
La complicità sotterranea tra pezzi di sindacato e criminalità organizzata rappresentano una delle ferite più profonde per la tutela dei lavoratori. La vicenda che orbita attorno alla condanna di Domenico Ceravolo — ex figura di vertice della Filca-Cisl in Piemonte, condannato a Torino a quasi nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa — non è soltanto una cronaca giudiziaria: è l’affresco di un sistema di potere e silenzi che scuote dalle fondamenta l’etica sindacale e l’agire politico.
Secondo le motivazioni dei giudici, Ceravolo era stabilmente a disposizione del boss vibonese Francesco D’Onofrio. Un asservimento logistico ed economico documentato dalle carte: trasferte in carcere a Lecce a spese del sindacato, voli verso Vibo Valentia per deporre nel processo “Rinascita-Scott” e un uso spregiudicato del “fondo incidenti” per scopi estranei alla tutela dei lavoratori, il tutto per garantire un condizionamento capillare nel settore dell’edilizia e dei subappalti.
Di fronte a un quadro di tale gravità, la risposta delle istituzioni e della politica anziché improntarsi alla massima trasparenza ha seguito dinamiche sconcertanti. Per giunta, il nodo centrale della questione travalica i confini giudiziari per approdare a quelli squisitamente politici. La decisione della Premier Giorgia Meloni di inserire Luigi Sbarra, ex Segretario Generale della Cisl, all’interno della compagine di Governo come Sottosegretario solleva interrogativi ineludibili sulla giurisprudenza etica dell’esecutivo.
Promuovere a ruoli di governo figure provenienti dai vertici di un’organizzazione finita al centro di un condizionamento mafioso di tale portata significa ignorare l’opportunità politica. Come può la Presidente del Consiglio rivendicare tolleranza zero contro le mafie quando premia con incarichi governativi quadri dirigenti il cui ambito gestionale è stato sfiorato da ombre così opache? La logica delle cooptazioni “a zero voti” per blindare consensi e costruirsi alleanze elettorali prevale ancora una volta sulla necessità di pretendere chiarezza rigorosa da chi rappresenta lo Stato.
Ancora più allarmante è la reazione nei confronti del giornalismo d’inchiesta e delle voci critiche, in un clima generale di strisciante insofferenza verso chi fa informazione — da chi documenta i dettagli delle carte giudiziarie sul territorio fino ai grandi casi di attacco alle inchieste come Report di Sigfrido Ranucci. L’uso sistematico delle querele e delle denunce per diffamazione, come quelle mosse sia a livello centrale che locale, assume sempre più i contorni di una strategia intimidatoria e dissuasiva.
Invece di rispondere nel merito delle intercettazioni, dei rapporti interni e delle falle nei controlli di bilancio, la dirigenza sindacale e i suoi esponenti istituzionali hanno preferito spostare lo scontro sulle aule di tribunale, imponendo spese legali a chi si è limitato a esercitare il diritto di cronaca e di critica. Un meccanismo che punta a soffocare il dibattito pubblico e a punire chi rifiuta di adeguarsi al silenzio di comodo.
Se il sindacato deve tornare a essere il baluardo dei diritti dei lavoratori e della legalità nei cantieri, non può permettersi zone d’ombra né scorciatoie giudiziarie. E se il Governo intende dimostrare nei fatti la propria estraneità a certe logiche di potere, deve smettere di utilizzare incarichi di sottosegretariato come moneta di scambio per blindare consensi e incassare pacchetti di voti per Fratelli d’Italia. Perché quando la politica premia chi preferisce silenziare i cronisti invece di chiarire fino in fondo le proprie responsabilità gestionali e morali, il sospetto che l’opportunismo elettorale valga più della legalità in questo clima diventa certezza.
Antonio Laraia

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