
La Casa Bianca ha alzato drasticamente la posta nei negoziati per porre fine alla guerra in corso con l’Iran, dichiarando ufficialmente che Teheran deve consegnare le sue scorte di uranio arricchito agli Stati Uniti come condizione imprescindibile per un accordo di pace duraturo.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un’intervista rilasciata mercoledì a Fox News, ha ribadito che la rimozione del materiale nucleare dal territorio iraniano rappresenta una “linea rossa” invalicabile per il presidente Donald Trump. “L’Iran non potrà mai ottenere una bomba nucleare per minacciare gli Stati Uniti o i nostri alleati”, ha affermato Leavitt, sottolineando che il successo di operazioni militari come Operation Midnight Hammer (Operazione Martello di Mezzanotte è stata un massiccio attacco aereo condotto dagli Stati Uniti contro il programma nucleare iraniano nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025) ha messo Washington in una posizione di forza per esigere tale cessione.
Il piano delineato dall’amministrazione Trump non si limita a una richiesta diplomatica, ma prevede un intervento operativo diretto. Il Presidente ha ipotizzato l’invio di macchinari pesanti per scavare e recuperare quello che ha definito “polvere nucleare” dai siti colpiti durante il conflitto.
A differenza di precedenti accordi che prevedevano il trasferimento in paesi terzi (come la Russia o la Turchia), Washington esige ora che il materiale sia consegnato direttamente agli Stati Uniti.
Fonti diplomatiche indicano che gli USA starebbero valutando lo sblocco di circa 20 miliardi di dollari in asset congelati in cambio della consegna totale delle scorte.
La risposta iraniana è stata finora di netta chiusura. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato alla TV di Stato che “il trasferimento di uranio arricchito agli Stati Uniti non è mai stato un’opzione” e che il materiale non lascerà i confini nazionali. Nonostante questo, la Casa Bianca sostiene che ci siano stati segnali di apertura durante i colloqui riservati mediati dal Pakistan.
Mentre i negoziati di Islamabad restano in una fase di stallo, Trump ha esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato, ma senza fissare scadenze formali. La stabilità regionale rimane appesa a un filo: se Teheran non accetterà la consegna dell’uranio, Washington ha già avvertito che le operazioni militari potrebbero riprendere con rinnovata intensità.
Il braccio di ferro tra Washington e Teheran non è più una questione di diplomazia preventiva, ma una partita a scacchi giocata su un cumulo di macerie e ambizioni atomiche. L’ultimatum della Casa Bianca — consegnare l’uranio o subire il ritorno delle armi — segna il passaggio definitivo a una “pax americana” che non accetta compromessi al ribasso. Trump non cerca un accordo, cerca una resa certificata.
Resta da capire se il regime iraniano, stretto tra il collasso interno e la pressione militare, saprà trasformare la consegna del materiale nucleare in una via d’uscita onorevole o se sceglierà l’autoconservazione a oltranza. In questo scenario, l’uranio non è solo un metallo pesante: è la misura della sovranità perduta di Teheran e il prezzo, carissimo, per evitare che la tregua si trasformi nel prologo di un nuovo, definitivo scontro.
Giuseppe Basilico

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