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UE&USA: il fragile equilibrio post-Turnberry

Un anno fa, il 27 luglio 2025, dopo tre mesi di negoziati altalenanti, Unione europea e Stati Uniti raggiungevano un accordo commerciale nel resort di Donald Trump a Turnberry in Scozia. I negoziati facevano seguito al “Liberation Day” (2 aprile 2025), in cui Trump aveva annunciato dazi universali nei confronti di (quasi) tutti i partner commerciali degli USA. L’accordo raggiunto si è però rivelato di fatto un patto leonino, fortemente sbilanciato in favore della parte americana.

di Istituto Ispi | 25 Luglio 2026

di Moreno Bertoldi*

Un anno fa, il 27 luglio 2025, dopo tre mesi di negoziati altalenanti, Unione europea e Stati Uniti raggiungevano un accordo commerciale nel resort di Donald Trump a Turnberry in Scozia. I negoziati facevano seguito al “Liberation Day” (2 aprile 2025), in cui Trump aveva annunciato dazi universali nei confronti di (quasi) tutti i partner commerciali degli USA. L’accordo raggiunto si è però rivelato di fatto un patto leonino, fortemente sbilanciato in favore della parte americana.

Dodici mesi turbolenti

Nell’anno trascorso l’accordo di Turnberry è passato attraverso varie vicissitudini. Nel febbraio di quest’anno la Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegale l’utilizzo presidenziale della legislazione d’emergenza (International Emergency Economic Powers Act – IEEPA) per imporre i dazi (per l’UE al 15%). Pertanto, l’amministrazione americana, da un lato, si è trovata a dover rimborsare le imprese colpite dall’IEEPA e, dall’altro lato, è dovuta ricorrere a una sezione della legge commerciale del 1974, la Sezione 122, per reintrodurre i dazi (con un’aliquota del 10%).

Tale sezione consente però solo un’applicazione temporanea dei dazi senza l’approvazione del Congresso (150 giorni). Tra l’altro, anche questo strumento è stato messo nel mirino delle corti perché la Sezione 122 dovrebbe applicarsi “per far fronte a deficit ampi e gravi della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti”. Tuttavia, non è questo il caso del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, soprattutto quando si conteggia non solo l’interscambio di beni ma anche quello dei servizi.

L’utilizzo della Sezione 122 è dunque una soluzione ponte fino alla fine di luglio per poi poter applicare un’altra sezione della legge del 1974, la Sezione 301, che però richiede più tempo perché necessita di un’investigazione che “provi” la fondatezza dei nuovi dazi prima di essere attivata. È quello che l’amministrazione Trump ha fatto, conducendo un’indagine nei confronti di 60 economie, UE inclusa, per aver consentito importazioni prodotte con lavoro forzato e ne sta conducendo un’altra sugli eccessi di capacità produttiva. Per quel che riguarda l’UE – e la maggior parte dei partner commerciali degli USA –, entrambe le indagini statunitensi sono pretestuose al limite del ridicolo, ma questo è il solo strumento a disposizione dell’amministrazione Trump per reintrodurre dazi universali (di nuovo al 15% per l’UE) che la Corte suprema ha cassato a febbraio.

Il Parlamento europeo – che non aveva apprezzato granché l’accordo di Turnberry, congelando per quasi un anno il via libera agli impegni dell’UE – ha introdotto alcune condizioni di salvaguardia (tra cui una clausola sospensiva nel caso gli USA non applicassero l’accordo raggiunto e una clausola di scadenza alla fine del 2029) prima di ratificarlo a giugno. Tuttavia, la storia non è ancora terminata poiché il passaggio dalla Sezione 122 alla Sezione 301 non è ancora avvenuto. Mentre è molto probabile che il livello dei dazi resterà quello raggiunto nell’accordo di Turnberry, con l’amministrazione Trump non si possono mai escludere sorprese dell’ultimo minuto.

