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Studentati fantastici e quanto pagarli

L’idea che basti “aggiungere qualche studentato” per correggere la traiettoria di una città come Milano è una semplificazione che non regge alla prova dei fatti. Non perché gli studentati siano inutili — lo sono eccome — ma perché si tenta di usarli come leva strutturale su un problema che è, per natura, sistemico. Milano è diventata una città ad alta intensità di domanda: capitale economica, attrattore universitario, polo internazionale per lavoro qualificato, eventi, turismo. In un contesto del genere, il prezzo degli alloggi non è un’anomalia: è un segnale. Riflette la pressione combinata di redditi medio-alti, investimenti immobiliari, affitti brevi e una cronica rigidità dell’offerta.

di Luca Rampazzo | 2 Maggio 2026

L’idea che basti “aggiungere qualche studentato” per correggere la traiettoria di una città come Milano è una semplificazione che non regge alla prova dei fatti. Non perché gli studentati siano inutili — lo sono eccome — ma perché si tenta di usarli come leva strutturale su un problema che è, per natura, sistemico.

Milano è diventata una città ad alta intensità di domanda: capitale economica, attrattore universitario, polo internazionale per lavoro qualificato, eventi, turismo. In un contesto del genere, il prezzo degli alloggi non è un’anomalia: è un segnale. Riflette la pressione combinata di redditi medio-alti, investimenti immobiliari, affitti brevi e una cronica rigidità dell’offerta. Pensare di controbilanciare tutto questo con “migliaia di posti letto calmierati” equivale a provare a riequilibrare un lago in piena con qualche secchio.

Il punto sollevato dalla rettrice dell’Università degli Studi di Milano — mille euro a stanza dopo pochi anni — non è uno scandalo inatteso: è la naturale convergenza verso il prezzo di mercato. Puoi comprimere artificialmente i costi per un periodo limitato (sussidi, vincoli, tariffe politiche), ma se la struttura dei costi — terreno, costruzione, gestione, finanziamento — resta ancorata ai valori di Milano, il riequilibrio è inevitabile. Non è cinismo: è aritmetica economica.

Qui entra in gioco l’illusione. L’illusione che si possano creare “isole a basso costo” stabili dentro un ecosistema ad altissimo valore, senza alterarne le fondamenta. È un’illusione costosa, perché richiede risorse pubbliche ingenti per mantenere nel tempo prezzi che il contesto circostante tende continuamente a riallineare verso l’alto. E quando i vincoli si allentano — o semplicemente il tempo passa — emerge il vero prezzo.

In questo senso, il parallelo con le leggi della fisica non è retorico: puoi sospendere localmente gli effetti della gravità con energia e tecnologia, ma non eliminarla. Allo stesso modo, puoi temporaneamente disallineare i prezzi dal mercato, ma non abolire le forze che li determinano. Se la domanda resta elevata e l’offerta complessiva insufficiente o lenta ad adattarsi, il sistema torna al suo equilibrio — e lo fa spesso in modo brusco.

Questo non significa che le politiche pubbliche siano inutili. Significa che devono essere coerenti con la scala del problema. Se Milano è diventata una città “esclusiva ed escludente”, non è per mancanza di qualche migliaio di posti letto, ma per una combinazione di fattori: attrattività globale, concentrazione di opportunità, scarsità relativa di spazio, e un modello di sviluppo che ha premiato rendita e valorizzazione immobiliare. Intervenire solo sul segmento degli studentati è, nella migliore delle ipotesi, una misura tampone.

La vera alternativa richiederebbe scelte più radicali e meno “magiche”: aumentare in modo significativo e continuativo l’offerta abitativa (anche con strumenti urbanistici incisivi), redistribuire funzioni e opportunità fuori dal centro metropolitano, agire sui meccanismi che spingono la finanziarizzazione dell’immobile, e — soprattutto — accettare che non tutto può essere tenuto artificialmente “a basso costo” in una città che compete globalmente sui prezzi.

Senza questo cambio di scala, ogni promessa di alloggi accessibili rischia di essere percepita per quello che è: un gioco di prestigio. Funziona finché dura lo spettacolo. Poi, quando le luci si accendono, resta il conto. E a Milano, quel conto tende sempre a essere molto salato.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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