
La terra ha tremato ancora, laggiù, nel ventre molle di quell’inferno chiamato Yemen. Due missili si sono abbattuti a un soffio dalle piste dell’aeroporto di Aden, sollevando la solita, densa cortina di polvere, fumo e fanatismo.
I ribelli Houthi, dalle loro roccaforti di fango e rabbia, hanno subito gridato al miracolo della loro guerra santa. Hanno sbandierato ai quattro venti di aver centrato in pieno il cuore del nemico, un centro di comando della coalizione saudita. Lo dicono con quell’orgoglio feroce, intriso di un dogma che non ammette repliche, tipico di chi scambia la distruzione per una vittoria divina. Ma le notizie che filtrano da quel deserto di macerie parlano, come quasi sempre accade in questa sporca transazione di sangue, di una realtà ben diversa. Fonti locali e testimoni sul campo raccontano un’altra verità, più misera e spietata: i razzi sono caduti nel vuoto, mancando il bersaglio, lasciando dietro di sé soltanto l’eco dell’ennesimo spavento e la conferma di una tregua che non è mai stata altro che una fragile menzogna scritta sulla sabbia.
Aden resta lì, sospesa tra il mare e il nulla, prigioniera di un conflitto dimenticato dall’Occidente distratto, dove i generali in bacheca si contendono fazzoletti di terra bruciata e le fazioni si sbranano in nome di alleanze mutevoli e divinità arruolate per giustificare il massacro.
Giuseppe Basilico

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