
Esistono figure politiche nate per polarizzare, per tracciare solchi profondi tra il “noi” e il “loro”, capaci di incendiare gli animi e dividere le piazze tra sostenitori fanatici e oppositori feroci.
E poi c’è Alessandro Giuli. Il Ministro della Cultura è riuscito in un’impresa che è sfuggita ai padri costituenti e ai più raffinati ingegneri elettorali: creare un fronte unico nazionale, una sorta di ecumenismo del non-detto. Non si tratta di un’intesa sui programmi o di una visione condivisa del futuro, sia chiaro, ma di una tregua armata del pensiero, un armistizio intellettuale che nasce dalla pura perplessità. Davanti alle sue performance oratorie, l’elettorato di destra e quello di sinistra depongono improvvisamente le armi e si scambiano lo stesso sguardo: quello smarrito, un po’ lucido e un po’ rassegnato, che si riserva a certi parenti eccentrici che, durante il pranzo di Natale, decidono di spiegare l’ontologia tra un primo e un secondo, mentre il resto della tavola vorrebbe solo passare al panettone.
Giuli non accende passioni e non nutre fazioni; unisce nel disagio. È il volto di un momento collettivo di sospensione, una parentesi in cui l’Italia intera trattiene il fiato, non per l’ansia dell’attesa di una rivelazione messianica, ma per il timore istintivo di un imminente naufragio grammaticale o concettuale.
Il vero capolavoro involontario di Giuli resta però la riabilitazione postuma e quasi commovente del suo predecessore. Gennaro Sangiuliano era una figura tellurica, quasi fisica nella sua irruenza: una sorta di Treccani consultata freneticamente e poi declamata con l’enfasi di un audiolibro difettoso registrato in una stazione affollata. Ma l’ex ministro della cultura, nel bene e nel male, aveva un pregio che oggi appare quasi eroico nella sua goffaggine: era riconoscibile, tangibile, misurabile. I suoi errori erano terra terra; si potevano indicare col dito, contestare con i dati, persino calpestare come si fa con una buccia di banana. Era materia grezza, argilla politica.
Ora, se il suo predecessore era un inciampo plateale sul marciapiede, l’attuale ministro è una vertigine nel vuoto cosmico. Appartiene alla categoria dell’etere. È aria, ma non quell’aria frizzante che rigenera i polmoni e schiarisce la vista: è l’aria rarefatta delle altissime quote, quella dove l’ossigeno scarseggia, la pressione cala e la testa inizia a girare pericolosamente. Le sue frasi partono sempre con l’ambizione di un volo transatlantico, cariche di aggettivi pesanti e riferimenti dotti – in quello scialo di erudizione che fu già del Vate e che l’attuale ministro mima con devozione scolastica – per poi schiantarsi sistematicamente a pochi metri dalla pista d’atterraggio, visto che quella pretesa di profondità svanisce come un miraggio nel deserto non appena la parola viene finalmente pronunciata.
Non si può comprendere l’enigma dell’attuale Ministro della Cultura senza analizzarne con cura l’estetica, che nel suo caso non è un semplice corredo esteriore, ma il cuore pulsante e forse l’unico vero punto fermo del suo programma politico. Giuli si muove negli spazi del potere come un’eco sbiadita, un riflesso in uno specchio antico di Gabriele D’Annunzio, ma un D’Annunzio passato al setaccio del conformismo ministeriale e privato di ogni carica eversiva. Il Vate faceva della vita un’opera d’arte totale e dell’eccesso una provocazione intellettuale volta a scuotere le masse, sebbene la sua poetica risulti spesso più verbosa che carnale: un’estetica dove l’accumulo di termini preziosi finisce per soffocare la verità dell’emozione, rendendo l’esperienza vitale un esercizio di stile più che un palpito reale. Eppure, se in D’Annunzio questo sforzo era sorretto da un’energia comunque titanica, in Giuli siamo alla copia conforme senza l’originale: molto velluto, moltissimo tweed, pochissima polpa, e assolutamente nessuna Fiume da conquistare per giustificare cotanto cipiglio. Giuli ne mima la postura e lo sguardo lontano, l’allusione elegante che non approda a nulla di concreto, il pensiero che si annuncia solenne e gonfio come un’onda oceanica, per poi ritirarsi timidamente prima ancora di aver bagnato la riva della comprensione. Sotto la superficie levigata delle citazioni resta la sensazione di una scenografia di cartapesta. La cultura, nelle sue mani, smette di essere un organismo vivo per diventare puro arredamento di lusso: una sala elegante dove le idee chiedono umilmente il permesso di entrare e, non trovando nessuno con cui dialogare veramente, se ne vanno in punta di piedi subito dopo.
In un contesto civile differente, in un Paese meno incline al fascino del vuoto a perdere, Alessandro Giuli sarebbe probabilmente il protagonista perfetto di certi salotti televisivi di mezzanotte, autore di editoriali criptici e vagamente incomprensibili pubblicati su riviste di nicchia, discussi poi da una ristrettissima cerchia di ammiratori del “non detto” e della prosa barocca. Sarebbe un personaggio un po’ colorito, un vezzo intellettuale, e la storia finirebbe lì, tra un applauso registrato e un caffè corretto. In Italia, invece, la parabola è diversa: egli siede al vertice di un Ministero che, per definizione e missione, dovrebbe gestire la visione strategica, la tutela e il rilancio del patrimonio identitario e creativo del Paese. La domanda allora cessa di riguardare l’uomo, le sue velleità o la sua sintassi zoppicante, e investe direttamente il sistema che lo ha generato e issato sullo scranno più alto. Perché una figura così perfettamente sospesa tra il sapere e il sembrare, tra l’essere e il rappresentare, è stata scelta come volto e voce della cultura nazionale nel mondo?
La sensazione, che col passare dei giorni si fa sempre più netta e inquietante, è che non si tratti affatto di un errore di casting o di una svista di chi ha compilato la lista dei ministri. Al contrario, appare come una scelta di una coerenza quasi scientifica. Una cultura che si fa estetica pura, che rinuncia alla sostanza per farsi posa, che preferisce l’evocazione vuota alla scelta di campo, è una cultura che non disturba, che non sceglie, che non costruisce e, soprattutto, che non mette in discussione nulla. Il problema di fondo, alla fine della fiera, non è il dandy che recita con dedizione la sua parte sulla scena pubblica. Il problema è il guardaroba politico che lo sostiene, lo veste e lo legittima. E quel guardaroba, con tutti i suoi fregi e le sue fodere di seta, purtroppo è una spesa collettiva che paghiamo profumatamente tutti noi, in termini di opportunità perse e di credibilità svanita nel vapore delle sue vuote parole dal sapore vagamente dannunziano.
Antonio Laraia

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