
A sinistra ci sono i federatori. Sono quelli dalla vista lunga, quelli che parlano sottovoce accanto ai caminetti accesi mentre fuori il popolo si azzuffa sulle primarie. Sì, sempre loro. Quelli del patto della crostata, quelli che lasciano litigare gli altri e nel frattempo apparecchiano la tavola. La politica italiana è fatta così. Prima si discute di chi deve guidare il partito, poi di chi deve guidare la coalizione e infine, quando tutti hanno finito di discutere, qualcuno scopre che il vero obiettivo era un altro. Perché il progetto non si ferma alla conquista di Palazzo Chigi. Se a sinistra riescono a serrare le fila e a mettere insieme gli astuti del “più siamo, meglio stiamo”, allora anche Calenda può diventare utile. Magari con la promessa di un incarico di governo, magari con un accordo sul futuro, magari con qualche grande riassetto ministeriale tra Made in Italy e Sviluppo economico. In politica tutto può servire e soprattutto tutto può essere negoziato. Così la partita del 2027 potrebbe diventare molto meno complicata di quanto sembri. E Renzi? Come finirà con l’uomo di Rignano? Sarà davvero possibile mettere insieme il Diavolo e l’Acqua Santa? Certamente. L’arte della politica può tutto. E il centrodestra, per quanto abbia l’arma della Meloni, non ha ancora avuto il tempo di radicarsi in tutti quei territori dove l’edera della sinistra continua a essere ben piantata. Poi c’è Renzi. Giovane, ambizioso, sempre pronto a sorprendere. La Farnesina potrebbe essere già una casella interessante, ma perché accontentarsi? L’uomo che ha inventato il “giro della cuccagna” della politica italiana sa bene che una partita non si gioca soltanto per vincere oggi. Si gioca soprattutto per essere ancora al tavolo domani. Detta così sembra semplice. Ma gli altri cosa prenderebbero? Conte, lo abbiamo detto, gioca l’intero Movimento e vuole riportarlo a Palazzo Chigi. Il PD e AVS dovrebbero dividersi tutto il resto e vi assicuro che non è poco. Ecco allora il grande caminetto. La crostata torna sul tavolo e questa volta le fette devono bastare per tutti. Anche perché dall’altra parte Giorgia Meloni non starà certo a guardare. Alle prossime elezioni non si affiderà al gratta e vinci suggerito da Salvini e Tajani. Dovrà giocare la partita con la consapevolezza che cinque anni a Palazzo Chigi non si chiedono in prestito e soprattutto non si ottengono automaticamente. Meloni vuole restare. Conte vuole tornare. Renzi vuole contare. Il PD vuole vincere. Calenda vuole dimostrare di essere indispensabile. Forza Italia vuole continuare a essere decisiva. E in mezzo ci sono gli elettori che qualcuno, prima o poi, dovrà pur andare a convincere. E il Quirinale? Ma come, non lo avete capito? Pier Ferdinando Casini ha già cominciato le grandi manovre. Ha rinunciato a essere eletto in Parlamento e a inseguire il mezzo secolo di permanenza nelle istituzioni. Secondo voi rinuncia a un primato del genere per pettinare le bambole? No. Casini guarda più lontano. Molto più lontano. E allora anche Bersani assume un’altra dimensione. Ha scelto di stare fuori dalla mischia quotidiana, di non fare il federatore del finto contrasto a sinistra, di osservare. Potrebbe sembrare una pensione politica. Potrebbe invece essere una posizione privilegiata per chi vuole aspettare che la polvere si depositi. Perché alla fine il problema non è chi vincerà le primarie. Il problema è chi arriverà vivo alla partita vera. E la partita vera potrebbe non essere quella per Palazzo Chigi. Potrebbe essere quella per il Quirinale. Per questo i caminetti tornano ad accendersi. Non servono soltanto a scaldare le stanze. Servono a scaldare le relazioni, a costruire accordi, a capire chi c’è e chi manca, chi è disposto a fare un passo indietro e chi invece pretende già la fetta più grande della crostata. Il centrodestra ha la Meloni. La sinistra ha una quantità impressionante di possibili federatori. In mezzo ci sono quelli che oggi sembrano indispensabili e domani potrebbero diventare semplicemente utili. E mentre i partiti mettono in scena la loro grande sceneggiata, il Paese continua ad avere gli stessi problemi. La sanità aspetta, i salari aspettano, le pensioni aspettano, la sicurezza aspetta, la scuola aspetta. Anche il lavoro aspetta. E il debito pubblico, quello, non aspetta proprio nessuno. Ma questa è la politica italiana. Mentre i cittadini aspettano le risposte, i politici preparano le domande del prossimo turno. Eduardo diceva che bisogna far passare la nottata. Forse è proprio questo che stanno facendo. Solo che loro, intanto, stanno già scegliendo chi dovrà arrivare al mattino. E davanti al caminetto la crostata è già sul tavolo. Le fette, naturalmente, sono ancora da tagliare.
Angelo Santoro

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