
Trump è riuscito a portare anche l’Arabia Saudita dentro il conflitto. Non più soltanto sostegno logistico, cooperazione militare o protezione delle infrastrutture petrolifere, ma partecipazione diretta agli attacchi contro le milizie legate all’Iran. È un salto di qualità che restringe gli spazi della diplomazia e trasforma una guerra già pericolosa in uno scontro regionale sempre più difficile da contenere.
Riyad aveva cercato per anni di mantenere un equilibrio prudente. Considerava l’Iran un nemico strategico, ma sapeva benissimo che una guerra aperta avrebbe esposto raffinerie, porti, oleodotti e città saudite agli attacchi di Teheran e dei suoi alleati. Ora quell’equilibrio è saltato. Gli Houthi possono riaprire completamente il fronte yemenita, le milizie sciite irachene possono colpire le basi americane e l’Iran può allargare la rappresaglia alle infrastrutture energetiche del Golfo.
Trump sembra convinto che proprio questo caos possa diventare uno strumento per rilanciare l’America. La sua politica estera assomiglia sempre più a un gigantesco bilancio commerciale. Gli Stati Uniti offrono protezione, armi, tecnologia ed energia, mentre gli alleati devono pagare, acquistare e schierarsi.
Chi vuole la sicurezza americana deve comprare sistemi antimissile americani. Chi teme l’instabilità energetica deve rivolgersi al petrolio e al gas americani. Chi vuole costruire centrali nucleari deve affidarsi alla tecnologia americana. Chi vuole sopravvivere politicamente deve rientrare nell’orbita di Washington.
È questa la vera scommessa di Trump: non riportare semplicemente la pace, ma costruire un nuovo ordine nel quale ogni crisi finisca per presentare una fattura con l’intestazione degli Stati Uniti.
La guerra fa salire il prezzo del petrolio, favorisce una parte dell’industria energetica americana e moltiplica gli ordini per le aziende della difesa. Arabia Saudita, Emirati, Israele e gli altri Paesi esposti saranno costretti ad acquistare missili, radar, droni, sistemi di intercettazione e assistenza militare. Anche l’accordo nucleare civile con Riyad rientra nella stessa logica: legare per decenni lo sviluppo saudita alla tecnologia, alle imprese e alla protezione politica degli Stati Uniti.
Ma in questa storia non esiste soltanto l’interesse economico americano. Esiste anche quello personale di Donald Trump e della sua famiglia.
Trump non ha venduto il proprio impero economico né lo ha collocato in un vero fondo indipendente. Ha affidato la gestione ai figli, ma continua a essere il beneficiario dei profitti prodotti dal marchio, dagli alberghi, dai campi da golf, dalle licenze immobiliari e dalle attività finanziarie della famiglia.
Ed è proprio qui che il confine tra politica estera e interesse privato diventa sempre più sottile.
La Trump Organization ha stretto accordi per grandi progetti immobiliari in Arabia Saudita, compresi alberghi, residenze di lusso e campi da golf con il marchio Trump. Il valore complessivo annunciato dei progetti di Riyad e Gedda raggiunge circa dieci miliardi di dollari. Non significa che dieci miliardi finiranno nelle tasche di Trump, naturalmente, ma significa che il suo nome, le sue licenze e la sua organizzazione possono ricavare profitti da un Paese con il quale, contemporaneamente, il presidente degli Stati Uniti negozia armi, energia nucleare, protezione militare e alleanze strategiche.
A questo si aggiunge il rapporto con LIV Golf, il circuito finanziato dal fondo sovrano saudita che ha organizzato tornei nelle proprietà di Trump, generando entrate dirette per i suoi campi da golf. Trump ha persino partecipato, da presidente, alle trattative tra il circuito saudita e il PGA Tour, muovendosi contemporaneamente come capo della Casa Bianca e come proprietario di strutture economicamente interessate al futuro dell’accordo.
Il problema non è soltanto stabilire se abbia violato formalmente una legge. Il problema è capire se sia accettabile che un presidente possa prendere decisioni militari e diplomatiche riguardanti un Paese dal quale la sua impresa privata riceve affari, eventi, investimenti e opportunità commerciali.
A rendere il quadro ancora più torbido c’è l’esplosione degli affari finanziari della famiglia Trump. Criptovalute, token, licenze, proprietà immobiliari e campi da golf hanno prodotto centinaia di milioni di dollari. Una parte di questi capitali proviene o può provenire da investitori stranieri, fondi e soggetti economici interessati alle decisioni della Casa Bianca.
Non esiste, allo stato attuale, la prova che Trump abbia deciso di allargare la guerra per guadagnare personalmente. Sostenerlo come fatto certo sarebbe scorretto. Ma sostenere che non esista un gigantesco conflitto d’interessi sarebbe altrettanto falso.
Quando il presidente degli Stati Uniti tratta con l’Arabia Saudita, non parla soltanto con un alleato militare. Parla anche con un Paese nel quale il marchio della sua famiglia sta costruendo una parte importante del proprio futuro commerciale.
Quando difende il sistema saudita, non difende soltanto un partner strategico. Difende anche un mercato nel quale il nome Trump vale denaro.
Quando interviene sul futuro del golf finanziato dai sauditi, non agisce soltanto da mediatore politico. Interviene in un settore che paga per utilizzare le sue proprietà.
Trump confida che il disordine internazionale possa riportare capitali, fabbriche e investimenti negli Stati Uniti. Un mondo instabile, nella sua visione, avrebbe nuovamente bisogno dell’energia americana, delle armi americane, del dollaro e della potenza militare americana. Ma dentro questa strategia l’interesse nazionale e quello personale finiscono per camminare pericolosamente fianco a fianco.
Il caos può arricchire l’industria americana. Può rafforzare il dollaro, aumentare le vendite militari e riportare Washington al centro del sistema. Ma può anche aumentare il valore del marchio Trump, moltiplicare gli affari della sua famiglia e rendere ancora più redditizi i rapporti con le monarchie del Golfo.
Trump sta quindi giocando una partita enorme. Vuole indebolire l’Iran, costringere l’Arabia Saudita a scegliere definitivamente il campo americano, spingere Riyad verso Israele e presentare agli alleati il conto della loro sicurezza.
Nel frattempo, però, una parte di quel denaro rischia di passare non soltanto dall’economia americana, ma anche dalle aziende che portano il suo cognome.
Può funzionare per un certo periodo. Le guerre hanno sempre prodotto vincitori economici, oltre a montagne di morti e rovine. Ma pensare di salvare l’America incendiando il sistema internazionale, mentre la propria famiglia fa affari con chi viene coinvolto nell’incendio, significa trasformare la presidenza in qualcosa di molto simile a una società per azioni.
Il problema è che la guerra non è un’azienda e il caos non rispetta i contratti.
La storia, soprattutto, non presenta mai il conto soltanto agli altri.
Piero Terracina

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