
Nelle ultime ore, le forze congiunte di Stati Uniti e Israele hanno intensificato i bombardamenti sul territorio iraniano. I raid hanno preso di mira infrastrutture strategiche, tra cui il ponte B1 nei pressi di Teheran e impianti siderurgici. Fonti locali riportano oltre 2.000 vittime dall’inizio dell’offensiva (28 febbraio 2026). Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha rivendicato attacchi contro centri dati occidentali negli Emirati Arabi e infrastrutture di telecomunicazione in Bahrain, (è un arcipelago di 33 isole naturali e circa 50 artificiali situato nel Golfo Persico) definendo aziende come Oracle (è un colosso tecnologico americano) e Batelco (è il principale operatore di telecomunicazioni in Bahrain) “obiettivi militari legittimi”. Il conflitto si è esteso ben oltre i confini iraniani, coinvolgendo l’intera scacchiera regionale. L’Iran ha imposto una chiusura di fatto della via d’acqua, minacciando la sicurezza energetica globale. Una coalizione internazionale di circa 40 paesi sta cercando di negoziare la riapertura del transito marittimo.
Continua lo scambio di fuoco tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano, mentre i ribelli Houthi dallo Yemen hanno lanciato missili verso il territorio israeliano, intercettati dalle difese aeree.
La Striscia rimane un teatro di “inferno” con costanti operazioni notturne e una crisi umanitaria che non accenna a placarsi. Mentre il Presidente statunitense promette di porre fine al conflitto “entro poche settimane”, la realtà sul campo appare molto più incerta. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà un dibattito aperto presieduto dal Bahrain per discutere la stabilità del sistema economico internazionale, messo a rischio dalla crisi dei trasporti petroliferi.
Il costo del carburante è raddoppiato a causa della guerra, con pesanti ripercussioni sul settore aereo e sull’inflazione, specialmente in Europa. In questo scenario, il Medio Oriente appare come una polveriera la cui deflagrazione sta già ridisegnando gli equilibri di potere tra Occidente e Oriente, con una popolazione civile che paga il prezzo più alto di una contesa tecnologica e militare totale.
L’escalation in Medio Oriente di queste ultime ore sta colpendo l’Europa con un “effetto domino” che tocca i portafogli dei cittadini e le strategie industriali del continente. Ecco i tre canali principali attraverso cui la crisi sta impattando l’economia europea. La minaccia alla chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato un’immediata impennata del prezzo del petrolio e del gas naturale.
Il costo di benzina e diesel alla pompa è aumentato drasticamente, riflettendosi subito sui costi di trasporto delle merci. Il timore di interruzioni nelle forniture di GNL (Gas Naturale Liquefatto) dal Qatar sta spingendo al rialzo i prezzi all’ingrosso dell’energia, minacciando di frenare la discesa dell’inflazione che la BCE stava monitorando. Con il Mar Rosso e le rotte mediorientali sotto tiro, il commercio marittimo verso l’Europa subisce ritardi pesanti. L’incertezza geopolitica spinge gli investitori verso i “beni rifugio” (come l’oro), penalizzando le borse europee. L’Europa si ritrova vulnerabile a causa della sua dipendenza dalle rotte commerciali e dalle importazioni energetiche, con il rischio concreto che una crisi prolungata possa erodere il potere d’acquisto delle famiglie nei prossimi mesi.
Giuseppe Basilico

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