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L’attacco a Erbil e il ‘nuovo’ Khamenei

L’Iran non è sul punto di crollare e nemmeno ha intenzione di cedere. A chiarirlo, nel suo primo intervento dalla nomina a Guida Suprema della Repubblica islamica, è stato Mojtaba Khamenei, rivolgendo un appello all’unità nazionale in un discorso in cui ha annunciato che lo Stretto di Hormuz “continuerà a rimanere chiuso per fare pressione sui nemici” dell’Iran. Nel messaggio, letto da un conduttore della televisione di Stato, Khamenei ha definito “un compito difficile” assumere la guida del Paese dopo i suoi predecessori, definendo suo padre “un martire”. Lo stesso Mojtaba Khamenei sarebbe rimasto ferito nell’attentato del 28 febbraio, in cui oltre a suo padre, Ali Khamenei, sarebbero morti la moglie di Mojtaba e il loro figlio adolescente.

di Alessia De Luca | 13 Marzo 2026

L’Iran non è sul punto di crollare e nemmeno ha intenzione di cedere. A chiarirlo, nel suo primo intervento dalla nomina a Guida Suprema della Repubblica islamica, è stato Mojtaba Khamenei, rivolgendo un appello all’unità nazionale in un discorso in cui ha annunciato che lo Stretto di Hormuz “continuerà a rimanere chiuso per fare pressione sui nemici” dell’Iran. Nel messaggio, letto da un conduttore della televisione di Stato, Khamenei ha definito “un compito difficile” assumere la guida del Paese dopo i suoi predecessori, definendo suo padre “un martire”. Lo stesso Mojtaba Khamenei sarebbe rimasto ferito nell’attentato del 28 febbraio, in cui oltre a suo padre, Ali Khamenei, sarebbero morti la moglie di Mojtaba e il loro figlio adolescente. “Dobbiamo sconfiggere il nemico e la nostra forza ci aiuterà a farlo”, ha detto Khamenei rivolgendo un invito ai Paesi vicini a chiudere le basi statunitensi: “Siamo pronti a migliorare i rapporti con i nostri vicini”, ha detto la Guida Suprema iraniana avvertendo però che “se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che collaborano” con il nemico. Il suo discorso arriva all’indomani di un attacco contro Camp Singara, nel Kurdistan iracheno, che ha colpito parte della struttura militare italiana “Il fortino”, all’interno dell’aeroporto di Erbil. L’impatto ha provocato un incendio e ha coinvolto due automezzi, ma non ha causato feriti. Intanto, il conflitto supera la ‘soglia psicologica’ dei 12 giorni – tanto erano durati i raid incrociati tra Usa, Israele e Iran nel giugno scorso – senza nessun cessate il fuoco ancora in vista.

Erbil: attacco deliberato?

L’attacco alla base italiana è avvenuto nella tarda serata di ieri. A colpire la base di Erbil sarebbe stato un drone “Shahed” – e non un missile, come comunicato inizialmente – che potrebbe non essere stato diretto alla base ma aver perso quota finendo contro un mezzo militare. Il contingente italiano di stanza nella regione – impegnato nell’addestramento delle forze di sicurezza curde – conta poco meno di 300 persone. Tuttavia, ieri sera nella base erano presenti circa 100 militari, perché 102 erano già stati fatti rientrare in Italia e altri 40 trasferiti in Giordania. Nella base restano quindi 141 militari italiani. Il contingente opera nell’ambito della coalizione multinazionale ‘Operation Inherent Resolve’ tramite la missione ‘Prima Parthica’, che riunisce 84 paesi e cinque organizzazioni internazionali impegnati nella stabilizzazione dell’area e nella lotta contro l’ISIS. Sull’accaduto sono in corso verifiche, ma per il ministro della Difesa Guido Crosetto si sarebbe trattato di un attacco deliberato. “Quella è una base Nato, quindi è anche americana. Già nei giorni scorsi c’erano stati tentativi di attacco”, ha spiegato. Contemporaneamente, l’Iran ha colpito e bloccato una nave mercantile thailandese nello Stretto di Hormuz: il bilancio provvisorio è di tre marittimi dispersi.

Iraq teatro di scontro?