Le ricadute dell’intesa

L’accordo scozzese contiene diverse disposizioni, la più importante delle quali riguarda il 15–0 sui dazi: gli USA innalzano il livello dei loro dazi sulle esportazioni europee (salvo esenzioni) al 15%, mentre l’UE porta a zero le sue tariffe sulle importazioni statunitensi. Nell’accordo, inoltre, il blocco comunitario si impegna ad acquistare dagli USA entro il 2028 750 miliardi di dollari in prodotti energetici, 40 miliardi di dollari in microchip di intelligenza artificiale e un ammontare significativo, ma non specificato, di armi americane, nonché a investire, sempre entro il 2028, 600 miliardi di dollari addizionali sul territorio americano “in settori strategici”. Più che l’apertura del primo gioco di una partita di tennis dove il set e match sono ancora lontani, il 15–0 di Turnberry assomiglia più al risultato finale di una partita di rugby in cui una squadra ha prevalso nettamente sull’altra.

Certo, a questa valutazione si può obiettare che, da un punto di vista economico, l’impatto dell’accordo è stato limitato e sicuramente non catastrofico. Nel 2025 la crescita dell’Area euro ha raggiunto l’1,4%, un dato sostanzialmente in linea con la previsione dell’1,2% formulata dal Fondo monetario internazionale nell’ottobre 2024. Nonostante il triplicarsi dei dazi statunitensi sui beni europei e l’apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro, le esportazioni dell’UE oltre Atlantico non sono crollate: al contrario, nel 2025 sono persino aumentate leggermente, del 3,4%. Tuttavia, sarebbe imprudente considerare che i dazi non abbiano avuto un impatto negativo sull’economia europea. La crescita è stata trainata soprattutto dai consumi e dalla spesa militare più che dagli investimenti. Inoltre, i dati sulle esportazioni sono stati distorti dall’impennata delle importazioni statunitensi registrata all’inizio del 2025, quando molte imprese hanno anticipato gli acquisti per evitare i successivi aumenti tariffari; infatti, se si considera solo il periodo aprile 2025–marzo 2026, le esportazioni europee verso gli USA si sono ridotte. Infine, alcuni settori, in particolare l’acciaio e l’alluminio, colpiti da dazi fino al 50%, hanno invece subito conseguenze molto pesanti – al punto da spingere la Commissione europea a introdurre misure protezionistiche in favore dell’acciaio all’inizio di luglio.

Se l’impatto economico negativo dei dazi, anche se non insignificante, è risultato limitato, per l’UE Turnberry è stata una vera e propria umiliazione politica e come tale è stata percepita dalla maggioranza della popolazione europea. Come notò al tempo Mario Draghi, “per anni l’UE ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata”.  

Il successo politico ottenuto da Trump nei suoi negoziati con l’Unione europea è stato il risultato della sua capacità di imporre alla controparte la sua agenda facendo leva sulla dipendenza militare e tecnologica dell’Europa dagli Stati Uniti, l’importanza del mercato americano per le esportazioni dei Ventisette e l’assenza di una chiara strategia negoziale comunitaria dovuta alla frammentazione delle posizioni all’interno del blocco su come affrontare il negoziato. Di conseguenza, l’UE al più si è limitata a migliorare, sovente solo al margine, le esose proposte dell’amministrazione Trump, accettandone però di fatto la sostanza. Si potrebbe considerare, come hanno fatto quasi tutti i partner commerciali degli USA, che questo fosse l’inevitabile prezzo da pagare per evitare dazi più elevati e stabilizzare e rendere più prevedibile la relazione economica transatlantica nell’era di Donald Trump.

Purtroppo, però, compiacere un autocrate non riduce le sue richieste e pretese, anzi ottiene sovente l’effetto contrario. Questo lo si è visto già nei mesi successivi all’accordo scozzese, quando da parte statunitense si sono moltiplicate le richieste di modifica delle regolamentazioni europee concernenti le piattaforme digitali, l’intelligenza artificiale o la decarbonizzazione e sono state ventilate ritorsioni contro l’UE quando le Big Tech a stelle e strisce sono state sanzionate per abuso di posizione dominante o per la violazione del Digital Services Act o del Digital Markets Act.

