
La Lega di Matteo Salvini non molla la presa sul caso Roggero e ci regala un’altra trovata ad effetto. Il senatore Borghi ha infatti depositato in Senato il testo sulla revisione della legge sulla legittima difesa, che, nelle intenzioni del proponente e del suo partito, non dovrebbe incontrare più alcun limite allorquando si reagisce a un’aggressione armata nel proprio domicilio o nel luogo di lavoro: si prevede la non punibilità di “qualsiasi reazione” nella immediatezza di una “aggressione a mano armata”, “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta” In sostanza, licenza di uccidere di primo acchito.
Il fatto che la proposta di modifica provenga da un senatore leghista può generare una qualche sorpresa, visto che l’attuale disciplina della legittima difesa risale proprio alla legge Salvini del 2019, la cui corretta applicazione ha peraltro portato alla condanna del gioielliere piemontese: la norma in vigore invero limita la legittima difesa ai casi di reale “attualità di un pericolo grave” per l’incolumità delle persone.
Dunque la legge del 2019 non copriva la giustizia sommaria, mentre oggi sembrerebbe proprio questo l’obiettivo di Salvini e compagni, ormai forsennatamente votati alla ricerca del consenso in un’estenuante competizione con l’uomo nuovo, il generale Vannacci, che poi altro non è che il frutto malato del populismo di marca leghista.
L’iniziativa del senatore Borghi, a dir la verità, non ha mancato di suscitare perplessità anche fra gli alleati di governo, visto che il rischio concreto che si corre è la trasformazione dell’Italia in un Far West, dove il monopolio della forza viene sottratto allo Stato e delegato ai singoli cittadini.
Ma c’è un’altra considerazione che si impone in un contesto in cui si accentua sempre più la deriva dei principi basilari dello stato di diritto: intervenire sulla legislazione penale dietro la spinta di singoli fatti di cronaca giudiziaria è un errore metodologico gravissimo. Di più, è un’aberrazione. Il diritto penale richiede equilibrio, rigore e tempi di riflessione distanti dalle tensioni mediatiche. E’ vero che cresce la propensione a spettacolarizzare i processi, che è ricorrente la tentazione di soppiantare i tribunali con le tribune televisive, che a volte si attribuisce maggior peso ai verdetti della giuria dei telespettatori che a quelli dei collegi giudicanti, ma persino in una società che pare aver perso la bussola, legiferare per reazione emotiva a una sentenza non può che produrre norme confuse, ideologiche e potenzialmente pericolose per la tenuta della civile convivenza.
Il punto è che si vuole cavalcare l’onda per coprire il vuoto.
In questi anni la destra ha costantemente sventolato la bandiera della sicurezza come pilastro identitario. Nei fatti, però, non è stato prodotto alcun provvedimento incisivo o strutturale capace di migliorare davvero il controllo del territorio o di supportare le forze dell’ordine.
La delega della difesa ai privati cittadini è la confessione esplicita di questa totale assenza di politiche pubbliche efficaci. Ed allora: la sicurezza dei cittadini e dei commercianti è un problema serio e merita risposte concrete, non slogan.
Non da ora il segretario socialista, Enzo Maraio, rimarca la necessità che il tema della sicurezza diventi una priorità nell’agenda del centro-sinistra: tuttavia la strada non è certo quella di lasciare campo libero a una società di giustizieri dal grilletto facile.
Luigi Diego Perìfano

Lascia un commento