivamente il peso del debito.
Perché una legge di bilancio non dovrebbe essere soltanto l’ennesimo esercizio di equilibrismo tra entrate, spese e promesse politiche.
Dovrebbe rappresentare un passo avanti nella soluzione dei problemi del Paese. Altrimenti, tra dodici mesi, saremo ancora qui a discutere degli stessi miliardi, degli stessi debiti e delle stesse difficoltà.
Piero Terracina

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