Il 26 giugno, subito prima dell’applicazione dell’accordo di Turnberry a partire dal 1° luglio, si è assistito a un’ulteriore escalation, che potrebbe aprire una nuova fase nel conflitto commerciale tra le due sponde dell’Atlantico: con un post su Truth Social l’inquilino della Casa Bianca ha minacciato di imporre dazi di ritorsione fino al 100% sulle esportazioni dei Paesi che impongono una tassa sui servizi digitali alle aziende tecnologiche. Il dazio in questione colpirebbe “tutti i beni” esportati verso gli USA e prevarrebbe anche sugli accordi commerciali già raggiunti, ivi compreso quello di Turnberry. Ora vi sono diversi Paesi dell’Unione che hanno introdotto una tale tassa (per esempio, Francia, Italia, Spagna), mentre altri la stanno considerando. Anche se la minaccia deve essere presa con le pinze poiché la decisione della Corte suprema menzionata in precedenza riduce i margini di manovra della Casa Bianca, è significativo il fatto che, con il pretesto di combattere una pretesa discriminazione contro le imprese tecnologiche americane, Trump consideri di poter interferire impunemente in una delle principali prerogative di uno Stato sovrano: la sua tassazione.

I servizi digitali e l’IA sono dunque il probabile prossimo terreno di scontro tra USA e UE. Contrariamente ad altre ubbie e fissazioni personali di Trump (per esempio, l’acquisizione della Groenlandia), la strategia di rimuovere misure regolamentari e fiscali che potrebbero limitare l’accesso dei servizi statunitensi sui mercati europei è spinta e alimentata dalle stesse Big Tech. Poiché l’Europa, per le sue dimensioni, è un mercato indispensabile per queste imprese sia in termini di valorizzazione degli enormi investimenti che stanno realizzando sia per la raccolta dei dati che servono ad alimentare e migliorare i loro modelli, esse fanno leva sulla relazione speciale con il presidente statunitense – basata su uno scambio di favori politici e finanziari – per fare avanzare le proprie priorità. L’approccio trumpiano dell’America First, che promuove gli interessi americani sulla base dei rapporti di forza, è da questo punto di vista funzionale agli interessi delle Big Tech.

Di conseguenza, un anno dopo Turnberry, è improbabile che l’accordo raggiunto porti a una stabilizzazione delle relazioni economiche transatlantiche. Trump resta infatti interessato a estrarre dall’UE il massimo di risorse per rimediare ai presunti accordi commerciali iniqui e alle pratiche economiche sleali da parte europea che avrebbero danneggiato l’economia americana nell’ultimo mezzo secolo. Ed è quel che farà fino alla fine del suo mandato.

UE: che fare?

Alla luce di queste considerazioni, Bruxelles e gli Stati membri dell’UE non dovrebbero farsi illusioni sul fatto che l’accordo di Turnberry migliorerà le loro relazioni economiche con Washington. Dovrebbero semmai agire di conseguenza, preparandosi a due anni e mezzo difficili, contrassegnati da tensioni ricorrenti e, data la notoria imprevedibilità trumpiana, sovente inaspettate.

Di conseguenza, l’UE non deve fare i suoi calcoli sulla base di uno scenario centrale favorevole. L’adozione di scenari eccessivamente ottimisti durante i negoziati dell’anno scorso ha creato le condizioni per l’accordo squilibrato e penalizzante siglato in Scozia. Inoltre, per Trump ogni accordo è rinegoziabile se i rapporti di forza gli sono favorevoli. Come nella favola di La Fontaine del lupo e dell’agnello, è sempre pronto a utilizzare qualsiasi pretesto per giustificare le proprie richieste e i propri diktat.

