
di Alicia García Herrero*
Maroš Šefčovič è tornato venerdì da Pechino con tre “intese condivise” e una frase che conta più di tutte: “Questa [intesa] è lontana dall’essere la fine”.
Nonostante il pacchetto di misure concordato in linea di principio, i numeri non cambieranno di molto. Il deficit commerciale dell’Unione Europea nei beni con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro nel 2025, contro i 305 miliardi dell’anno precedente, con uno squilibrio che resta pari a circa 1 miliardo di euro al giorno. Le importazioni dalla Cina sono cresciute mentre le esportazioni europee sono calate. Inoltre, per la prima volta, tutti gli Stati membri registrano un deficit commerciale nei beni con la Cina. È il risultato della combinazione tra la competitività della Cina e la sua sovraccapacità manifatturiera, che spinge la produzione in eccesso verso i mercati dotati di potere d’acquisto e ancora aperti alle importazioni.. Si tratta, sostanzialmente, dell’Europa e non degli Stati Uniti, tantomeno del Giappone o della Corea del Sud. Attendere che la Cina riequilibri volontariamente i propri rapporti commerciali è una stategia già tentata e ripetutamente fallita.
Guardiamo a ciò che è stato effettivamente concordato: il punto principale è un’intesa condivisa per contenere le esportazioni cinesi di auto ibride e ibride plug-in, con l’obiettivo di ridurre di oltre la metà i volumi esportati rispetto a un livello di riferimento costante nell’arco di quattro anni. Dopo l’imposizione, nel 2024, di dazi antisovvenzioni sui veicoli elettrici a batteria cinesi, le ibride plug-in sono rimaste escluse dai dazi, ed è per questo che le loro importazioni sono aumentante rapidamente. Entro la fine dell’estate, un’auto su otto venduta nell’UE era cinese, e in prevalenza ibrida. La Commissione sostiene che l’intesa potrebbe impedire l’ingresso nel mercato unico di diversi milioni di veicoli, ma è solo un palliativo e non una soluzione, perché riguarda un solo prodotto. Infatti, le esportazioni automobilistiche cinesi verso l’UE valgono circa 15 miliardi di euro a fronte di un deficit bilaterale nei beni, come detto, di 360 miliardi. Le auto sono il punto in cui la politica fa più rumore, perché coinvolgono posti di lavoro e interessi elettorali. La realtà è che l’Europa importa quantità sempre maggiori di macchinari, prodotti chimici, metalli, pannelli solari, batterie e così via, settori in cui un tempo l’Europa era leader nell’export. Un accordo limitato alle ibride può essere celebrato in una sala stampa, ma non cambia comunque lo shock competitivo cinese.
La seconda intesa è ancora meno rilevante. La Cina ridurrebbe i dazi secondo il principio “della nazione più favorita” su un paniere di prodotti europei (componenti auto, olio d’oliva, calzature), che rappresentano quasi 4 miliardi di euro di esportazioni attuali e consentirebbero di risparmiare almeno 225 milioni di euro di dazi. A fronte di uno squilibrio quotidiano di un miliardo, duecentoventicinque milioni di euro diventano un errore di arrotondamento. L’accesso al mercato cinese che si presenta come un ritocco tariffario sull’olio d’oliva non dovrebbe nemmeno essere messo sul tavolo negoziale, perché rischia di distogliere l’attenzione dei negoziatori europei dalle questioni realmente decisive.
La terza intesa è la più rivelatrice. La Cina renderebbe ancora più agevole il rilascio delle licenze di esportazione per le terre rare e i magneti permanenti, attraverso quello che Pechino definisce un canale verde. L’industria europea ha bisogno di questi input per auto, turbine, elettronica e difesa. Pechino lo sa. Tuttavia, una promessa di licenze più facili non è diversificazione. È la gestione della dipendenza di chi ha il coltello dalla parte del manico. La prevedibilità concessa a discrezione di Pechino può essere ritirata altrettanto discrezionalmente, come Washington ha scoperto all’inizio di ottobre 2025. L’Europa dovrebbe incassare ogni miglioramento operativo, ma, allo stesso tempo, continuare a costruire fonti di approvvigionamento alternative.
Niente di tutto questo sorprende. La Cina ha interesse a impedire che il Consiglio europeo, che si riunisce il 15 e 16 ottobre, conferisca il mandato per sviluppare un arsenale più incisivo. Eppure, il documento più importante della settimana non è stato scritto in occasione dell’incontro a Pechino, ma poco prima. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno comunicato a Ursula von der Leyen che l’attuale arsenale di difesa commerciale non è più sufficiente . Chiedono uno strumento, nelle mani della Commissione, attivato a maggioranza qualificata inversa, in grado di limitare o interrompere le importazioni da un partner che causi distorsioni gravi e sistematiche, e utilizzabile nel giro di pochi giorni. Vogliono anche uno strumento di diversificazione quando la dipendenza da un solo paese per input critici supera una soglia, intorno al 40 per cento, e indagini settoriali anziché per singoli prodotti definiti in modo ristretto. La lettera non fa menzione di alcun paese. Non ce n’è bisogno.
È la firma della Germania che cambia i termini della trattativa. Nel 2024 Berlino si oppose ai dazi sui veicoli elettrici cinesi, temendo ritorsioni contro le proprie case automobilistiche. Quel timore non era infondato: la Cina ha già colpito prodotti come brandy, carne di maiale e latticini. Ma il calcolo strategico è cambiato. L’industria tedesca si trova ora a dover subire gli effetti della stessasovraccapacità che pensava di poter gestire attraverso il dialogo e le esportazioni verso la Cina. Le esportazioni verso la Cina stanno infatti crollando. Il vecchio patto di scambio, mercati europei aperti in cambio di mercati cinesi aperti, non funziona più. Quando Parigi e Berlino chiedono all’UE strumenti per reagire rapidamente e in maniera sistemica, diventa più difficile per gli Stati membri nascondersi dietro la politica del minimo comune denominatore.
Il rischio, ora, è che un accordo molto limitato tra la Commissione europea e la Cina non venga più percepito positivamente dai due maggiori Stati membri. Questo sarà più chiaro al vertice di ottobre del Consiglio europeo. Merz e Macron potrebbero incaricare la Commissione di presentare lo strumento che hanno proposto, mirato in pratica a contrastare le distorsioni sistemiche, in modo che l’UE affronti il prossimo incontro con la Cina dotata di una credibile alternativa negoziale.
L’Europa non ha bisogno di un altro dialogo che produca intese condivise e una traiettoria degli scambi immutata. Ha bisogno di strumenti che diano all’Unione Europea un reale potere negoziale, perché adeguati alla portata dello shock competitivo cinese.
Alicia García Herrero
*Istituto Ispi

Lascia un commento