L’Iraq rischia di trasformarsi in uno dei fronti più caldi della nuova guerra regionale. In passato è già stato il principale teatro dello scontro indiretto tra Washington e Teheran, e dal primo marzo detiene un primato inquietante: è l’unico paese della regione ad aver subito attacchi aerei da entrambi i contendenti. Nel mirino dell’Iran c’è soprattutto la regione autonoma del Kurdistan iracheno. Negli ultimi mesi Donald Trump aveva apertamente “corteggiato” i curdi, arrivando a invitarli a entrare in territorio iraniano per dare la ‘spallata’ alla Repubblica islamica. Ma l’Iraq è anche il paese nel quale l’Iran possiede alcune delle leve politiche e militari più solide della regione. Dopo la caduta di Saddam Hussein, in seguito all’invasione americana del 2003, Teheran ha rafforzato progressivamente il proprio sostegno ai partiti sciiti e alle milizie armate. Questi gruppi hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta dell’ISIS tra il 2014 e il 2017 e con il tempo migliaia di loro combattenti sono stati integrati nelle istituzioni di sicurezza dello Stato iracheno, mantenendo però un forte allineamento con gli interessi geopolitici di Teheran. Per molti analisti, l’Iran considera l’Iraq il luogo più efficace per colpire indirettamente gli interessi statunitensi e far pagare a Washington il prezzo della sua aggressione. Ventitré anni dopo l’invasione americana, il paese si trova così di fronte a una nuova prova decisiva: con l’intensificarsi delle tensioni regionali, l’Iraq – che ha faticosamente raggiunto una maggiore stabilità rispetto al caos dei primi anni seguiti alla caduta di Saddam Hussein – rischia di trasformarsi ancora una volta in un campo di battaglia per le rivalità tra potenze.

Il passato non ha insegnato nulla?

Paradossalmente è proprio all’esperienza irachena che gli Stati Uniti dovrebbero guardare per evitare di ripetere errori del passato. La guerra in Iraq è diventata negli anni un caso di studio sulla cattiva gestione dei cambi di regime e dei tentativi di “nation building”. Un’esperienza che torna inevitabilmente alla mente mentre il mondo reagisce agli attacchi contro l’Iran. A meno di due settimane dall’inizio dell’operazione “Epic Fury”, lanciata da Trump, l’obiettivo finale non è chiaro e le vittime statunitensi iniziano ad aumentare. Nel frattempo, la guerra si è rapidamente allargata in dieci paesi, provocando centinaia di vittime. Quando tutto questo finirà – comunque vada a finire – la situazione potrebbe risultare peggiore di quanto non fosse prima. La marina iraniana potrà essere distrutta, il programma missilistico indebolito, una parte della leadership eliminata. Ma difficilmente il regime iraniano scomparirà. Anzi, stando a quello che sappiamo oggi, potrebbe sopravvivere, sotto la guida di un leader più giovane, meno esperto e probabilmente più radicale, determinato a resistere e che potrebbe persino decidere di rivedere la posizione di suo padre contro la militarizzazione nucleare, considerandola l’unico modo per evitare di subirne il destino. Il risultato, in altre parole, potrebbe essere un regime indebolito, più isolato ma anche più determinato a ricostruire le proprie capacità militari. Nel frattempo, il popolo iraniano pagherà il prezzo più alto. Intanto, il caos generato da questa guerra difficilmente resterà confinato al Medio Oriente. Le sue conseguenze – economiche, militari e politiche – rischiano di propagarsi ben oltre la regione, trascinando con sé una parte sempre più ampia del mondo.

Il commento

Di Francesco Petronella, ISPI

“L’attacco di Erbil e il primo discorso di Mojtaba Khamenei hanno un elemento in comune. Entrambe le notizie, infatti, ci ricordano che la posta in gioco della guerra non riguarda più il futuro della sola Repubblica Islamica, ma l’intero equilibrio regionale. Il passaggio cruciale dell’intervento di Khamenei è quello in cui, di fatto, invita i vicini arabi a sbarazzarsi delle basi controllate da USA e alleati, come il compound di Camp Singara in Iraq. Questi avamposti occidentali, a suo dire, hanno trasformato i paesi che li ospitano in bersagli della rappresaglia iraniana, anziché garantirne la protezione. L’obiettivo di Teheran, piuttosto evidente anche dalla reiterata chiusura di Hormuz, è di fare ulteriore pressione sui leader del vicinato arabo perché convincano Trump, sempre più incerto sulla guerra, che l’escalation è ormai politicamente ed economicamente insostenibile”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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