
“Sono felice di essere qui, sono davvero grato per l’enorme sostegno che riceviamo dal Consiglio dell’Ue, dalla Commissione e dai leader europei, veri leader, che sono stati al nostri fianco fin dall’inizio della guerra”. Queste le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky arrivando al Consiglio europeo, che lo ha accolto con un applauso: un importante segnale di sostegno nel pieno del duro scontro con Donald Trump. Il vertice si è tenuto al termine di una settimana molto tesa tra Washington e Kyiv. Venerdì scorso Trump aveva annunciato un accordo per allentare le sanzioni sul diesel russo nel tentativo di abbassare i prezzi del carburante negli Stati Uniti. Il giorno dopo ha detto: “Penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. E domenica è arrivato l’annuncio di una “tregua energetica” tra Russia e Ucraina, di cui Zelensky ha detto di avere appreso dalla diffusione della notizia stessa. Poi mercoledì le limitazioni al servizio satellitare Starlink usato dall’esercito ucraino, e le mancate allerte missilistiche e di intelligence per cui il presidente ucraino aveva parlato di “tradimento” americano. Su questo sfondo, i 27 Stati membri dell’Unione europea riuniti a Bruxelles hanno affrontato un’agenda già pesante in partenza: prezzi dell’energia, bilancio pluriennale e sostegno all’Ucraina, con Cina, migrazione e allargamento a seguire. Su quasi tutti i dossier i leader hanno trovato formule e annunciato passi avanti ma le decisioni vere sono ancora una volta rimandate.

Chi paga il conto
La giornata di giovedì doveva far avanzare il negoziato sul bilancio pluriennale 2028-2034. Si è chiusa con ogni capitale ferma sulle proprie linee rosse. Lo scenario è noto. La Commissione aveva proposto nel 2025 un bilancio da circa 2.000 miliardi di euro. I cosiddetti “Paesi frugali” chiedono tagli più profondi e generalizzati, mentre gli “Amici della coesione”, nazioni del Sud e dell’Est Europa, ritengono invece che si sia già tagliato troppo. Nessuno dei due fronti è però compatto. Spagna e Italia difendono i fondi agricoli, i Paesi baltici vogliono più risorse per la difesa, la Francia non ha ancora scelto da che parte stare. Il nodo comune è chi debba pagare: nessuno concorda su quali nuove imposte europee approvare per alimentare la cassa comune. Le conclusioni del Consiglio registrano lo scivolamento. La bozza fissava l’obiettivo di un accordo definitivo entro l’anno; i leader si sono aggiornati per un vertice straordinario a fine novembre su cui però pesa il calendario elettorale in Spagna, Francia, Italia e Polonia: se l’intesa non arriva entro l’anno, il bilancio rischia di slittare all’autunno 2027. Serrato anche il confronto il confronto sul mercato europeo per lo scambio di emissioni di carbonio, l’Ets (Emissions trading system), che fissa un tetto alle emissioni di centrali e industria e fa pagare a chi inquina i relativi permessi. Dal 2028 il sistema si estenderà a riscaldamento e carburanti. Diversi paesi, tra cui l’Italia, ne chiedevano il rinvio al 2030, mentre i nordici difendono il meccanismo. Il rinvio non è passato, ma nelle conclusioni si chiede alla Commissione “di aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’Ets2, in particolare della sua configurazione e dei suoi meccanismi di salvaguardia”.
Il dilemma Pechino
Il secondo fronte è commerciale. “Il nostro deficit commerciale con la Cina è ora di un miliardo di euro al giorno”, aveva detto Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo un mese fa. Il commissario europeo per il Commercio e la sicurezza economica Maroš Šefčovič è tornato da Pechino settimana scorsa portandosi a casa un pacchetto di intese che ha definito “un primo passo” verso una riduzione del disavanzo con il gigante asiatico – cruciale soprattutto nell’ambito delle auto ibride, le cui esportazioni cinesi verso l’Europa sono esplose dopo i dazi europei sulle auto elettriche del 2024. Šefčovič ha annunciato un dimezzamento del numero di auto che importerà l’Europa, ma alcuni analisti osservano che il calo è calcolato rispetto alla crescita prevista, non sui volumi attuali. Nell’intesa con la Cina non ci sono però cifre né meccanismi. Sulle terre rare, Pechino si impegna a facilitare le licenze attraverso un canale preferenziale, e in cambio l’Ue lavorerà con gli Stati membri sulle licenze prioritarie per i beni dual use diretti in Cina, con preavvisi e maggiore trasparenza sulle procedure di controllo all’esportazione. A Bruxelles i leader hanno preso atto senza entusiasmo. Le conclusioni del Consiglio non nominano la Cina, ma parlano di “squilibri macroeconomici globali” e invitano la Commissione a proseguire “dialoghi orientati ai risultati”.
L’Europa con Kyiv
Il terzo dossier sul tavolo di Bruxelles, forse il più complesso, riguarda l’Ucraina e l’atteggiamento da tenere nei confronti di Trump. Accanto a Zelensky, von der Leyen ha annunciato il 22esimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e ha fissato il principio: “Non revocheremo alcuna sanzione a meno che la Russia non fermi la guerra”. La compattezza ostentata ha però più di una lacuna. Sul campo l’Ucraina dipende ancora da capacità americane che l’Europa non possiede. Secondo Reuters, che cita due funzionari americani e uno occidentale, l’ordine di limitare il servizio Starshield usato dall’esercito ucraino è partito dalla Casa Bianca, anche se un alto funzionario statunitense ha negato che la richiesta sia venuta dal presidente. Kyiv denuncia inoltre di non ricevere da giorni le consuete allerte sui missili russi basate sui satelliti statunitensi, mentre Trump respinge di avere sospeso la condivisione d’intelligence. L’Alta rappresentante Kaja Kallas lo ha ammesso apertamente: nel breve periodo l’Europa non può sostituire la capacità degli Stati Uniti. Le opzioni sono tutte divisive. Danimarca e Lettonia hanno rilanciato la possibilità di usare gli asset russi congelati. Il Belgio, che ne custodisce la maggior parte, resta contrario, e Francia e Italia sono riluttanti. Per ora i leader non affrontano la questione a fondo. L’unico avanzamento concreto riguarda l’adesione. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha ricordato l’apertura di due nuovi gruppi negoziali in settimana, resa possibile dal via libera dell’Ungheria guidata da Péter Magyar. L’Europa offre a Kyiv la prospettiva dell’ingresso nell’Unione, e il prossimo appuntamento è per il vertice straordinario di novembre.
Il commento
di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca, ISPI
“Tanti, forse troppi, i dossier che i leader europei si sono trovati sul tavolo delle negoziazioni: carovita ed energia, bilancio pluriennale, rapporti con la Cina, appoggio all’Ucraina, migrazioni. Su questioni così divisive la ricerca del consenso è sempre difficile. Tanto più se lo si fa in un contesto internazionale che cambia di continuo e mentre vari Paesi Ue sono in campagna elettorale, o quasi. Verrebbe quindi da comprenderlo, se non fosse che il mondo vede in questa farraginosità europea ulteriori segnali della nostra debolezza.”
Alessia De Luca

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