
Le forze militari israeliane (IDF) hanno rioccupato la città meridionale libanese di Zawtar al-Gharbiya, rientrando in una delle “zone pilota” strategiche da cui si erano precedentemente ritirate nell’ambito degli accordi di tregua. L’avanzata delle truppe di Tel Aviv, registrata nella mattinata dell’8 agosto 2026, congela di fatto l’accordo quadro mediato da Washington e mette a forte rischio il piano di stabilizzazione dell’area di confine.
Il piano concordato prevedeva un percorso di de-escalation strutturato in più fasi:
Ritiro progressivo delle truppe israeliane dal Libano meridionale.
Dispiegamento tempestivo dell’esercito regolare libanese nelle aree evacuate.
Disarmo completo delle milizie di Hezbollah presenti nella regione.L’esperimento era iniziato a fine luglio con l’arretramento israeliano dalla periferia di Zawtar al-Gharbiya. Il subentro dei soldati di Beirut aveva persino permesso il rientro temporaneo dei civili sfollati, sollevando l’ottimismo delle istituzioni locali e la visita ufficiale del premier libanese Nawaf Salam.
La convivenza sul campo si è rivelata da subito fragilissima. Già nei primi giorni del dispiegamento si erano verificati gravi incidenti di frontiera, con colpi di avvertimento sparati dall’IDF contro le pattuglie libanesi.
Nonostante i colloqui bilaterali diretti per il disarmo, proseguiti a Roma, il meccanismo di monitoraggio guidato dagli Stati Uniti non è riuscito a contenere la ripresa delle ostilità incrociate. Israele ha motivato il blitz odierno denunciando la persistente minaccia delle formazioni armate sul confine, mentre fonti giornalistiche in Libano, come evidenziato da Il Manifesto, accusano Tel Aviv di voler far fallire i negoziati con la forza militare.
La rioccupazione della prima zona pilota rischia ora di far precipitare il Libano meridionale in una nuova fase di conflitto aperto.
E così, la commedia delle illusioni è finita prima ancora che calasse il sipario. Chi si era illuso che un pezzo di carta firmato a Washington o una passerella di ministri a Roma potessero fermare la logica del ferro e del fuoco nel Libano meridionale, oggi si sveglia con il rumore dei cingolati israeliani che riprendono Zawtar al-Gharbiya. Le “zone pilota”, i corridoi di pace, le promesse di disarmo: tutte frottole per anime belle e diplomatici in doppiopetto che si rifiutano di guardare in faccia la realtà. La realtà è che in questa terra non si scambia la pace con i compromessi, ma con la forza.
Mentre l’esercito di Beirut si ritira impotente e le milizie si ridistribuiscono nell’ombra, resta la solita veritiera certezza di questa parte di mondo: la tregua non è mai l’inizio della pace, ma solo il tempo necessario per ricaricare le armi. E a pagare il prezzo di questo cinico gioco di specchi saranno, come sempre, i civili che avevano commesso l’unico, imperdonabile errore di credere che stavolta sarebbe stato diverso. La storia, da queste parti, non impara nulla dal passato. Si limita a ripetersi, con geometrica e spietata ferocia.
Giuseppe Basilico

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