L’UE dovrebbe dunque preparare piani di emergenza per fronteggiare nuove richieste, in particolare su fronti caldi come i servizi digitali, l’IA e la lotta al cambiamento climatico, dove si sa che presto o tardi l’amministrazione statunitense avanzerà nuove richieste. L’UE dovrebbe dunque rafforzare la propria deterrenza economica e commerciale, individuando punti di strangolamento che potrebbero essere utilizzati per condurre gli Stati Uniti a più miti consigli. Più importante ancora, dovrebbe rendere operativo lo Strumento anti-coercizione, la cui credibilità è stata fortemente compromessa dalla sua non-attivazione durante i negoziati con l’amministrazione Trump lo scorso anno, quando le pressioni coercitive da parte di Washington erano incontrovertibili (e si sono ben viste nel risultato finale dell’accordo). L’ostacolo all’attivazione dello Strumento anti-coercizione è soprattutto politico. Si dovrebbe fare in modo che, in presenza di un chiaro caso di coercizione economica, la Commissione europea abbia l’obbligo di sottoporre la proposta di attivazione al Consiglio dell’UE, dopodiché al suo interno ciascuno si prenderà le proprie responsabilità. Una tale soluzione sarebbe nettamente preferibile alla situazione attuale, dove l’attivazione viene minacciata dalla Commissione o da alcuni Stati membri, ma con l’immediato caveat del “potrei, ma non voglio”, che toglie ogni credibilità all’intero processo.

L’UE dovrebbe poi diventare un punto di riferimento per la creazione e lo sviluppo di alleanze tra medie potenze che possono aumentare la resilienza e la capacità di reazione delle rispettive economie nel caso di politiche di coercizione economica provenienti dagli USA o dalla Cina. L’UE è qualcosa di più di una potenza intermedia, soprattutto in termini economici. Essa ha le dimensioni e la massa critica per dare peso a un’alleanza di medie potenze sullo scacchiere internazionale e allentare la tenaglia tra Washington e Pechino in cui è presa insieme al resto del mondo.

Infine, l’UE dovrebbe dotarsi di un orizzonte geostrategico di medio-lungo periodo e cominciare a preparare il post-Turnberry, venendo l’accordo a scadenza al più tardi alla fine del 2029. L’UE deve evitare di ripetere l’errore che fece nel 2024, quando i leader europei riposero tutte le loro speranze nella rielezione di Joe Biden e non fecero preparativi per fronteggiare l’uragano arancione che si profilava all’orizzonte. Bruxelles dovrebbe munirsi di una strategia flessibile, in grado di consentirle di reagire efficacemente ai diversi scenari che si presenteranno dopo le elezioni presidenziali del novembre 2028. Invece di attendere il risultato e decidere come poi procedere, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero invece definire le priorità su cui confrontarsi con la nuova amministrazione statunitense: rinegoziare radicalmente l’accordo di Turnberry, riproponendo la posizione iniziale europea di un annullamento reciproco dei dazi; riconfermarlo oppure cercare una via di mezzo; chiedere di eliminare dall’accordo futuri impegni di acquisto di prodotti americani e di investimenti negli USA oppure mantenere solo alcuni di essi; richiedere il rispetto completo della sovranità europea nella regolamentazione e nella tassazione dei servizi digitali e dell’IA oppure intavolare un negoziato e, se così, a quali condizioni e su quali basi di reciprocità, ecc.

Sulla base delle risposte di Washington, l’UE deciderà allora il carattere e la natura della nuova relazione, preferibilmente tenendo ben fermi due punti: l’Unione europea 1) continuerà ad avanzare sulla strada dell’autonomia strategica (e dunque ridurrà progressivamente la sua dipendenza dagli Stati Uniti) e 2) non rinuncerà a promuovere e rafforzare le alleanze tra medie potenze con il fine di promuovere un ordine internazionale basato sulle regole. Ma per elaborare una tale strategia bisognerà prima creare un ampio consenso, appoggiato da una forte determinazione politica, tra i leader di Bruxelles e dei 27 Stati membri. A più di due anni dalle elezioni presidenziali americane e a tre dalla scadenza dell’accordo di Turnberry, potrebbe sembrare che di tempo per raggiungere questi obiettivi ce ne sia in abbondanza. Tuttavia, con le sfide che si prospettano e i tempi decisionali lunghi dell’UE, prima si comincia, meglio è.

Moreno Bertoldi

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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