
T
Già nel 1600 – più precisamente nel 1662 secondo alcune ricostruzioni – il “grande lago” che segna il confine tra Stati Uniti e Canada veniva indicato con il nome Ontario. Una parola della lingua degli Uroni che significa appunto “grande lago”. Da allora sono passati i secoli e il nome geografico è diventato universalmente riconosciuto: Lago Ontario. Ma i secoli evidentemente non bastano a mettere d’accordo tutti. Ed eccoci ai giorni nostri. Per una questione di divergenze politiche con il Canada il Presidente degli Stati Uniti pensa bene di firmare un decreto con l’idea di cambiare nome al lago. Da Lago Ontario a Lago America. Una cosa che farebbero i bambini: “L’ho visto prima io. È mio. E quindi lo chiamo come voglio io.” Ora la questione sarà pure più complessa e francamente non ho nessuna intenzione di capire, studiare o approfondire tutte le motivazioni che spingono Trump a voler cambiare nome a laghi, montagne o oceani. Quello che mi lascia stupefatto è altro: la disinvoltura. La stessa disinvoltura con cui si dialoga sul piano diplomatico con Putin nel tentativo di evitare che in Europa possa esserci un’escalation della guerra e contemporaneamente si scatena una disputa internazionale per il nome di un lago perché il premier canadese sta sulle scatole. La stessa disinvoltura con cui si tengono in scacco le economie di mezzo mondo evocando lo Stretto di Hormuz. Come se anche lì valesse la regola: “È mio, lo voglio io. Il pallone è mio e decido io chi può giocare.” E la stessa disinvoltura con cui uno dei tanti ricchi cittadini americani si appresta a pagare una multa di oltre 17 miliardi di dollari. Una cifra che per dare una dimensione all’assurdità è quasi paragonabile all’intero bilancio di uno Stato come l’Italia. Una delle dieci economie più industrializzate del mondo e membro del G7. L’America è da sempre il Paese delle opportunità e delle contraddizioni. Forse anche il suo Presidente in qualche modo ne segue fedelmente le orme. Una nazione che si presenta come la massima espressione della democrazia e della libertà e allo stesso tempo si erge a gendarme del mondo intero. Una nazione nella quale ancora oggi in alcuni Stati è in vigore la pena di morte. Ma forse il punto non è nemmeno il nome di un lago. Il punto è l’idea che sta dietro quel nome: la convinzione che ciò che è grande debba necessariamente appartenere a chi è più forte. Come se la geografia fosse una lavagna sulla quale il più potente può cancellare e riscrivere a piacimento. Come se la storia fosse un Lego da smontare e rimontare secondo il gusto del momento. E allora viene da chiedersi: se domani qualcuno decidesse che una montagna non gli piace più cambierebbe anche quella? E se un confine gli desse fastidio? E se un oceano avesse un nome che non gli va a genio? Dovremmo forse aspettarci un decreto per cambiare anche quello? A questo punto potremmo quasi istituire un Ministero dei Nomi Scomodi. Una commissione internazionale incaricata di stabilire ogni mattina quali laghi, fiumi, montagne e oceani siano ancora di gradimento del Presidente. Insomma l’uomo delle contraddizioni è riuscito a conquistare voti e a diventare per ben due volte Presidente della prima potenza mondiale. Nello stesso tempo sembra divertirsi come un bambino con i Lego ricostruendo la cartina geografica del pianeta e decidendo quali nomi lasciare e quali cambiare. Quasi me lo immagino stamattina. “Mi sono alzato storto. Portatemi carta e penna: oggi firmo un decreto. Il Lago Ontario da oggi si chiamerà Lago America.” E allora mi viene una domanda: chi è normale e chi invece ha la licenza per distribuire le patenti di normalità a questo mondo? Perché sinceramente non avrei mai pensato che potessimo arrivare a vedere un manicomio di queste dimensioni. E la cosa tragica è che mentre noi discutiamo del nome di un lago là fuori il mondo continua a tremare.
Angelo Santoro

Lascia un commento